Chiusano: “E Rilke le disse tutto” (1985)

di Italo A. Chiusano, repubblica.it, 11 maggio 1985

Rilke è stato uno degli autori prediletti dei nostri padri, che lo tradussero (e intesero) per lo più in uno stile floreale di derivazione dannunziana. Corifeo di quel culto, il generoso, un po’ incontrollato Vincenzo Errante. Di Lou Andreas-Salomè, figlia di un generale zarista, spavalda e intelligentissima cosmopolita, scrittrice (ottima) in lingua tedesca, gli italiani per molto tempo non hanno saputo nulla di diretto. Ne avevano scritto la Mazzucchetti, Leone Traverso, Giorgio Zampa. Ma traduzioni niente. Poi, dopo il 1975, un profluvio: scritti autobiografici, saggi psicanalitici, il libro su Nietzsche. Intanto Mondadori aveva ripubblicato nel 1977 una biografia di lei (H.F. Peters, Mia sorella mia sposa) che nel 1962 era passata quasi in penombra presso un altro editore. Così, finalmente, si aveva una certa informazione. Restava, forse determinante, la Lou vistosamente reinventata e trasgressiva del film di Liliana Cavani (Al di là del bene e del male). Ma emergeva un’altra Lou, quella vera, che in fondo non era meno interessante. In attesa di leggere in italiano anche qualcuno dei suoi romanzi e racconti (ne varrebbe la pena, dicono gli esperti), avanzava in primo piano soprattutto la grande ed esperta amatrice che aveva fatto impazzire di desiderio Nietzsche e il futuro marito, l’orientalista Andreas, Hauptmann e Wedekind, ch’era stata la madre-maestra (non solo in erotismo) di Rainer Maria Rilke, che aveva conosciuto assai bene Freud, tanto da diventare una delle sue prime e più valide allieve e praticanti dal 1912 alla morte (1937).

L’editrice La Tartaruga ci presenta l’Epistolario intercorso dal 1897 al 1926 (anno della morte di Rilke) tra lo stesso Rilke e Lou (curatore Ernest Pfeiffer, traduzione di Claudio Groff e Paola Maria Filippi, pagg. 380, lire 35.000). Sappiamo di aver di fronte due enormi personaggi (peso l’aggettivo, poi sospirando lo ribadisco: enormi), entrambi scrittori di grande capacità, lei più sul versante dell’indagine, lui vate e veggente con cadute in un kitsch quasi infame, agli inizi, ma via via assurto a un’intelligenza dell’intuire, più che del riflettere, che presto toccherà le vette. Sappiamo che per alcuni anni (1897-1900) i due furono amanti, e nel senso un po’ torbido che è un rapporto tra un giovane inesperto e molto ansioso (nel 1897 Rilke aveva ventidue anni) e una donna sposata e già parecchio vissuta (Lou, a quel tempo, di anni ne aveva trentasei). Sappiamo ancora che tra gli scritti freudiani di Lou ci sono titoli come Anale e sessuale, La materia erotica, Psicosessualità, L’erotismo. Bene, dirà il goloso, questo scambio di lettere me lo leggo. Il goloso, se lo è anche di buona letteratura e di acume psichico, le legga davvero queste pagine, perché gli daranno molto. Ma non speri di trovarci nulla che assomigli allo stuzzicante. In questo senso l’epistolario Rainer-Lou è una delusione. Ma che splendida delusione! Anche sul piano dei sentimenti. Di epistolari arroventati tra amanti se ne conoscono a montagne. Raramente reggono bene. Spesso sono imbarazzanti, sgraziati, retorici. Com’è raro invece uno scambio di messaggi tra un uomo e una donna che si sono totalmente amati e che continuano, per quasi tre decenni, a confidarsi, a darsi aiuto e illuminazione, a godere delle relative personalità e capacità ed esperienze. Insomma, l’amicizia è rara; quella tra uomo e donna dicono che non esista nemmeno. Queste pagine ne sono una smentita. L’amicizia, qui, è la sostanza, lo charme, il tessuto connettivo. Solo all’inizio c’è un po’ di vagheggiamento amoroso. Ma è poca roba, e non della migliore. Poi comincia il rapporto tra amico e amica (ma non nel senso appiccicoso che usava D’Annunzio), tra maestra sempre più brava e comprensiva, e allievo sempre più geniale e ispirato. Lou capisce Rilke a fondo, nella sua grandezza e nella sua miseria. Anche senza Freud e prima di Freud, essa era già una psicologa formidabile; ma sostenuta da una fortissima carica di amore nel senso di benevolenza, accettazione, tenerezza. Del resto, Rilke non è avaro di materiale indiziario su se stesso. Oltrepassando spesso la frontiera della discrezione, bambino narcisista e vittimista qual è, sciorina su un enorme prato tutti i suoi panni sporchi o macchiati di sangue e di pus: malattie grandi e piccine, nevrosi quasi tutte macroscopiche, rapporti difficili con la moglie, la madre, gli amici, le donne (ma non cade mai nel pettegolo e meno ancora nel maligno: in confronto ad altri epistolografi Rilke è “un gran signore”), incubi e allucinazioni degni di Dostoevskij e di Kafka, indecisioni di un amletismo irritante, lunatici rapporti di attrazione e di rifiuto verso gli stessi luoghi (ad esempio Parigi), curiosità vogliosa per la psicanalisi e poi fuga da essa per timore di perdere, coi propri complessi, anche la propria genialità (e Lou approva, forse dubitando che, in un nevropatico così incallito, l’analisi possa ancora far qualcosa).

