FREUD PER SEMPRE. INTERVISTA CON JACQUES LACAN

Il malessere della civiltà moderna. La fatica di vivere. La paura e il sesso. La parola come cura della nevrosi. L’angoscia degli scienziati. Il più paradossale psicoanalista vivente espone la sua dottrina e le ragioni della sua fedeltà al maestro.

di Emilia Granzotto, Panorama, 21 novembre 1974

Jacques Lacan, anni 73, parigino, psicoanalista. Apostolo di Sigmund Freud. Si definisce «freudiano puro», ha fondato a Parigi una scuola freudiana, da vent’anni ripropone instancabile il ritorno alle dottrine del maestro e la sua rilettura «in senso letterale». Considerato eretico dalla psicoanalisi ufficiale che lo accusa di istrionismo (Emilio Servadio, presidente del Centro psicoanalitico di Roma, lo ha definito un «profeta da operetta») e lo ha cacciato da tutti i suoi istituti e società. Venerato al pari di una divinità dai suoi seguaci, per i quali è «un genio che comunica attraverso folgorazioni». Politicamente a sinistra, vicino al gruppo marx-maoista che fa capo alla rivista Tel quel. Padre spirituale, è stato detto, di tutti i gauchistes francesi. Personaggio leggendario anche per il tono da oracolo in cui stende i suoi scritti, incomprensibili per chiunque non sia più che ferrato nei misteri della psicoanalisi, definita, in un suo saggio, «non altro che un artificio di cui Freud ha dato i costituenti ponendo che il loro insieme ingloba la nozione di tali costituenti». Le sue conferenze e le lezioni del mercoledi alla Facoltà di diritto della Sorbona sono seguite da moltitudini di ascoltatori, nonostante il linguaggio parlato altrettanto oscuro e fumoso di quello scritto. Lui stesso dice: «Io mi esprimo a mezzo parole, è notorio. E alla fine la gente non ha capito un acca». Mescola parole dottissime (omeòstasi, anamorfosi, afanisi) con neologismi inventati lì per lì (il più celebre è parlantêtre, cioè parlantessere, ovvero l’essere parlante, ovvero l’uomo). Usa indifferentemente termini di gergo o addirittura eufemismi bonari al limite del ridicolo; il fallo, protagonista e dio feroce della religione psicoanalitica, nel linguaggio di Lacan diventa semplicemente, e ironicamente, quéquette. Piccolo, i capelli grigi tagliati a spazzola e sempre accuratamente ravviati, con una vaga rassomiglianza, di cui non si dispiace, a Jean Gabin questo mostro sacro dell’alta cultura francese si veste sempre come un dandy: camicia bianca in tessuto ricamato chiusa al collo da una striscetta abbottonata alla moda dei preti, giacche di velluto color prugna o albicocca con giochi d’intarsio tra lucido e opaco. Nello studio di rue de Lille 5, con canapé Impero, dove Lacan riceve i clienti è passata tutta la Parigi che conta. Lacan si proclama strutturalista, è convinto che linguistica e psicoanalisi sono sorelle, e che gli analisti «dovrebbero avere una cultura sociologica, linguistica e metafisica». I suoi saggi sono stati raccolti in un volume che si intitola Écrits, scritti, venduto a decine di migliaia di copie. A Lacan, Panorama ha chiesto di parlare della psicoanalisi, dei suoi metodi, nella tecnica e nella dottrina.

