Freud e Dio (1984)

di Laura Lilli, repubblica.it, 11 novembre 1984

“Beh… sì, potrebbe anche essere una conferenza esplosiva. Ma queste sono le cose che penso. E non le pare che valga la pena di dirle, almeno di provarci? Se poi mi cacceranno… non so… comunque, un mio pamphlet che approfondisce i temi della conferenza l’ho mandato al cardinale Martini, a Milano. Sa, sono milanese, a lungo suo diocesano… Al cardinale Ballestrero no, non l’ho mandato, perché non lo conosco”. Il cardinale Ballestrero è il vescovo di Torino, ed è a Torino che due giorni fa Leonardo Ancona, psichiatra, psicoanalista, direttore dell’Istituto di Psicologia clinica e psichiatrica dell’Università cattolica di Roma, ha inaugurato il ciclo dei venerdì letterari con una conferenza dal titolo Psicoanalisi e religione si interrogano, che in questi giorni sta ripetendo a Milano, Firenze, Roma e Bari. La ragione di questo porsi fronte a fronte è la necessità (“io direi l’urgenza”) di conoscersi per rispettarsi, dissipando antiche diffidenze e, forse, attenuando moderne angosce.

“Sono due sfere distinte, capisce? Come la ginecologia e la morale: nessuno dice che la ginecologia va contro la morale perché i ginecologi vedono i genitali delle donne”. Il tema è intrigante, in modo particolare oggi, che la Chiesa cattolica sembra riprendere le distanze da quel mondo del sapere laico a cui, dopo il Concilio, sembrava essersi in parte aperta. Tanto che Paolo VI, nel ’74 “affermò esplicitamente”, dice Ancona, “di avere stima di questa ormai celebre corrente di studi antropologici, la psicoanalisi… E nell’enciclica sul celibato sacerdotale faceva esplicito riferimento alla necessità di un aiuto psicologico ai sacerdoti in difficoltà, e non vi è dubbio che vi è ammesso il ricorso alla terapia psicoanalitica”.

“Ma non è sempre stato così…”. “Ah, no di certo. Basta pensare che il Bollettino del Clero Romano definisce “peccato mortale” l’adesione alla prassi psicoanalitica”. Da allora molti passi avanti sono stati compiuti, ma le diffidenze restano forti. Leonardo Ancona, allievo di Agostino Gemelli, ha intrapreso le vie della psicoanalisi malgrado il maestro, il quale “fino all’ultimo non accettava la parola “psicoanalisi”, che io stavo attento a non pronunciare, anche se invece accettava i miei scritti e il mio lessico”, e ha vissuto a lungo in un disagio psicologico simile a quello di certi preti spretati, respinti dalla Chiesa e dal pensiero laico. Era un senza patria. Perché va detto che anche le diffidenze della psicoanalisi nei confronti della religione sono state fortissime: basta citare, come fa lo stesso Ancona, la frase di Freud in Mosè il suo popolo e la religione monoteistica (1938): “La Chiesa cattolica… la nemica implacabile della libertà di pensiero e del progresso verso la conoscenza della verità”. Ormai anche su questo versante le cose si sono evolute: nello stesso Freud, dice ancora Ancona “io rintraccio, insieme alla diffidenza nei confronti della religione, una grande ammirazione per coloro che credono, per San Francesco… è questo il contenuto del pamphlet che ho mandato al cardinale Martini. E, personalmente, dal ’75 ormai sono membro della Società di Psicoanalisi italiana e internazionale, anche se non mi è stato facile entrare”.

Il ’75 è meno di dieci anni fa. Certo, da allora, i reciproci sospetti non si sono dileguati del tutto. Addirittura, da parte della Chiesa c’è un irrigidimento. Ancona cita l’attuale papa che ha chiamato Freud “maestro del sospetto”, con Marx e Nietzsche. In realtà, con la sua conferenza Leonardo Ancona mette per la prima volta in piazza lo “scandalo” di un cattolico che pratica la psicoanalisi: e il fatto che abbia mandato in anticipo il suo saggio al cardinale milanese fa della vicenda una sorta di “caso”. Sono bombe silenziose, ma il “bang” risuona in profondità.

“Professor Ancona, come concilia lei il peccato col senso di colpa, come vede il rapporto tra confessione e seduta psicoanalitica?”.

