Filippini: “I maghi parlanti”(1985)

di Enrico Filippini, repubblica.it, 2 luglio 1985

Domenica mattina Piero Bellanova, uno dei grandi “seniores” della psicoanalisi italiana, ha concluso i lavori del convegno organizzato da Enzo Morpurgo su Letteratura e psicoanalisi, annunciato giovedì scorso su queste pagine con un’intervista al Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Glauco Carloni. La relazione di Bellanova s’intitolava: Analisi di un quadro: ciò che il pittore non sa, e si riferiva a un quadro di Sironi, La prigioniera, dove, contro le intenzioni dell’artista, l’immagine significativa pare rifugiarsi in una zona impropria o inattesa del dipinto, aprendo la via a una complessa interpretazione, che sfortunatamente non posso riassumere qui. Ma la premessa di Bellanova può servire a ricordare una cosa ovvia e insieme spesso dimenticata: la psicoanalisi nasce quasi insieme alle arti della contemporaneità: in particolare al cinema e alla letteratura di avanguardia – col naturale rinvio alle “libere associazioni” analitiche e, per esempio, alle “parole in libertà” del Futurismo o alla “scrittura automatica” del Surrealismo.
Verso la fine dell’Ottocento, infatti, un medico ebreo di Vienna, che versava in complesse difficoltà personali, sociali e professionali, e che era intimamente insoddisfatto dei suoi studi sull’isteria e sull’afasia, nonché delle scienze neurologiche del tempo, ebbe la geniale intuizione di filtrare tutta la grande crisi europea di fine secolo attraverso l’analisi dei suoi sogni, dischiudendo un campo di ricerca sterminato, di cui non si vede ancora il limite finale. In fin dei conti, l’analisi che cos’è? Basterà la risposta più elementare: sul piano pratico è una terapia; sul piano teorico è la teoria di questa terapia, cioè di una cura attraverso la parola. La parola, e nient’altro, è l’oggetto della psicoanalisi. Anzi, a un certo momento Freud pensò che tutta la cura consistesse nel ricollocare la parola “giusta” e insieme “perduta” al posto del sintomo nevrotico, anche se nella pratica le cose sono un po’più complicate. E addirittura Freud pensò anche che la cura consistesse nel restituire alla parola quella straordinaria forza “magica” che generalmente viene attribuita alla poesia.
Basterebbe questo a stabilire un’intima relazione tra la psicoanalisi e la letteratura, che è un’attività molto più antica della prima. Ma va aggiunto che, come ognuno sa, la letteratura fu un campo di esperienza a cui Freud fece costantemente ricorso, quasi come a un’immensa psicoanalisi dell’umanità, non soltanto nella famosissima Gradiva, dove un’opera letteraria (un romanzo di Wilhelm Jensen) viene usata quasi come un modello teorico del delirio, ma anche in altri numerosi scritti. Oltretutto la letteratura serviva a Freud per dirompere gli schemi interpretativi della scienza del suo tempo, che era fondamentalmente una scienza naturale e naturalistica. Si può dunque essere d’accordo quando Francesco Corrao, nella sua relazione di apertura del convegno, in certo modo radicalizzava la “letterarietà” della procedura analitica: il campo analitico appare, oltre che come un complesso fantastico e semiologico, come una narrazione. E’ narrazione il discorso del paziente, è narrazione l’interpretazione dell’analista (si potrebbe dire che è una contronarrazione), hanno struttura narrativa i materiali dell’analisi (per esempio i sogni), hanno struttura narrativa i modelli teorici usati per interpretarli (per esempio il mito di Edipo), in modo narrativo si costituisce il mondo per il bambino (“papà, racconta”), e infine è un narratore Freud, non solo quando espone i suoi celebri casi clinici, ma soprattutto quando pone mano a grandi costruzioni mitico-teoriche come Totem e tabù o Mosè e il monoteismo. (Un relatore suggeriva che in fondo la psicoanalisi è un “racconto ebraico”, ed è un suggerimento che sarebbe interessante sviluppare). Purtroppo, in una fase abbastanza primitiva della psicoanalisi e in una fase abbastanza tardiva della teoria letteraria, questo dato di fatto propiziò un atteggiamento interpretativo al tempo stesso suggestivo e, nonché sterile, arbitrario.
Forse rifacendosi al testo freudiano su Un ricordo di infanzia di Leonardo da Vinci, psicoanalisi e critica letteraria si accinsero a psicoanalizzare quasi tutto: da Dante a Dostoevskij a Proust, quasi nessun autore si è sottratto alla “psicocritica” dei suoi personaggi e, quindi, alla psicocritica dell’autore stesso, generando un profondo senso di noia e di futilità. Oggi, come vari relatori hanno sottolineato (per esempio Eugenio Gaburri e Lucio Russo), siamo lontani da una simile atmosfera, che in fondo è poi la stessa atmosfera in cui bagna la psicoanalisi volgare, quella dei settimanali per signora e persino quella di una certa cultura femminista. Per indicare sommariamente questa lontananza, basterebbe citare il famoso seminario di Jacques Lacan sulla Lettera rubata di Edgar Allan Poe, dove il racconto è assunto come modello strutturale dell’automatismo di ripetizione o “coazione a ripetere”, e dove dunque lo scopo non è più di psicoanalizzare nessuno.
