Fromm: “Mangia e cammina” (1984)

di Eric Fromm, repubblica.it, 27 aprile 1984

La casa editrice Mondadori pubblica in questi giorni con il titolo L’amo per la vita (pagg. 170, lire 12.500) una serie di conversazioni radiofoniche di Erich Fromm, a cura di Hans Jurgen Schultz. Anticipiamo qui alcuni passi della parte intitolata Superfluo e sazietà nella nostra società, in cui Fromm illustra, appoggiandosi ad alcuni esempi, il metodo della psicologia del profondo.

UNA PERSONA mangia. Certo, mangia, ma come lo fa? Questi trangugia, quegli mangia in modo tale che si vede subito che è un pedante, il quale attribuisce importanza al fatto che tutto proceda in maniera ordinata e che il piatto resti vuoto. Un terzo ancora mangia senza trangugiare, senza voracità: il cibo gli piace; semplicemente mangia, e ne prova soddisfazione. Un altro esempio: un tale grida, rosso in volto. Noi diciamo: è arrabbiato, e indubbiamente lo è. Ma poi lo osserviamo un po’ più attentamente, e ci chiediamo che cosa stia succedendo a quest’uomo che magari conosciamo, e all’improvviso ci rendiamo conto che è impaurito, spaventato, terrorizzato, che la collera è solo una reazione all’angoscia. Poi l’osserviamo ancor più attentamente, e ci avvediamo che si sente abbandonato e impotente, che ha paura di tutto, dell’intera esistenza.

A questo punto, avremo fatto tre osservazioni: abbiamo notato che quel tale è furibondo, che ha paura ed è in preda a un profondo sentimento di impotenza. Tutte e tre le osservazioni sono esatte, ma si riferiscono a strati diversi della sua struttura. L’osservazione riguardante il sentimento di impotenza è quella che descrive in maniera più approfondita ciò che avviene nell’individuo in questione, mentre quella che registra unicamente lo stato d’ira è la più superficiale. In altre parole, se anche noi ci lasciamo andare alla collera e in colui che abbiamo di fronte non vediamo null’ altro che una persona in preda all’ira, non cogliamo nel segno; se invece dietro la facciata dell’ uomo infuriato sappiamo scoprire l’ uomo spaventato, che si sente impotente, il nostro approccio a lui sarà diverso e potrà accadere che la sua collera si plachi perché non si sente più minacciato.

Dal punto di vista della psicoanalisi, nei casi in esame non ci interessa in primo luogo, e tanto meno esclusivamente, costatare come una persona si comporti esteriormente, bensì quali moventi, quali intenzioni abbia, e se questi siano consci oppure inconsci. Noi ci interroghiamo sulla qualità del suo comportamento. Ad un mio collega, Theodor Reik, si deve l’affermazione: “L’analista ascolta con il terzo orecchio”. E’ verissimo. Se si preferisce, e per usare una locuzione più antiquata, l’ analista legge tra le righe. Vede non soltanto ciò che gli viene direttamente presentato, ma scorge, in ciò che è offerto allo sguardo e osservabile, ben di più, qualcosa dell’essenza della personalità che agisce qui ora, e ogni azione della quale è solo un’espressione, una manifestazione, ma pur sempre colorata dall’intera personalità. Non c’è atto del comportamento che non sia un gesto di quell’intero, specifico individuo, e quindi in ultima analisi non ci sono mai due atti comportamentali che siano identici, così come non ci sono due individui identici. Possono essere simili, apparentati, ma non sono gli stessi. Non esistono due esseri umani che abbiano la mano conformata esattamente allo stesso modo, che camminino allo stesso modo, che muovano la testa allo stesso modo; ed è per questo che a volte si riconosce una persona dal passo, pur senza vederne il volto. La maniera di camminare per un essere umano è altrettanto caratteristica del volto, e forse più: infatti si può contraffare il volto, più facilmente del passo. Con il volto si può mentire: è una proprietà dell’ uomo che manca agli animali. Ma ben più arduo è mentire con il passo, sebbene anche questo lo si possa apprendere.

