Freud e la poesia: “Metti il libro sul lettino” (1985)

di Irene Bignardi, repubblica.it, 27 giugno 1985

Lo sottoscrive? “I poeti sono preziosi nostri alleati, e la loro testimonianza deve essere presa in seria considerazione; di solito sono una quantità di cose tra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta”. Lo diceva quasi un secolo fa il dottor Freud. Professor Carloni.
Glauco Carloni, marchigiano, innamorato di Giacomo Leopardi e persino di suo padre Monaldo, bolognese per adozione e per semplicità, presidente della Società Psicoanalistica Italiana, sottoscrive. Da sempre attentissimo ai problemi del linguaggio (ha dedicato un saggio alle “parole” della psicoanalisi, alla “forma” dell’intervento analitico che “deve avvalersi in buona misura, o scientemente non avvalersi, degli artifici della retorica, della mediazione della metafora e dell’ arte della poesia”, appassionato di cinema, particolarmente sensibile, confessa, agli aspetti letterari della psicoanalisi, e oltre tutto il resto sovrastato, nel suo bellissimo studio bolognese, da un bianco calco della Gradiva, non potrebbe essere più d’accordo con Freud. Con una relazione sulla fiaba, e una tirata d’orecchi a Bruno Bettelheim e alla sua “semplicistica” lettura di Cappuccetto rosso (“c’ era bisogno di uno psicoanalista per stabilire che Cappuccetto rosso vuole insegnare alle bambine a non rispondere per strada a pericolosi sconosciuti che potrebbero sedurle e abbandonarle? Quello lo dice anche Perrault…”) sarà proprio Carloni ad aprire il convegno Letteratura e Psicoanalisi che si inaugura venerdì prossimo ad Ancona, al Palazzo degli Anziani, organizzato dal Comune sotto la direzione di Enzo Morpurgo e con la collaborazione di Psicoterapia critica. Un convegno a cui partecipa il fior fior della psicoanalisi italiana, qualche scienziato (come Silvio Ceccato), qualche filosofo e letterato, e in cui si parlerà del “narrativo come categoria psicoanalistica”, del “doppio nella letteratura romantica”, delle misteriose grotte di Passaggio in India, del “segreto della camera chiusa ovvero del paradosso della scrittura”, della scissione dell’Io, di Sharazade…
Insomma, della parentela strettissima che è sempre esistita tra psicoanalisi e letteratura, così vicine forse perché si dividono il territorio della parola e del racconto… Lo posso dire, professore?
“Io no, ma lei lo può dire”.
E perché questo convegno proprio oggi?
“Già, come mai non ci abbiamo pensato prima? Anzi, ne faremo un altro a dicembre, a Trieste, che si chiamerà La psicoanalisi, un bilancio storico in cui si parlerà di cultura, di cinema, di letteratura… Si parlerà di nuovo, insomma, di quei rapporti tra psicoanalisi e letteratura che sono sempre stati molto stretti fin dai tempi di quelle “incursioni” (apparenti) fuori dal suo territorio compiute da Freud con i saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio. Freud ha sempre sostenuto che i poeti – Omero, Shakespeare, Goethe, Dante, ma anche altri suoi amori letterari in cui oggi quasi sicuramente non ci riconosceremmo – avevano intuito verità psicologiche a cui noi arriviamo solo con sforzo, con pena, con la fatica del ragionamento. Oggi si discute persino se il trattamento psicoanalitico debba essere considerato una scienza o una forma d’arte, perché ambedue queste componenti confluiscono nel nostro lavoro. Che la componente scientifica sia necessaria, è ovvio. Ma per i pazienti è importante anche quello che riusciamo a fare di creativo con ciascuno di loro: non con l’applicazione stereotipa di un metodo, ma con l’invenzione che nasce dall’interno della relazione psicoanalista paziente. Insomma, con il nostro sforzo di fargli arrivare il nostro aiuto sotto forma verbale. E in questo sforzo, non è come se si esprimesse una valenza artistica o letteraria…?”
Un rapporto, quello ormai antico tra psicoanalisi e letteratura, in cui è difficile dire chi ha dato e chi ha preso di più.
“L’ambiente letterario e artistico italiano è stato molto ospitale nei confronti della psicoanalisi. Mentre la scienza la guardava con sospetto, forse perché la psicoanalisi non può dare la prova di tutto, agli artisti è piaciuta, forse perché gli strumenti che la psicoanalisi usa – l’intuito e l’empatia, cioè la capacità di sentire con gli altri – sono gli stessi adoperati dall’artista. Molti letterati italiani sono stati entusiasti sostenitori della psicoanalisi: da Gadda a quel sublime nevrotico di Saba, che è stato un lettore di Freud, che è stato in analisi… Anche se bisogna dire che le poesie che hanno accompagnato la sua analisi sono roba da poco, in confronto a quelle scritte prima o dopo”.
Freud si era preoccupato che l’analisi potesse inaridire la vena creativa. E un quesito tutt’ora irrisolto è se la nevrosi sia un ingrediente prezioso e necessario della creatività, o invece la paralizzi. Si affaccia insomma la domanda se a un artista convenga o meno entrare in analisi…
