Sull’orizzonte dell’analista cirri e cumuli di creatività. L’arte di Johannes Cremerius (1985)

di Gianni Tibaldi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 1985

Johannes Cremerius e’ uno dei maggiori psicoanalisti viventi. Tra i piu’ sapienti ed aperti. I suoi testi, dunque, non rappresentano soltanto il suo pensiero ma le tendenze piu’ significative del pensiero psicoanalitico contemporaneo. Per questo, certi contrasti di tono, talune contraddizioni e discontinuita’ notate nella sua opera appaiono particolarmente allarmanti per la valutazione dell’ attuale momento della cultura psicoanalitica. Si alternano, infatti, nel testo di Cremerius, due dimensioni: quella liberale, pratica, concreta e quella dottrinaria, rigida, astratta.

Cremerius, per esempio, ci viene incontro con “animo benevolo” , ci allarga il cuore, ci rassicura quando ci mostra l’equivalenza (non l’analogia) tra arte e tecnica analitica. L’analisi e’, soprattutto, una “questione di stile”. Rappresenta l’incontro tra due creativita’: quella dell’ analista e quella del paziente.
Il discorso si precisa, in questa dimensione, a proposito della “realta’ biografica” . Il senso della ricostruzione biografica all’ interno del processo analitico, va inteso allontanandoci dall’ipotesi freudiana secondo la quale la vita sarebbe plausibile e coerente, una catena di anelli causali, dove ogni cosa ha le sue ragioni. Freud era portato, di conseguenza, a concludere che l’incapacita’ di riferire ordinatamente la storia della propria vita e’ caratteristica del nevrotico.
Il paziente, oggi, non puo’ piu’ essere visto come oggetto che fornisce una biografia verificabile, ma, nel racconto biografico del paziente, e’ all’opera l’invenzione creativa. In tal senso non puo’ darsi neppure una storia clinica oggettiva. La biografia del paziente e’ piu’ simile alla leggenda e al mito. La guarigione, ottenuta attraverso la ricostruzione della biografia nella traslazione, non consiste tanto nel sostituire alle leggende e ai miti originari nuovi miti e nuove leggende, ma nel creare un nuovo quadro storico. L’analisi, come opera d’ arte, utilizza, infatti, produttivamente la fantasia e consente, quindi, al paziente di porsi all’ interno del processo analitico come l’ artista all’ interno del suo progetto creativo: esecutore, cioe’ , di un progetto fantasticato.
Nell’ affrontare il tema del silenzio, nel paziente e nell’ analista, Cremerius esordisce rivelandoci ancora il suo volto liberale perche’ ci ricorda che e’ improponibile una rigida identificazione fra il “tacer” come “passivita”‘ e il “parlare” come “azione” e che sono affidate allo stile analitico le interpretazioni sugli innumerevoli significati del silenzio del paziente. Poi, quasi pentito di questa eccessiva concessione alla liberta’ , alla fantasia e al coraggio si impadronisce, con straordinario rigore teoretico dei modelli sistematici di interpretazione del silenzio del paziente: dal punto di vista della teoria delle pulsioni, dal punto di vista della psicologia dell’ Io e da quello delle relazioni oggettuali. Fornendo, cosi’ , in contraddizione profonda con le premesse, una “gabbia interpretativa” che l’autorita’ del proponente non potra’ non rendere in qualche modo vincolante.
Riafferma ancora, purtroppo, lo stile razionalistico, quando si occupa dei rapporti tra la psicoanalisi e il livello economico dei pazienti. Invece di inseguire l’utopia freudiana di una sempre maggiore diffusione della terapia analitica al di la’ delle differenze di reddito, Cremerius costruisce una teoria che difenda la psicoanalisi dall’accusa di essere partigiana dei “ricchi e dei potenti”, sostenendo che i “ricchi” o rifiutano l’analisi come mezzo terapeutico preferendo modi autonomi di gestione della malattia o tendono a strumentalizzare l’analisi all’interno del loro sistema di potere o rendono il rapporto analitico fallimentare e inevitabilmente interrompibile.
Da uno dei capitoli piu’ belli del libro (Cap. 9. Freud al lavoro: uno sguardo al di sopra della sua spalla. La sua tecnica nei resoconti di allievi e pazienti) emerge, attraverso le osservazioni di Cremerius, la figura straordinariamente amabile di Freud. E sono la liberta’ , la sua sensibilita’ , la sua spontaneita’ , la non paura nel rivelare le “debolezze” , la umanita’ calorosa che lo rendono tale. In una sua confidenza a Kardiner, Freud confessa: «… sono sempre troppo assorto in problemi teorici, dedicando quindi meno attenzione ai problemi terapeutici».
Sarebbe bene, riconosciuta la irraggiungibile grandezza del Genio, tenere conto, con modesta attenzione, dei suoi avvertimenti (che Cremerius ha il merito di porre in risalto) seguendo la sua lezione di liberta’ e di coraggio e, quindi lasciando ad altri, piu’ specificamente chiamati ad assolverlo, il compito delle astratte elaborazioni teoretiche: perche’ questo non e’ il “mestiere” dell’analista.

Johannes Cremerius, “Il mestiere dell’ analista”, tr. it. Boringhieri, Torino 1985, L. 35.000, pagg. 255.

http://www.archiviodomenica.ilsole24ore.com/#/showdoc/23677637/psicoanalisi?ref=pullSearch

 

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