Professor Lacan, si sente parlare sempre più spesso di crisi della psicoanalisi: Sigmund Freud, si dice, è un sorpassato, la società moderna ha scoperto che la sua dottrina non basta a comprendere l’uomo, né a interpretare a fondo il suo rapporto con l’ambiente, con il mondo…
Storie. Primo: la crisi. Non c’è, non può esserci, la psicoanalisi non ha affatto raggiunto i suoi limiti, anzi. C’è ancora tanto da scoprire, nella pratica e nella dottrina. In psicoanalisi non esistono soluzioni immediate, ma solo la lunga, paziente ricerca dei perché. Secondo: Freud. Come si fa a giudicarlo superato, se ancora non l’abbiamo interamente capito? Di certo sappiamo che ha fatto conoscere cose nuovissime, mai neppure immaginate prima di lui. Dai problemi dell’Inconscio all’importanza della sessualità, dall’accesso al simbolico alla soggezione alle leggi del linguaggio. La sua dottrina ha messo in questione la verità, una faccenda che riguarda tutti e ciascuno, personalmente. Altro che crisi. Ripeto: siamo lontani dalle mete di Freud. Anche perché il suo nome è servito a coprire molte cose, ci sono state deviazioni, gli epigoni non hanno sempre seguito fedelmente il modello, si è creata confusione. Dopo la sua morte, nel’39, anche certi suoi allievi hanno preteso di fare psicoanalisi in modo diverso, riducendo il suo insegnamento a qualche formuletta banale: la tecnica come rito, la pratica ristretta al trattamento del comportamento, e, come meta, il riadattamento dell’individuo al suo ambiente sociale. Cioè la negazione di Freud, una psicoanalisi di comodo, da salotto. Lui l’aveva previsto. Diceva: ci sono tre posizioni insostenibili, tre impegni impossibili, governare, educare, e fare psicoanalisi. Oggi, non importa chi ha responsabilità di governo, e tutti si pretendono educatori. Quanto agli psicoanalisti, ahimè, prosperano. Come i maghi e i guaritori. Proporre alla gente di aiutarla significa il successo assicurato e la clientela fuori dalla porta. La psicoanalisi è altro.
Che cosa, esattamente?
Io la definisco un sintomo. Rivelatore del malessere della civiltà in cui viviamo. Certo non è una filosofia, io aborro la filosofia, è tanto tempo che non dice più niente di interessante. Non è nemmeno una fede, e non mi va di chiamarla scienza. Diciamo che è una pratica e che si occupa di quello che non va. Maledettamente difficile, perché pretende d’introdurre nella vita di tutti i giorni l’impossibile, l’immaginario. Finora ha ottenuto certi risultati, ma non ha ancora regole e si presta a ogni sorta di equivoco. Non bisogna dimenticare che si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo sia rispetto alla medicina sia alla psicologia e affini. E anche molto giovane. Freud è morto da appena 35 anni. Il suo primo libro, L’interpretazione dei sogni, è stato pubblicato nel 1900. Con pochissimo successo. Se ne vendettero credo 300 copie in qualche anno. Aveva anche pochi allievi, presi per matti e neppure loro d’accordo sul modo di attuare e interpretare quello che avevano appreso.
Che cosa non va, oggi, nell’uomo?
C’è questa grande fatica di vivere, come risultato della corsa al progresso. Dalla psicoanalisi ci si aspetta che scopra fin dove si può arrivare trascinando questa fatica, questo malessere della vita.
Che cosa spinge la gente a farsi psicoanalizzare?
La paura. Quando gli accadono cose, persino volute da lui, che non capisce, l’uomo ha paura. Soffre di non capire, e a poco a poco entra in uno stato di panico. È la nevrosi. Nella nevrosi isterica il corpo si ammala dalla paura di essere malato, e senza in realtà esserlo. Nella nevrosi ossessiva la paura mette cose bizzarre dentro la testa, pensieri che non si possono controllare, fobie in cui forme e oggetti acquistano significati diversi e paurosi.
Per esempio?
Succede al nevrotico di sentirsi forzato da un bisogno spaventoso di andare a verificare decine di volte se un rubinetto è veramente chiuso o se una data cosa sta nel dato posto, pur sapendo con certezza che il rubinetto è come dev’essere e la cosa sta dove deve stare. Non ci sono pillole che guariscono questo. Devi scoprire perché ti accade, e sapere che cosa significa.
E la cura?
Il nevrotico è un malato che si cura con la parola, prima di tutto con la sua. Deve parlare, raccontare, spiegare se stesso. Freud la definisce «assunzione da parte del soggetto della propria storia, nella misura in cui è costituita dalla parola indirizzata a un altro». La psicoanalisi è il regno della parola, non ci sono altre medicine. Freud spiegava che l’Inconscio non tanto è profondo, quanto piuttosto inaccessibile all’approfondimento cosciente. E diceva che in questo Inconscio «c’è chi parla»: un soggetto nel soggetto, trascendente il soggetto. La parola è la grande forza della psicoanalisi.
Parole di chi ? Del malato o dello psicoanalista?