In altre parole, con l’andar del tempo e col venir meno di certe pretese imperialistiche della psicoanalisi, si ricrea un terreno favorevole a un incontro tra discipline, che ne aggregano anche altre: la filosofia, l’antropologia, la linguistica, le nuove logiche, l’epistemologia. Terreno estremamente friabile, enormemente problematico, investito da un moto browniano che potrà rivelarsi molto fecondo. Ecco qui, forse, la ragione profonda del convegno. Sfortunatamente, non si è trattato di uno di quei bei convegni in cui un gruppo di scienziati adeguatamente finanziati si riunisce in un’amena località e con tutta calma discute per otto o dieci giorni due o tre relazioni sulle ultime novità della fisica teorica. Si è trattato di un convegno affollato, denso, non abbracciabile con un solo sguardo e quindi difficile da raccontare. Sarà tanto registrarne qualche suggestione.
Si potrebbe cominciare dallo scenario profilato da Mario Galzigna, giovane studioso foucaultiano, dove ci si rifà all’epoca in cui, caduto Napoleone, “tutti i regni reali ritagliarono l’Europa, e della porpora di Cesare si fecero un abito di Arlecchino”, e in cui una “gioventù pensierosa” “si sedette sopra un mondo in rovina” (De Musset): alla lontana, è l’habitat storico e psico-sociologico in cui si comincia a percepire, se non la psicoanalisi, un’esigenza di psicoanalisi. O si potrebbe cominciare dal trattamento a cui Massimo Cacciari, con la consueta vigoria filosofica, ha sottoposto il concetto del “doppio” (in prospettiva: del sosia) nella letteratura della Romantik tedesca, in Schlegel, in Novalis, in Jean Paul, in Fichte prima, e nella seconda fase, già non più romantica, di Kleist e di Hoffmann poi, quando “il doppio” non è più scissione e nostalgia di una perduta unità dell’io ma scissione originaria e non riducibile, sdoppiamento definitivo. Ma si potrebbe cominciare anche dai contributi strettamente analitici, come ad esempio la relazione di Enzo Morpurgo (Il segreto della camera chiusa, ovvero il paradosso della scrittura), dove si traccia accuratamente un parallelo e una comparazione tra la coppia parlante analista-paziente e l’altra coppia scrittore-lettore che si stabilisce, in un solo soggetto, nella pratica della scrittura, approdando infine a un modello “a celle” dell’apparato psichico dell’uomo.
Oppure, per fare un altro esempio, si potrebbe leggere come un contributo puramente analitico la relazione di Sergio Bordi su Finalità terapeutiche nell’arte e nella scienza. Ovunque si cominci, si va nella stessa direzione. Ma a sfogliare il taccuino degli appunti, mi accorgo che i contributi strettamente analitici sono poi stati pochi: il convegno ha preso molto sul serio il proprio tema, e forse si può dire che oggi, svanita l’epoca “imperialistica”, la psicoanalisi in movimento riconosce ampiamente l’autonomia nonchè l’immensa utilità della ricerca letteraria. Infatti troviamo al centro di molti interventi testi esclusivamente letterari, dal Compagno segreto di Conrad alla Stella variabile di Vittorio Sereni, dal Passaggio in India di E.M. Forster alle favole di Shahrazade e di Barbablù, dall’Uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann al corpo delle opere di Proust e di Montaigne. Come diceva Lucio Russo, oggi si tratta di disegnare una “nuova alleanza” tra letteratura e psicoanalisi. O, come risultava dall’ascolto della relazione di Riccardo Steiner su uno dei più famosi e “scandalosi” casi di Freud, Il caso di Dora, una lettura puramente letteraria di questo testo getta luce, oltre che sulla peculiarità del rapporto analitico, sulla natura stessa dell’isteria o addirittura del vero oggetto di ogni analisi, che è notoriamente un oggetto in fuga, come quello della poesia. In questo senso, si ritorna al Freud più genuino, che riconosceva alla letteratura un “più” di sapere rispetto alla psicoanalisi e che ammetteva: “di fronte al poeta l’analisi deve deporre le armi”. Ma sarebbe poco.
In realtà, se si prendono due relazioni che mobilitano per la propria argomentazione numerosi strumenti extra-analitici ed extra-letterari: quella letteraria di Stefano Agosti (su Sereni) e quella analitica di Lucio Russo (sulla natura del “testo”), ci si rende conto di una convergenza più profonda. Infatti, sia l’ascolto analitico sia l’ascolto letterario non hanno per oggetto un che di pieno, di continuo, di completamente articolato, bensì, al contrario, un succedersi di vuoti, di assenze, di discontinuità: un “buco” non colmabile ma solo modificabile all’infinito. Là sta “l’ombelico” della psicoanalisi e della letteratura. Sono, questi, solo pochi cenni (mi scuso di tutto ciò che ho trascurato), per indicare come, oggi, lo sterminato campo di ricerca dischiuso da Freud, si sia rispalancato. Ed è in fondo il meglio che si possa dire di un convegno se si dice che esso non ha avuto l’arroganza di volerlo esaurire in un sol colpo, ma soltanto l’ambizione di tracciare con pregnanza alcune linee di fuga della riflessione: su uno sfondo di affascinante instabilità.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/07/02/maghi-parlanti.html

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