Psicosartre (1984)

di Elena Guicciardi, repubblica.it, 13 giugno 1984

Jean-Paul Sartre era solito paragonare la sua opera a una grande cattedrale incompiuta. Di fatto non era riuscito a condurre a termine né la sua opera filosofica, né il ciclo romanzesco dei “cammini della libertà”, né il suo lavoro critico più impegnativo L’idiota della famiglia, dedicato a Gustave Flaubert. Dei tanti progetti da lui abbandonati restano però migliaia e migliaia di pagine inedite, che ora si stanno man mano pubblicando. A quattro anni dalla sua morte, erano già usciti due lunghi testi inediti, uno su Mallarmè, l’altro sul Tintoretto (Le sèquestrè de Venise), La mia guerra (pubblicato in Italia da Einaudi), i voluminosi Cahiers pour une morale, i due volumi delle “Lettere al Castor”. Oggi Gallimard ci riserva una notevole sorpresa, offrendoci nella sua integralità Le scènario Freud (con una prefazione di J.B. Pontalis, pagg. 580, franchi 140), di cui la rivista Obliques aveva anticipato ampi stralci nel 1981; nello stesso tempo ristampa un testo con cui è utile confrontarlo, cioè la celebre Selbstdarstellung di Freud del 1925 (Sigmund Freud prèsentè par lui-meme, nuova traduzione di Fernand Cambon, pagg. 144, franchi 58).

Sartre fu indotto casualmente ad occuparsi di Freud, che considerava un dottrinario piuttosto mediocre: l’occasione gli fu fornita dal regista John Huston, che nel 1958 gli commissionò il soggetto e la sceneggiatura per un film sul padre della psicoanalisi. Poi finì con l’appassionarsi a tal punto al personaggio, da scrivere una sceneggiatura-monstre di 900 pagine dattiloscritte, che avrebbe comportato un film di sette ore. Inevitabilmente Huston gli impose dei tagli drastici e una revisione globale del testo. Il regista invitò Sartre a casa sua, in Irlanda, per lavorare insieme alla nuova stesura; ma il progetto si arenò per via dell’incompatibilità di carattere tra i due. Sartre non amava la campagna irlandese né l’accozzaglia di oggetti precolombiani, africani, orientali, francesi, che, secondo lui, rendevano terribilmente “inautentica” la casa di Huston; il regista gli sembrava inoltre “un vecchio triste e vanesio, assolutamente incapace di intendere e di ragionare”. Del resto, non riusciva a parlare con lui per più di cinque minuti: Huston preferiva infatti andare a cavallo nella campagna circostante (indossando un curioso smoking color vermiglio). A sua volta, il regista rimproverava a Sartre di essere una vera mitragliatrice, di non lasciargli dire una parola, di aggredirlo con le sue caparbie obiezioni. Così i due giunsero alla rottura. Il film, che si risolse in un mezzo fallimento, uscì poi nel 1962, con il titolo Freud: the secret passion: la sceneggiatura era stata rimaneggiata da due specialisti, Charles Kaufmann e Wolfgang Reinhardt, senza che il nome di Sartre fosse menzionato.

Questa disavventura cinematografica non toglie nulla all’interesse del volume uscito da Gallimard, che raccoglie il soggetto e la prima versione della sceneggiatura di Sartre insieme ad alcune varianti successive. Nella presentazione, il filosofo mette immediatamente a fuoco il tema centrale del film: l’analisi del rapporto di paternità, che sarà all’origine della scoperta del complesso di Edipo, chiave di volta del sistema freudiano. Siamo a Vienna nel 1896 e il padre di Freud, Jakob, è appena morto. Sigmund, come si sa, aveva con lui un rapporto ambivalente di amore-odio. Sognava un padre che fosse una specie di Mosè, incarnazione della Legge; Jakob era invece un modesto commerciante di tessuti, sull’orlo del fallimento, un uomo mite e un po’servile, un ebreo timoroso. Nella memoria infantile del figlio si era fissata la scena in cui suo padre viene aggredito da un antisemita che gli toglie di testa il berretto con un manrovescio, obbligandolo a cedergli il passo: Jakob subisce l’insulto senza reagire. Molti anni dopo, Sigmund riscatterà quel ricordo con lo stesso gesto simbolico: con la punta del bastone spazzerà via il tubino di un dimostrante antisemita, nel corso di una manifestazione inscenata contro di lui dopo lo scandalo suscitato da una sua comunicazione alla “Società di medicina” sulle prime scoperte psicoanalitiche.