In queste lettere di Rilke ci sono vere gemme da antologia, in parte effettivamente passate in opere letterarie, come il ritratto della figlioletta Ruth, la lezione artistica e morale venutagli da Rodin, la veduta-visione di Avignone e di Les Baux, certi apprezzamenti felicissimi su Proust e Valèry, il ritratto del castello di Muzot e del paesaggio circostante; e, forse il meglio in assoluto (18 luglio 1903), la descrizione di un’angoscia interiore che si rispecchia in alcuni personaggi da corte dei miracoli visti a Parigi. Qui c’è già tutto il Malte Laurids Brigge, con qualcosa di ancora più sanguinante e diretto, e c’è già tantissimo Kafka, quel Kafka che allora aveva appena vent’anni. Alla fine, qualcosa che non si oserebbe inventare per due personaggi di romanzo, tanto sa di chiusura gloriosamente costruita, sia nell’apoteosi che nella tragedia. Nel 1912, al castello di Duino, Rilke inizia la composizione di quel ciclo di elegie di cui sa che saranno il meglio della sua opera. Poi l’aridità lo blocca per anni. Si dice perché lo spettacolo della guerra lo paralizzò. Vero, ma è altrettanto vero che già prima del conflitto (vedi la lettera dell’8 giugno 1914) Rilke è in pieno collasso psico-nervoso. Passano gli anni delle stragi, delle rivoluzioni, della fame. E un giorno, nel castello elvetico di Muzot, le elegie si ridestano e in pochi giorni vengono messe in carta. Ma l’onda creativa è tale che l’autore scrive anche i cinquantacinque Sonetti a Orfeo. E’ il febbraio 1922. Giorni memorabili, ma anche per il rapporto Rilke-Lou. Chi non ha letto le epistole che questa donna materna e in qualche modo sempre amante scrive al suo Rainer dopo aver appreso la grande notizia e letto quelle composizioni, non sa che cosa sia gioia altruistica, felicità allo stato puro per la grande realizzazione e liberazione di una persona cara. Poi la morte di lui, preceduta da malattie e angosce sopportate con pazienza proprio perché il regalo del febbraio 1922 era stato troppo grande per dimenticarlo. E’ patetico come Lou, per quest’unica volta, cerchi di aiutare Rainer col linguaggio più canonico della psicanalisi, parlandogli di pene, di fase orale, di fase anale. Rilke non si difende. Finalmente sobrio e senza lagni, dichiara a pochi giorni dalla morte la propria condizione senza speranza (“Gli inferni… Da dove trarre coraggio?”). Poi muore, mentre Lou continua per qualche giorno a scrivergli “alla cieca”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/05/11/rilke-le-disse-tutto.html?ref=search

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