In psicoanalisi i termini malato, medico, medicina non sono esatti, non si usano. Non sono giuste neppure le formule passive che si adoperano comunemente. Si dice «farsi psicoanalizzare». È sbagliato. Chi fa il vero lavoro, nell’analisi, è quello che parla, il soggetto analizzante. Anche se lo fa nel modo suggerito dall’analista, che gli indica come procedere e lo aiuta con interventi. Gli viene fornita anche un’interpretazione, che a prima botta sembra dare un senso a quello che l’analizzante dice. In realtà l’interpretazione è più sottile, tesa a cancellare il senso delle cose di cui il soggetto soffre. Il fine è quello di mostrargli, attraverso il suo stesso racconto, che il suo sintomo, la malattia, diciamo, non ha alcun rapporto con niente, è privo di qualsiasi senso. Quindi, anche se in apparenza è reale, non esiste. Le vie per cui procede questa azione della parola richiedono molta pratica e infinita pazienza. La pazienza e la misura sono gli strumenti della psicoanalisi. La tecnica consiste nel saper misurare l’aiuto che si dà al soggetto analizzante. Perciò la psicoanalisi è difficile.
Quando si parla di Jacques Lacan si associa inevitabilmente questo nome a una formula: «Ritorno a Freud». Che cosa significa?
Esattamente quello che si dice. La psicoanalisi è Freud, se si vuole fare psicoanalisi bisogna rifarsi a Freud, ai suoi termini e alle sue definizioni. Lette e interpretate in senso letterale. Ho fondato a Parigi una scuola freudiana proprio per questo. Sono vent’anni e più che vado spiegando il mio punto di vista: tornare a Freud significa semplicemente sgombrare il campo dalle deviazioni e dagli equivoci, dalle fenomenologie esistenziali, per esempio, come dal formalismo istituzionale delle società psicoanalitiche, riprendendo la lettura del suo insegnamento secondo i principi definiti e catalogati dal suo lavoro. Rileggere Freud vuol dire soltanto rileggere Freud. Chi non fa questo, in psicoanalisi, usa forme abusive.
Freud, però, è difficile. E Lacan, si sente dire, lo rende addirittura incomprensibile. A Lacan si rimprovera di parlare, e soprattutto di scrivere, in modo che solo pochissimi addetti ai lavori possono sperare di capire.
Lo so, sono ritenuto un oscuro che nasconde il suo pensiero dentro cortine fumogene. Mi domando perché. A proposito dell’analisi ripeto con Freud che è «il gioco intersoggettivo attraverso il quale la verità entra nel reale». Non è chiaro? Ma la psicoanalisi non è roba per ragazzi. I miei libri sono definiti incomprensibili. Ma da chi? Io non li ho scritti per tutti, perché siano capiti da tutti. Anzi, non mi sono minimamente preoccupato di compiacere qualche lettore. Avevo delle cose da dire, e le ho dette. Mi basta avere un pubblico che legge. Se non capisce, pazienza. Quanto al numero dei lettori ho avuto più fortuna di Freud. I miei libri sono persino troppo letti, ne sono meravigliato. Sono anche convinto che fra dieci anni al massimo chi mi leggerà mi troverà addirittura trasparente, come un bel bicchiere di birra. Forse allora si dirà: questo Lacan, che banale.
Quali sono le caratteristiche del lacanismo ?
È un po’ presto per dirlo, dal momento che ancora il lacanismo non esiste. Se ne sente appena l’odore, come un presentimento. Lacan, comunque, è un signore che pratica da almeno 40 anni la psicoanalisi, e che da altrettanti anni la studia. Credo nello strutturalismo e nella scienza del linguaggio. Ho scritto in un mio libro che «ciò cui ci riconduce la scoperta di Freud è l’enormità dell’ordine in cui siamo entrati, cui siamo, se così si può dire, nati una seconda volta, uscendo dallo stato giustamente chiamato infans, senza parola». L’ordine simbolico su cui Freud ha fondato la sua scoperta è costituito dal linguaggio, come momento del discorso universale concreto. È il mondo delle parole che crea il mondo delle cose, inizialmente confuse nel tutto in divenire. Solo le parole danno il senso compiuto all’essenza delle cose. Senza le parole non esisterebbe nulla. Che cosa sarebbe il piacere, senza l’intermediario della parola? La mia idea è che Freud, enunciando nelle sue prime opere (L’interpretazione dei sogni, Al di là del principio del piacere, Totem e tabù) le leggi dell’Inconscio, ha formulato precorrendo i tempi, le teorie con cui qualche anno più tardi Ferdinand de Saussure avrebbe aperto la strada alla linguistica moderna.
E il pensiero puro ?
Sottomesso, come tutto il resto, alle leggi del linguaggio. Solo le parole possono introdurlo e dargli consistenza. Senza il linguaggio, l’umanità non farebbe un passo avanti nelle ricerche del pensiero. Così la psicoanalisi. Qualunque funzione le si voglia attribuire, agente di guarigione, di formazione, o di sondaggio, uno solo è il medium di cui si serve: la parola del paziente. E ogni parola chiama risposta.
L’analisi come dialogo, dunque. C’è gente che la interpreta piuttosto come un succedaneo laico della confessione…
