MA CHE BRAVE PSICANALISTE. DANNO ‘RITMO’ AL PAZIENTE (1984)

di Silvia Giacomoni, repubblica.it, 27 maggio 1984

Non per arrivare, di botto, a capire quali progressi gli italiani stiano facendo nell’elaborazione teorica, e quali siano quindi le novità scientifiche da additare alla meraviglia delle genti. Ma per farsi un’idea della natura della professione, e del modo in cui essa viene oggi esercitata nel nostro paese. La cosa che più colpisce è il ruolo delle donne. Qui sono molte, sia tra il pubblico che tra i relatori. Anteo Saraval ha verificato che rappresentano ormai il 50 per cento dei candidati alla professione, e prevede che presto sopravanzeranno i maschi. La progressiva femminilizzazione della professione però non coincide, come di solito capita, con un suo decadimento. Le donne, semplicemente, qui sono brave e riconosciute come tali. Ascoltando le relazioni, si nota che le donne le dedicano più spesso al resoconto di casi clinici: gli uomini preferiscono la teoria. Le donne, quando riferiscono i casi dei pazienti, si soffermano in tutta semplicità sulle reazioni emotive che hanno provato di fronte a determinati eventi; dimostrano, a chi ancora l’ignorasse, la natura profondamente emotiva del legame che si instaura tra terapeuta e paziente; e il fatto che il terapeuta riesce a decifrare le emozioni del paziente solo se sa capire quelle che il paziente suscita in lui. Per dirla in psicoanalese, le donne sono magnifiche nell’analizzare il controtransfert. Mentre gli uomini, che sul controtransfert discettano meravigliosamente, danno spesso l’impressione di essere grati ai pazienti soprattutto se, con qualche strana nevrosi, risvegliano in loro pensieri di novità. La propensione degli uomini alla teoria, che nelle altre discipline li pone a un livello di superiorità, qui non è altrettanto premiante. Perché la psicoanalisi si gioca tra i due poli dell’affettività e della conoscenza. E forse le donne se la cavano con i miti greci, l’antropologia, la letteratura psicoanalitica internazionale e tutte le altre cose che concorrono a formare il bagaglio del perfetto analista, meglio di quanto gli uomini non padroneggino la propria emotività.

Anna Baruzzi, di Bologna, ha tenuto una relazione su “Armonia e disarmonia”. Parlava di un paziente con cui le sedute, inizialmente, parevano andare benissimo. Finché lei ha cominciato ad annoiarsi, ad aver voglia di muoversi, di sgranchirsi: in quelle sedute c’era qualcosa che non andava. Cosa? Il suo orecchio musicale le disse che era il ritmo: ogni seduta si svolgeva allo stesso ritmo della 02508 precedente, in modo monotono, automatico, privo di emozioni. Allora decise di alterarne il ritmo, di introdurre degli elementi di sorpresa, di non lasciarsi condurre dal volenteroso paziente. Il quale cominciò a parlare e sognare di balli, di passi. L’analisi era a una svolta. Emergevano le precoci vicende del paziente bambino, cui era mancato un tessuto di esperienze ritmiche e armoniose con la madre. Precoce in tutto, non era mai riuscito a “sentire”. Il ritmo è un bisogno. I bisogni hanno un ritmo. Il paziente per lungo tempo aveva imposto all’analista un suo ritmo d’ automa. L’analista riuscì a farlo entrare in un ritmo diverso, familiare, in cui si dava risposta solo ai bisogni autentici. Questa relazione ha suscitato interesse tra chi ascoltava. Molte donne sono intervenute per confermarla e arricchirla. Mentre un maschio chiedeva se anziché alterare il ritmo delle sedute non si sarebbe potuto interpretare le ragioni per cui il paziente si aspettava, e provocava, quel ritmo automatico. La crescita delle donne nella Spi pare seguire, con un certo ritardo, quella delle loro sorelle maggiori nel movimento internazionale. Prima venne Freud, poi Melanie Klein. Prima venne una psicoanalisi che si prestava anche alle interpretazioni del letterario e del sociale. Poi venne una psicoanalisi più legata alla clinica, più centrata sui bisogni del paziente. La Spi oggi va oltre. E Gaddini, già presidente della Società, ha seguito la tavola rotonda “Uno spazio diverso per il concetto di fusionalità, notando che ormai gli italiani si sono affrancati dai loro maestri stranieri; che forse si sta delineando “una via italiana alla psicoanalisi”. Contrariamente a quanto in genere si sostiene, infatti, chi parlava di fusionalità non ne dava più un’ interpretazione puramente negativa. Lydia Pallier è arrivata a dire che il modello della Klein secondo cui la vita psichica sarebbe governata da oscillazioni tra la fase schizo-paranoidea e quella depressiva dovrebbe essere ampliato ed includere la fusione. Cose difficili, da addetti ai lavori? Certo, ma costituiscono una novità, di quelle che permettono agli psicoanalisti di tenere a bada e magari guarire un numero sempre più alto di gente fino a ieri confinata tra i pazzi.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/05/27/ma-che-brave-psicanaliste-danno-ritmo-al.html?ref=search

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