SUL DIVANO DELL’ANALISTA AI PAZIENTI PIACE JUNG (1984)

di Silvia Giacomoni, repubblica.it, 25 novembre 1984 

La si sentiva chiaramente, la mancanza di Francesco Caracciolo al quarto convegno nazionale del Centro italiano di psicologia analitica che si è inaugurato ieri alle Stelline. Quando l’ allievo prescelto ha terminato di leggere la relazione introduttiva scritta dal maestro junghiano già gravemente malato – è morto il 16 scorso – la sua voce era scossa dai singhiozzi e nell’aula stipata molti erano i volti rigati di lacrime. Ma chi sono gli analisti del Cipa? Cosa rappresentano entro la complessa geografia della psicologia del profondo, e in particolare nell’ ambito dell’ articolato movimento junghiano? A un primo impatto, colpiscono l’ occhio per le lanette stampate, le barbe ben tenute, gli scialli a fiori: una cert’aria di borghesia svizzera. Infatti, essi sono, molto più dei colleghi dell’Aipa – l’Associazione da cui si staccarono nel ’65 alla morte di Ernst Bernhardt, il fondatore del movimento italiano – legati all’Istituto Jung di Zurigo. Dice Luigi Zoja che come molti ha fatto lì il suo apprendistato di sei anni: “Oltre all’ Istituto, coi suoi corsi e l’ analisi didattica, ho frequentato la Clinica. Jung ha avuto un’esperienza psichiatrica sul piano clinico molto più profonda di Freud, e siamo teoricamente più attrezzati dei freudiani per la cura delle psicosi”.

Il riferimento di Zoja a Freud non è polemico: anzi. La cosa che maggiormente colpisce, a questo convegno, è lo spirito di obiettiva curiosità e interesse con cui si parla di Freud e di freudiani come Fornari, Melanie Klein, Norman Brown. Tutto il contrario di quel che capita ai convegni freudiani, dove il solo capace di citare Jung come un maestro pare sia ancora Cesare Musatti. E’ naturale: Jung fu allievo di Freud e poi se ne distaccò. Gli junghiani considerano il fondatore viennese come un nonno, e lo svizzero come un padre. L’amore per l’uno non accieca contro l’altro. Chi è abituato a definire gli junghiani in opposizione ai freudiani, a questo convegno è costretto a rivedere le sue posizioni, che si rivelano semplici luoghi comuni. Per esempio: si dice spesso che, contrariamente ai freudiani, gli junghiani non danno importanza al setting, cioè alle regole che presiedono quello strano incontro che è il rapporto analista-analizzato. Che gli junghiani hanno una formazione facilissima, ben diversa da quella rigida dei freudiani. Mentre, insomma, la caricatura del freudiano è quella dello “strizzacervelli” privo di ironia che ci trasmettono i film americani, l’immagine popolare dello junghiano ha più del cartomante che dello scienziato. Come mai girano queste convinzioni, quando la formazione dura sei anni, e il setting è serissimo tanto che – ce ne parla Paola Carducci – nelle psicoterapie infantili esso è rappresentato, come spazio protetto ma limitato che l’analista offre al paziente, dal contenitore di sabbia entro cui gioca il bambino? Il fatto è, dice Marco Romano, che “Jung attira molto proprio perché insiste sul tema della creatività”. Quindi molti sono gli junghiani che esercitano la professione senza fare parte né del Cipa né dell’ Aipa, ma come liberi battitori. Alcuni di loro, come Silvia Montefoschi, sono notissimi: la loro libertà viene estesa, in chiave dubitativa, sull’intero movimento.

Proprio perché insistono sulla creatività, sono poco presenti nelle istituzioni e nell’Università, favoriscono la differenziazione dell’individuo dal collettivo, gli analisti junghiani sono oggi in grande crescita. Nel Cipa ai 27 membri di Milano e 20 di Roma si aggiungono oggi almeno 60 candidati. Mentre un centinaio sono gli aderenti all’ Aipa, e forse il doppio i “liberi battitori”. Per le stesse ragioni, spiega Basilio Reale, si assiste oggi a un grande interesse della sinistra per lo junghismo, che un tempo considerava fascista. “Da quando son tornato da Zurigo”, dice Zoja, “ho una clientela di ex impegnati con problematiche più esistenziali che cliniche”. E Mariella Loriga, esponente autorevole dell’Aipa, dà la chiave per capire il fondamentale fascino che su questo tipo di persone può avere Jung, spiegando: “Lo junghiano non vede la nevrosi come malattia da guarire, ma come occasione che ti offre la vita per capire te stesso”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/11/25/sul-divano-dell-analista-ai-pazienti-piace.html

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