Macché confessione. Allo psicoanalista non si confessa un bel niente. Si va a dirgli, semplicemente, tutto quello che passa per la testa. Parole, appunto. La scoperta della psicoanalisi è l’uomo come animale parlante. Sta all’analista mettere in fila le parole che ascolta e dargli un senso, un significato. Per fare una buona analisi ci vuole accordo, affiatamento fra analizzante e analista. Attraverso le parole dell’uno, l’altro cerca di farsi un idea di che cosa si tratta, e di trovare al di là del sintomo apparente il difficile nodo della verità. Altra funzione dell’analista è spiegare il senso delle parole, per far capire al paziente che cosa può aspettarsi dall’analisi.
È un rapporto di estrema fiducia..
Piuttosto uno scambio. In cui l’importante è che uno parli e l’altro ascolti. Anche in silenzio. L’analista non fa domande e non ha idee. Dà solo le risposte che ha voglia di dare, alle domande che suscitano questa voglia. Ma alla fine l’analizzante va sempre dove l’analista lo porta.
Questa la cura. E le possibilità di guarigione ? Dalla nevrosi si esce ?
La psicoanalisi riesce quando sbarazza il campo sia dal sintomo sia dal reale. Cioè arriva alla verità.
Si può spiegare lo stesso concetto in modo meno lacaniano ?
Io chiamo sintomo tutto quello che viene dal reale. E il reale è tutto quello che non va, che non funziona, che ostacola la vita dell’uomo e l’affermazione della sua personalità. Il reale torna sempre allo stesso posto, lo trovi sempre lì, con le stesse sembianze. Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale. Ci vuole molta faccia tosta per affermazioni del genere. Oppure, come io sospetto, la totale ignoranza di ciò che si fa e si dice. Reale e impossibile sono antitetici, non possono andare insieme. L’analisi spinge il soggetto verso l’impossibile, gli suggerisce di considerare il mondo com’è veramente, cioè immaginario, senza senso. Mentre il reale, come un uccello vorace, non fa che nutrirsi di cose sensate, di azioni che hanno un senso. Ci si sente sempre ripetere che bisogna dare un senso a questo e a quello, ai propri pensieri, alle proprie aspirazioni, ai desideri, al sesso, alla vita. Ma della vita non sappiamo niente di niente, come si affannano a spiegarci gli scienziati. La mia paura è che, per colpa loro, il reale, cosa mostruosa che non esiste, finirà per prendere il sopravvento. La scienza si sta sostituendo alla religione, altrettanto dispotica, ottusa e oscurantista. C’è un dio atomo, un dio spazio, eccetera. Se vince la scienza, o la religione, la psicoanalisi è finita.
Oggi, che rapporto c’è fra scienza e psicoanalisi ?
Per me l’unica scienza vera, seria, da seguire, è la fantascienza. L’altra, quella ufficiale, che ha i suoi altari nei laboratori, va avanti a tentoni, senza meta. E comincia persino ad aver paura della propria ombra. Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia. Nei loro laboratori asettici, avvolti nei loro camici inamidati, questi vecchi bambini che giocano con cose sconosciute, maneggiando apparecchi sempre più complicati e inventando formule sempre più astruse, cominciano a domandarsi che cosa può accadere domani, a che cosa finiranno per portare queste sempre nuove ricerche. Finalmente, dico io. E se fosse troppo tardi? Biologi li chiamano, o fisici, chimici. Per me sono dementi. Solo adesso, quando già stanno per sfasciare l’universo, gli viene in mente di chiedersi se per caso non può essere pericoloso. E se salta tutto? Se i batteri così amorosamente allevati nei bianchi laboratori si tramutassero in nemici mortali? Se il mondo fosse spazzato via da un’orda di questi batteri, con tutta la cosa merdosa che lo abita, a cominciare dagli scienziati dei laboratori? Alle tre posizioni impossibili di Freud, governo educazione psicoanalisi, io aggiungerei, quarta, la scienza. Solo che loro, gli scienziati, non lo sanno di stare in una posizione insostenibile.
Una visione abbastanza pessimistica di quello che comunemente si definisce progresso.
No, tutt’altro. Io non sono pessimista. Non succederà niente. Per il semplice fatto che l’uomo è un buono a nulla, nemmeno capace di distruggersi. Personalmente, un flagello totale promosso dall’uomo lo troverei meraviglioso. La prova che finalmente è riuscito a combinare qualche cosa, con le sue mani, la sua testa, senza interventi divini, naturali, o altro. Tutti quei bei batteri supernutriti a spasso per il mondo come le cavallette bibliche significherebbero il trionfo dell’uomo. Ma non succederà. La scienza ha la sua brava crisi di responsabilità. Tutto rientrerà nell’ordine della cose, come si dice. L’ho detto: il reale avrà il sopravvento, come sempre. E noi saremo, come sempre, fottuti.