All’origine del conflitto col padre c’è però la scoperta, da parte del bambino, dei rapporti sessuali fra i genitori (la “scena primitiva”). Jakob diventa così il rivale odiato. Nel suo subcosciente, Sigmund lo accuserà perfino di aver violentato una sorellina, che all’epoca non era neppure nata. A sua volta, diventato padre, egli sognerà di violentare la propria bambina. Padri stupratori, madri puttane, figli potenzialmente parricidi: man mano che Freud si autoanalizza, per scoprire attraverso i propri fantasmi quelli degli altri, libera quelli che chiama i “vampiri”. Non senza terribili sofferenze, perché quel rimestar nel fango gli provoca atroci dubbi e lo conduce quasi sull’orlo della follia. Sartre lo descrive con occhi “da pazzo”, afflitto da tic (si mette le dita nel naso), da un disgusto quasi patologico per le prostitute, da terrori insensati (per esempio, quello di morire su un treno). Per sostituire la mancanza del padre naturale, Freud si cerca dei padri adottivi. Il primo sarà il suo maestro, Theodor Meynert, professore di psichiatria. Ma Meynert si sente tradito (e qui ritroviamo le note tesi sartriane sul destino fatale del “traditore”) perché Freud va a Parigi per seguire l’insegnamento rivoluzionario del famoso professor Charcot: al suo ritorno il Meynert lo sconfesserà pubblicamente. Si riconcilierà con l’allievo sul letto di morte, spiegandogli i motivi del ripudio: i nevrotici – e tutti gli specialisti di malattie mentali lo sono – costituiscono una setta occulta e non tollerano la rivelazione del loro “segreto” ai profani. Prima di morire, Meynert incoraggia però Freud a proseguire nelle sue ricerche, a costo di concludere “un patto col diavolo”. Il famoso medico Josef Breuer sarà il secondo “padre adottivo” di Freud. Lo aiuta materialmente con molta generosità. I due lavorano insieme fino al giorno in cui Sigmund scopre che questo altro padre gli ha nascosto certi suoi esperimenti, ha scoperto il trasfert e si è spaventato dalle conseguenze della sua scoperta. Altra rottura. Freud prosegue allora da solo le sue ricerche con l’incoraggiamento del dottor Wilhelm Fleiss, il “diavolo” preannunciato da Meynert. È Fleiss che, vincendo le sue ostinate resistenze, persuade il puritano Freud a scavare più a fondo nei misteri del sesso. La sessualità, egli dice, domina interamente la vita dell’individuo, è l’origine unica di tutte le nevrosi, controllate, inibite e somatizzate.

Freud prosegue la sua lotta stressante su molti fronti. Contro l’isolamento, perché l’università lo ripudia. Contro la moglie, che vorrebbe spingerlo verso una carriera tradizionale di medico “rispettabile”. E soprattutto contro se stesso, perché, pur convinto della verità delle proprie intuizioni, ha il terrore di scatenare i “mostri” del subcosciente. Quando, per esempio, un paziente nevrotico apparentemente mansueto, Karl von Schroeb, gli rivela sotto ipnosi la sua ossessione parricida, Freud interrompe bruscamente la cura: ha paura dei fantasmi che ha risvegliato. Per anni rinuncerà all’ipnosi, ripiegando sulle terapie usate dalla psichiatria tradizionale (bagni, elettroterapia, massaggi), in cui pure non crede. Altre figure di pazienti sono vigorosamente disegnate da Sartre. C’è Dora, che rievoca il tipico fantasma dello stupro paterno. C’è Magda, una zitella sciancata e gobba, vittima dell’autorità di un padre castratore. C’è, soprattutto, lo straordinario personaggio di Cecily von Krtner, ispirato al caso di Anna O., di cui Freud tratta nei suoi Studi sull’isteria, che ha visibilmente infiammato l’immaginazione di Sartre. Cecily (che nel film avrebbe dovuto essere interpretata da Marilyn Monroe, ma poi lo fu da Susannah York, mentre la parte di Freud venne affidata a Montgomery Clift) è un vero personaggio da romanzo. Giovane, bella, intelligente, ricca, manifesta gravissimi sintomi nevrotici intermittenti: paralisi parziale, strabismo, disturbi dell’udito, tosse isterica. Inizialmente, quando Breuer l’ha in cura, gioca con le bambole e si comporta come una bambina ritardata. Per Breuer, la ragazza è “pura come la neve”: il trauma di cui soffre sarebbe stato provocato dalla morte improvvisa di un padre molto amato, di cui Cecily ha dovuto riconoscere il cadavere all’obitorio. Freud, che asseconda l’amico e poi gli si sostituisce come terapeuta (e sarà la causa della loro rottura) intuisce però una verità ben più allucinante: scoprirà, nel corso dell’analisi, che il padre di Cecily, gran puttaniere, è morto in un bordello, dove appunto la figlia l’ha ritrovato, e che la madre era una prostituta e ballerina di quart’ordine. Naturalmente la ragazza adorava il padre e odiava la madre rivale, desiderandone la morte. Nel suo folle desiderio di sostituirla, si era perfino immaginata di essere stata violentata dal padre quando era bambina. Poi l’identificazione con la madre avviene quando Cecily scappa di casa per andare a prostituirsi. Freud la ritrova in un caffè malfamato, vestita di nero, con una scollatura indecente, truccata come una maschera: sembra uscita da un quadro di Otto Dix. Alla fine Cecily cercherà di suicidarsi gettandosi nel Danubio.

Attraverso l’esperienza di questa ragazza, Freud è sceso negli abissi infernali, ma ha riconosciuto anche la propria capacità di sondarne i misteri. La sceneggiatura di Sartre si chiude con una sequenza ambientata nel cimitero. “Mio padre è morto”, dice Sigmund sulla tomba di Jakob; “i miei padri adottivi sono sepolti con lui. Ora sono solo di fronte a me stesso e non odio più nessuno. Adesso il padre sono io”. Con la morte di Jakob, che lo ha “liberato”, finisce il periodo eroico dell’iniziazione di Freud. L’incontro di Sartre col fondatore della psicoanalisi in occasione di questo progetto abortito di film, fu fortuito, ma importante per il seguito della sua opera. Uomo “senza padre”, che diffidava dei suoi presunti “figli spirituali”, Sartre è condotto da Freud a interrogarsi sull’ambiguità del rapporto di paternità e a iniziarsi all’autoanalisi. È significativo che, dopo aver lavorato con entusiasmo a questa sceneggiatura, si mettesse a scrivere un’autobiografia rimasta ancora inedita (ne conosciamo solo il titolo: Jean sans terre, da cui deriveranno Les mots). Il tentativo di afferrare la verità di un individuo nella sua complessa totalità, che ha inizio con questo lavoro su Freud, lo condurrà a Flaubert, al gigantesco progetto dell’Idiota della famiglia, rimasto come abbiamo detto, anch’esso, purtroppo, incompiuto.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/06/13/psicosartre.html?ref=search

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