Con queste premesse, passo ora al consumo inteso come problema psicologico, più esattamente, psicopatologico. Gli ascoltatori si chiederanno: come sarebbe a dire? Consumare è una cosa che tutti devono fare. Ogni essere umano deve mangiare e bere, ogni essere umano indossa abiti e ha una casa, insomma usa e sciupa molte cose, ed è quel che chiama “consumare”. Dove sta dunque il problema psicologico? E’ semplicemente una realtà naturale: per vivere bisogna consumare. Ma eccomi subito al punto: consumare e “consumare” non sono la stessa cosa. Esiste infatti un consumo coatto e promosso dalla voracità. E’ un impulso a mangiare sempre di più, ad acquistare sempre più, a possedere sempre più, ad adoperare sempre più cose. A questo punto, mi si obietterà forse: ma non è normale? In fin dei conti, tutti noi aspiriamo ad ampliare e moltiplicare quel che abbiamo. Il problema consiste, al massimo, nel non avere abbastanza denaro, non certo nel fatto che, nel desiderio all’ ampliamento, alla moltiplicazione, ci sia qualcosa di sbagliato… E capisco perfettamente che molti la pensino così. Vorrei però mostrarvi con un esempio che le cose non sono così semplici: del caso cui mi riferirò, certo avrete già udito parlare, e spero che riguardi pochi di voi. Prendiamo una persona affetta da bulimia, insomma da peso eccessivo. Una condizione che può avere cause endocrine, ma non è questo che qui ci interessa. Molto spesso il motivo va semplicemente ricercato nel fatto che la persona in questione mangia troppo. Mangiucchia a tutte le ore, soprattutto dolci, cerca sempre qualcosa da mettere sotto i denti. E se la si osserva un po’ più attentamente, si costaterà non soltanto che mangia in continuazione, ma che a indurvela è una brama incontenibile: deve mangiare, non può farne a meno, così come molti non possono fare a meno di fumare. E certo saprete che le persone che smettono di fumare molto spesso all’improvviso cominciano a mangiare di più, giustificandosi con l’affermazione che chi smette di fumare ingrassa. Si tratta di una di quelle belle razionalizzazioni cui si fa ricorso per non smettere di fumare. Perchè? Perchè la stessa brama di cacciare qualcosa in bocca, di inghiottire qualcosa, si esprime in forma di cibo, di fumo, di bevanda o magari di acquisto. Se un individuo che mangi, beva o fumi in maniera avida e coatta segue il consiglio del medico di smettere, pena altrimenti la morte per infarto, è facile costatare come all’improvviso diventi pauroso, insicuro, nervoso, depresso. E qui assume evidenza una singolare circostanza: il non mangiare, il non bere, il non fumare, può generare angoscia. Ci sono individui i quali mangiano o comprano, non già semplicemente per mangiare o per comprare, bensì per reprimere uno stato d’animo di angoscia o di depressione. Consumano in maniera eccessiva per sottrarsi al proprio disagio. Il consumo promette loro guarigione, ed effettivamente la fondamentale condizione di depressione o di angoscia si attenua un tantino quando la brama sia soddisfatta. La maggioranza di noi potrà costatare che quando ci si sente angosciati o depressi, si è facilmente portati ad aprire il frigorifero, a mangiare o a bere qualcosa anche senza averne particolarmente voglia, offrendosi così un apparente sedativo. In altre parole: mangiare e bere in realtà può assumere assai spesso la funzione di una droga, di un tranquillante, tanto più piacevole quanto più è saporito. L’individuo depresso avverte in sé qualcosa di simile a un vuoto, come se fosse mutilato, come se gli mancasse qualcosa per poter essere attivo, come se non potesse muoversi bene in mancanza di alcunché che possa muoverlo; e se inghiotte qualcosa, può darsi che la sensazione di vuoto, di paralisi, di debolezza, lo abbandoni per qualche istante, e l’individuo avrà la sensazione di essere qualcuno, di avere qualcosa, di non essere un nulla. Ci si riempie di cose per scacciare il vuoto interiore. E’ questo l’uomo passivo, colui il quale ha la sensazione di essere ben poco e che riesce a dimenticare questa sensazione in quanto consumi e si trasformi in homo consumens.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/04/27/mangia-cammina.html?ref=search

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