Un altro dei paradossi di Jacques Lacan. Le si rimproverano, oltre la difficoltà del linguaggio e l’oscurità dei concetti, i giochi di parole, gli scherzi linguistici, i calembours alla francese, e, appunto, i paradossi. Chi ascolta, o legge, ha diritto di sentirsi disorientato.
Io non scherzo affatto, dico cose serissime. Solo uso le parole come gli scienziati di cui sopra i loro alambicchi e i loro aggeggi elettronici. Cerco di riportarmi sempre all’esperienza della psicoanalisi.
Lei dice: il reale non esiste. Ma l’uomo medio sa che reale è il mondo, tutto quello che la circonda, che si vede a occhio nudo, si tocca, c’è…
Intanto buttiamo questo uomo medio che, lui per primo, non esiste. È soltanto una finzione statistica. Esistono gli individui, e basta. Quando sento parlare di uomo della strada, di inchieste Doxa, di fenomeni di massa e simili penso a tutti i pazienti che ho visto passare sul divano del mio studio in 40 anni di ascolto. Non uno in qualche modo simile all’altro, non uno con le stesse fobie, le stesse angosce, lo stesso modo di raccontare, la stessa paura di non capire. L’uomo medio, chi è: io, lei, il mio portiere, il presidente della Repubblica?
Parlavamo del reale, del mondo che tutti vediamo…
Appunto. La differenza fra il reale, cioè quello che non va, e il simbolico, l’immaginario, cioè la verita, è che il reale è il mondo. Per constatare che il mondo non esiste, non c’è, basta pensare a tutte le cose banali che un’infinità di stupidi credono essere il mondo. E invito gli amici di Panorama, prima di accusarmi di paradosso, a riflettere bene su quanto hanno appena letto.
Sempre più pessimista, si direbbe…
Non è vero. Non mi metto né fra gli allarmisti né fra gli angosciati. Guai se uno psicoanalista non ha superato il suo stadio di angoscia. È vero, ci sono intorno a noi cose orripilanti e divoranti, come la televisione dalla quale gran parte di noi viene regolarmente fagocitata. Ma soltanto perché è gente che si lascia fagocitare, s’inventa persino un interesse per quello che vede. Poi ci sono altri aggeggi mostruosi altrettanto divoranti : i razzi che vanno sulla luna, le ricerche in fondo al mare, eccetera. Tutte cose che divorano. Ma non c’è da fare drammi. Sono sicuro che quando ne avremo abbastanza, dei razzi, della televisione e di tutte le loro maledette ricerche a vuoto, troveremo altro di cui occuparci. C’è una reviviscenza della religione, no? E quale miglior mostro divorante della religione, una fiera continua, di che divertirsi per secoli come è già stato dimostrato? La mia risposta a tutto questo è che l’uomo ha sempre saputo adattarsi al male. Il solo reale concepibile, al quale abbiamo accesso è appunto questo, bisognerà farsene una ragione. Dare un senso alle cose, come si diceva. Altrimenti l’uomo non avrebbe angosce, Freud non sarebbe diventato famoso, e io farei il professore di scuola media.
Le angosce: sono sempre dello stesso tipo o ci sono angosce legate a certe condizioni sociali, a certe epoche storiche, a certe latitudini?
L’angoscia dello scienziato che ha paura delle sue scoperte può sembrare recente. Ma cosa ne sappiamo di quello che è accaduto in altri tempi? Dei drammi di altri ricercatori? L’angoscia dell’operaio costretto alla catena di montaggio come a un remo di galera è angoscia di oggi. O più semplicemente è legata a definizioni e parole di oggi?
Ma che cos’è, per la psicoanalisi, l’angoscia?
Qualcosa che si situa al di fuori del nostro corpo, una paura, ma di niente che il corpo, mente compresa, possa motivare. Insomma, la paura della paura. Molte di queste paure, molte di queste angosce, al livello in cui le percepiamo, hanno a che fare con il sesso. Freud diceva che la sessualità, per l’animale parlante che si chiama uomo, è senza rimedio e senza speranza. Uno dei compiti dell’analista è trovare, nelle parole del paziente, il nesso fra l’angoscia e il sesso, questo grande sconosciuto.
Adesso che si distribuisce sesso a tutti gli angoli, sesso al cinema, sesso a teatro, in televisione, nei giornali, nelle canzoni, sulle spiagge, si sente dire che la gente è meno angosciata da problemi legati alla sfera sessuale. Sono caduti i tabù, si dice, il sesso non fa più paura…
La sessomania dilagante è solo un fenomeno pubblicitario. La psicoanalisi è una cosa seria, che riguarda, ripeto, un rapporto strettamente personale fra due individui: il soggetto e l’analista. Non esiste psicoanalisi collettiva, come non esistono angosce e nevrosi di massa. Che il sesso sia messo all’ordine del giorno ed esposto agli angoli della strada, trattato alla pari di un qualunque detersivo nei caroselli televisivi, non costituisce affatto una promessa di qualche beneficio. Non dico che sia male. Certo non serve a curare le angosce e i problemi singoli. Fa parte della moda, di questa finta liberalizzazione che ci viene fornita, come un bene concesso dall’alto, dalla cosiddetta società permissiva. Ma non serve, a livello di psicoanalisi.