“Andiamo per ordine. Cominciamo dal peccato: che è diversissimo dal senso di colpa. Il peccato è una trasgressione nel legame amoroso con Dio. Il resto sono balle. Il fatto di essere schiacciati dal senso di colpa è diverso dal rimorso. Il primo immiserisce la personalità, la richiude in se stessa: il secondo la espande, ci apre verso gli altri. Che molti vadano a fare la confessione per liberarsi da un senso di colpa nevrotico è un fatto. Ed è un fatto anche che molti sacerdoti hanno un senso di colpa, sono dei nevrotici ossessivi e confessano per questo: ma non per questo la confessione è un rituale assolutorio…”.

“Non lo è sempre?”.

“No. La confessione è un sacramento che può contenere un rituale assolutorio, se chi vi fa ricorso lo fa per liberarsi da un senso di colpa nevrotico, così come altri si lavano continuamente le mani. Vede, c’è anche da dire che il concetto cattolico di morale è sbagliato. E’ nevrotico. Nasce nel quattordicesimo secolo, tra guerre, tensioni, pestilenze. Ricorda Il settimo sigillo? Ecco, così era l’Europa. Cadde su di essa una cappa nevrotica, e la morale venne fatta in termini di trasgressione: “non” fare questo, “non” fare quello… San Paolo aveva detto: guardate che è la legge che crea il peccato. Invece la Legge prevalse, e fu allora che si cominciarono a fare le confessioni sui dieci Comandamenti. Non era stato così fino a quel tempo. Il comandamento di San Paolo era stato: siate allegri, gioiosi. Secondo San Francesco il Signore andava amato in letizia. Viceversa ancora oggi la Chiesa è in preda ad una morale causidica, per cui nella confessione si chiede quante volte si è trasgredito, arrivando a paradossi come quello che, se in tempo di digiuno stretto si sono fatti più di due pasti, si è esentati dal digiuno perché ormai si è in peccato”.

“E’ come la storia che gli ebrei sono destinati all’inferno fin dal momento in cui nascono, a prescindere da quale sarà la loro vita: anzi, in passato, visto che erano irrimediabilmente in peccato, potevano trafficare col peccaminoso denaro”.

“Eh, più o meno. La Chiesa ha dimenticato la gioia di vivere. Eppure potrebbe non essere così. Io mi rifaccio all’opera di un sacerdote domenicano, padre Plè, il quale ha scritto un testo di morale mai sconfessato, Par devoir ou par plaisir… E’ da stupidi pensare ad una inconciliabilità tra il corpo e l’anima”.

“Cos’ è l’anima, per lei?”.

“E’ il principio informatore della materia. Aristotele lo aveva detto: nella statua c’è il marmo, ma c’è anche l’idea dell’artista. Io parlo di “mente”. L’anima è una categoria tecnica. E badi bene che non vado lontano quanto Franco Fornari, il quale non fa che parlare di anima, dice che bisogna cercarla. Io parlo di psiche. Che non è solo il cervello, il sistema nervoso. Noi siamo entità pensanti che hanno anche un corpo; ma non è detto che l’uno sia l’altra. Come diceva Aristotele: l’idea dell’artista non è il marmo e nemmeno lo scalpello”.

“Aristotele è molto antico…”.

“E allora? Ma non sconfiniamo nella filosofia. Io dico: il teologo non si trasformi in scientista, e lo psicoanalista non teologizzi. La psicoanalisi è neutra, come il bisturi: è uno strumento. La religione è una realtà altra. Vorrei spiegarmi con un esempio: la Fata Morgana. Un viandante nel deserto vede il miraggio dell’acqua a causa della sete e della fatica. L’acqua non c’è. Ma questo non ci autorizza a dire che in natura l’acqua non esista. Essa non è dunque solo una proiezione dell’assetato: anzi, direi il contrario, che cioè forse proprio la visione in sé è una prova dell’esistenza dell’acqua”.

“Perché il mandante già la conosce?”.

“No: anche se non la conoscesse la vedrebbe, perché i suoi tessuti ne avrebbero bisogno, e proverebbe sete”.

“Ma non può esistere un essere umano che non abbia mai avuto esperienza dell’acqua”.

“E’ il vecchio dilemma natura-cultura dal quale nessuno ancora è mai uscito. E la mia è solo una conferenza”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/11/11/freud-dio.html?ref=search

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