“Forse all’artista non conviene, perché quando si è impegnati in quel lavoro di autocritica che è l’analisi, si può perdere la voglia di raccontare, di stupire, di piacere, si è tutti tesi a conoscere, e spesso non si sente più il bisogno di creare. Ma all’uomo fa certo bene…”
…E viene voglia di chiedere se la scrittura letteraria possa fungere da terapia…
“Al fine di un’analisi come la intendiamo noi, no. Ma come operazione autoterapeutica, sì. Chi riesce a esprimere quello che sente, ha già fatto metà del lavoro”.
E l’altra metà del lavoro lo psicoanalista lo può fare sul testo letterario?
“Qualcuno ci ha provato. Ma secondo me non si può fare, a rischio di scivolare nel “lacanismo”. Manca il rapporto a due: non c’è l’altro, nella sua completezza. Ci sono solo le parole. Ora il terapeuta ha bisogno di tutti i segni della comunicazione, dei gesti, della componente affettiva, che entra sempre in ogni rapporto”.
Gadda, Saba, Svevo, Debenedetti; e poi Moravia, Berto, Ottieri – giusto per restare tra gli italiani – sapevano e sanno di psicoanalisi. Ma chi è più interessante, per lo psicoanalista: lo scrittore che sa di Freud o lo scrittore che per ragioni di epoca o di storia personale non sa di Freud?
“A parte la necessaria osservazione che spesso i moderni credono di conoscere Freud e fanno delle gaffe tremende – confondendo magari Tilhelm Reich con Theodor Reik, accomunando Adler a Jung – a parte il fatto che i moderni che “sanno” cercano, forse involontariamente, di far quadrare gli elementi forzandoli; a parte il fatto che mi pare significativo che quasi nessuno psicoanalista abbia avuto voglia di mettersi a scrivere romanzi, forse perché non riuscirebbe ad avere la libertà di invenzione della scrittura, condizionato com’è dalla esigenza di far coincidere le cose che racconta con quelle che sa, be’ , personalmente trovo più interessanti e illuminanti i letterati che sono arrivati a delle scoperte psicologiche senza conoscere, o conoscendo appena Freud. Primo fra tutti Kafka: La Metamorfosi, per esempio; è la rappresentazione stupefacentemente perfetta di quello che accade quando una persona diventa schizofrenica, comprese le reazioni dei familiari a questa trasformazione patologica”.
Un altro esempio, di cui si parla meno, è Pirandello.
“Per lui ho una debolezza personale. Pirandello ha studiato con grande sottigliezza la divisione dell’Io, le motivazioni meno nobili dei nostri comportamenti, la capacità degli esseri umani di presentarsi diversamente a seconda dell’ interlocutore”.
Ma potremmo andare più indietro. A Dante…
“…e al suo viaggio di autoconoscenza all’interno della colpa e della redenzione. Oppure a quel nevrotico ossessivo di Alessandro Manzoni, che, ovviamente senza conoscere Freud, ha individuato con estrema precisione il meccanismo dei sogni. Si ricorda quando Don Rodrigo sogna di trovarsi in una chiesa, in mezzo a una folla, e di avvertire dolore per la pressione dell’elsa di una spada contro il suo corpo, e poi si sveglia e si rende conto che quella pressione dolorosa nasce da un bubbone della peste che – scopre in quel momento – lo ha contagiato?”.
Ma anche la letteratura più modesta può avere intuizioni clamorose.
“Mi vengono in mente, a caso, un racconto di De Amicis, Carmela, e un romanzo di Salgari di cui non ricordo neanche più il titolo per la buona ragione che l’ho letto quando avevo dodici anni. Nel primo una ragazza ha subìto un trauma – forse una violenza – e per farla guarire la costringono a rivivere la situazione che l’ ha prodotto. Lo stesso in Salgari: c’è una lady malata di mente, e per guarirla riproducono il trauma che ha determinato il male…”.
A proposito della ricerca di questo “segreto” che Freud ha parlato di parentela tra il “delinquente e l’isterico”, ed è questo processo di ricerca che ha fatto vedere a molti una parentela tra l’indagine psicoanalitica e il romanzo giallo…
“Finchè Freud ha pensato che fosse sufficiente la ricerca del trauma originario per determinare la guarigione, finché la psicoanalisi è rimasta soprattutto un’esplorazione della psiche, si poteva forse accostare, avventurosamente ma legittimamente, questa indagine-nella-mente all’indagine poliziesca, alla ricerca del delitto. Ricorda La soluzione del sette per cento, il confronto a Vienna tra Freud e Sherlock Holmes? Ma poi Freud scoprì che quello che faceva scattare la guarigione era il transfert, diciamo pure il sentimento amoroso che il paziente sviluppa per l’analista, e che l’esplorazione era soprattutto un metodo per favorire lo sviluppo di questo sentimento. E in questa visione meno primitiva della psicoanalisi, l’accostamento con il giallo non mi sembra più legittimo”.
Professore, permetta l’impertinenza: potremmo attendere, la psicoanalisi romanzo giallo ma come romanzo rosa?
“Anche gli psicoanalisti sanno ridere…”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/06/27/metti-il-libro-sul-lettino.html

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