L’intervista è reperibile in http://www.lacan-con-freud.it/Traduzioni.html
in http://www.ecole-lacanienne.net/pastoutlacan70.php
e sul n. 41 del 2007 della rivista La Psicoanalisi. Studi internazionali del campo freudiano, Astrolabio, Roma, 2007, direttore responsabile Antonio Di Ciaccia: http://www.astrolabio-ubaldini.com/scheda_libro.php?libro=1173
Ringrazio Francesca Carmignani per quest’ultima informazione (L. R.)

6 thoughts on “FREUD PER SEMPRE. INTERVISTA CON JACQUES LACAN

  1. aaron scrive:

    che coraggio ad interpretare dei sogni, con una teoria campata in aria, a chi veramente soffre ! mi fanno schifo ste persone.

  2. ftassigny scrive:

    Avec votre accord ? , j’ai relayé vos info en français sur :
    http://fr.calameo.com/books/0013433880e5c9a17adeb
    Cordial
    ft

  3. Francesca Carmignani scrive:

    Il présente testo è stato ripubblicato sulla rivista “La Psicoanalisi. Studi internazionali del campo freudiano.” n.41, Astrolabio, Roma, 2007, direttore responsabile Antonio Di Ciaccia.

  4. MN scrive:

    Ringrazio per la pubblicazione di questa bellissima intervista, e chiedo cortesemente una delucidazione sulla traduzione: in alcune domande mi sembra che il termine “reale” sia usato in modo ambiguo. Credo che nella quasi totalità dei casi sia usato come sinonimo di “realtà”, al contrario dell’accezione lacaniana. Lacan, nelle risposte, sta parlando della realtà o del Reale?

  5. rassegnaflp scrive:

    Grazie. Suggerisco di rivolgersi agli analisti citati nei commenti precedenti.

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