QUESTI PSICANALISTI SEMBRANO MONACI ANTICHI (1984)

di S.G. repubblica.it, 26 maggio 1984

Nell’Aula Magna dell’Università statale, ospiti della facoltà di medicina, si sono riuniti ieri per il VI congresso nazionale i membri della Società psicoanalitica italiana, che compie 52 anni. Una Società in crescita, nonostante le paradossali previsioni di uno dei suoi leader carismatici, Cesare Musatti, il quale, tempo fa, disse che gli psicanalisti sono destinati a scomparire, come i palafrenieri, per l’inevitabile e progressivo impoverimento della committenza. Cesare Musatti non è presente al Congresso. Nonostante i suoi 87 anni, se n’è partito per un viaggio in Siberia. C’è, invece, attentissimo, l’altro grande maestro, il romano Servadio. E ci sono Franco Fornari, Luciana Nissim, Mauro Mancia, i bolognesi con Glauco Carloni presidente della Società, i fiorentini con la vicepresidente Stefania Manfredi, i palermitani guidati da Corrao…
E’ impossibile fare i nomi di tutti gli psicanalisti per un verso o per l’altro interessanti sul piano culturale, nazionale e internazionale. Ci sono, tra gli psicanalisti italiani, molti personaggi paragonabili ai monaci antichi: non solo perché si occupano di cose che prima di Freud erano di competenza solo dei religiosi, ma anche perché alternano, al lavoro condotto in solitudine, col paziente, lunghi spazi comunitari, di meditazione collettiva, di teorizzazione incessante sulla pratica professionale. Il Congresso nazionale costituisce solo un momento particolarmente allargato di una consuetudine al confronto e al dibattito che normalmente si esplica in sedute e seminari. Il tema prescelto, questa volta, ha un sapore terribilmente teorico e filosofico: “Il processo psicanalitico nei suoi aspetti di continuità e discontinuità”. Un tema indicato tre anni fa dal veneziano Giorgio Sacerdoti: gli pareva adattissimo a congiungere teoria e pratica. Ma molti colleghi si sono mostrati perplessi. Qualcuno è stanco delle teorizzazioni. Renato Sigurtà, per esempio, e con lui tantissimi milanesi, avrebbero preferito un tema clinico. Oggi si assiste a una crescita straordinaria di patologie come l’anoressia, la bulimia, le crisi dissociative dei giovani tra i 18 e i 20 anni: perché non parlare di quello? Ma la psicanalisi forse non sarebbe tale se non si sforzasse costantemente di trascendere il dato clinico. E il presidente Carloni, in apertura del Congresso, resa esplicita la perplessità di molti, ha dato un bell’esempio di come il tema tanto astratto può essere trattato in modo chiaro e pertinente. Verso la fine dell’Ottocento, gli emigranti napoletani, al porto, consegnavano alla moglie il capo di un gomitolo di lana che andava dipanandosi al primo allontanarsi della nave, stabilendo una continuità tra gli amati che simbolicamente avrebbe dovuto durare. Anche per gli antichi la continuità del filo significava la vita: toccava alla parca Atropo di reciderlo, causando la morte.
Ma oggi l’ottica è stata rovesciata. La continuità, l’incapacità di sopportare cesure e separazioni, la logorrea, l’inerzia sono mortifere. Mentre vitale è il fermento perenne del cambiamento. Bisognoso di analisi è chi vive in modo traumatico la separazione e il cambiamento. Il metodo analitico offre una continuità terapeutica, la sicurezza che l’analista ci sarà finché se ne avrà bisogno. Dentro questo continuo, si vive la discontinuità assistita della separatezza tra le sedute, tra una settimana e l’ altra, e il trauma delle vacanze. Fino a ritrovare stimolanti e produttive le separazioni: quelle che portano all’autonomia.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/05/26/questi-psicanalisti-sembrano-monaci-antichi.html?ref=search

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