AUGURI ALLA FABBRICA DEI SOGNI (1985)

di Tullio Kezich, repubblica.it, 28 dicembre 1985

Un bel po’ di anni fa si faceva un gran discutere se il cinema era arte o no. Queste discussioni mi irritavano perché, da hegeliano ruspante, pensavo che se il cinema esiste e contribuisce a rendere più interessante la vita, tanto vale occuparsene. E che certo non sarebbe venuto del bene a nessuno negandone l’esistenza, sia pure solo come arte. Però una studentessa saccente, che ricordo con antipatia, mi mise spalle al muro proclamando: “Le arti, quelle vere, sono nate con l’uomo. Perché un’arte dovrebbe essere nata milioni di anni dopo l’apparizione dell’ uomo sulla terra?”.
Qualche volta si vorrebbe mettere la vita in moviola e tornare indietro. Se potessi farlo, tornerei al punto esatto di quell’assurda discussione. Taglierei la mia risposta, che fu incerta, pasticciata e tale da far insorgere sul volto della saccente un’espressione di trionfo (tagliamo, tagliamo anche quella). Il problema tecnico sarebbe solo di come girare il rifacimento della mia battuta perché non ho più la faccia di allora, ma in cambio so che cosa dire. E dirò qualcosa che può servire come brindisi ai 90 anni del cinema. Un bel compleanno, anche se celebrato fra ingorde maratone di cinefili e balbuzienti proiezioni di stile berlusconiano; e soprattutto un impegnativo appuntamento tra una decade (il 28 dicembre 1995, boia chi manca) per festeggiare l’Augusto Centenario. A quel punto, forse, avrò le idee ancora più chiare; o magari mi si saranno confuse del tutto e sarò io a dire che il cinema non è arte. Come quei liberi pensatori che, contraddicendo l’intera loro esistenza, chiamano il prete al letto di morte.
C’è un’idea che mi ronza in testa dal maggio ‘82, quando fui immeritatamente invitato a tenere il discorso “cinematografico” al 50enario della Società Psicoanalitica Italiana. Sono sempre stato intrigato da una concordanza di date: la nascita del cinema e la contemporanea maturazione del pensiero di Sigmund Freud. Il libro L’interpretazione dei sogni viene pubblicato nel 1899, in sincrono perfetto con i primi passi dell’”arte veloce”. Pura coincidenza? Può darsi, ma tenderei piuttosto a vederla come il risultato su due fronti diversissimi di un unico sforzo dell’uomo moderno finalmente alle prese con un progetto culturale di enorme importanza: affrontare l’altra metà dell’esistenza, quella che si svolge in ombra sotto il manto del sonno. Una delle fondamentali scoperte scientifiche del XX secolo è che la vita è (anche) sogno e che molto di ciò che siamo, pensiamo e facciamo comincia e finisce in quella zona di apparizioni fuggenti, labili emozioni e pulsioni subito cancellate che si estende nel dominio della Regina della Notte. Nel gran teatro stellare che è il privatissimo cineclub dei nostri sogni, dove l’iscrizione è aperta a tutti in quanto contestuale con la nascita, ma dove non si accoglie più di un socio sognatore per volta.
Ebbene mentre lo scienziato si addentrava in una specie di selva dantesca moltiplicata per miliardi di esistenze, Lumière e Mèliès gli offrirono la possibilità concreta di rappresentarla in due versioni divaricatissime: registrando la realtà (L’arrivo del treno) e inventando la favola (Il viaggio sulla luna). Arte o non arte, il cinema è la moderna trascrizione pubblica del privatissimo diario notturno recuperato alle curiosità diurne dell’uomo contemporaneo, la prima grande “fabbrica dei sogni” come giustamente la battezzarono i giornali popolari parlando di Hollywood. Il sogno si può ricordare, raccontare e analizzare, ma non se ne possono condividere le emozioni in prima battuta. Non a caso la società del grande numero ha inventato i film che, come indovinò il surrealista Hans Richter, sono “i sogni che il denaro può comperare”. Ovvero lo strumento pratico per oggettivare il mondo delle fantasie oniriche e proporne variazioni infinite a milioni di persone contemporaneamente. Il cinema ha copiato le sue tecniche dal sogno: primi piani, dissolvenze, accelerazioni, accostamenti assurdi di montaggio, sovrapposizioni e altri effetti visivi e sonori. nato per raccontare grandi sogni e sogni a volte piccolissimi, spesso del tutto insignificanti e inutili come quelli che ognuno di noi fa di notte.
Ma la vocazione più vera del cinematografo è quella di testimoniare junghianamente la realtà dell’anima. Altro ci sarebbe da dire, evidentemente in questa felice occasione. Ma con il calice alzato non c’è proprio tempo. Aggiungerò solo che mi pare rasserenante aver capito da dove l’uomo ha pescato il modello del cinema, che sonnecchiava (è proprio il caso di dirlo in senso stretto) già nei sogni del primitivo: quindi la vocazione del cinema e perfino il suo linguaggio sono nati con l’uomo, come appunto richiedeva la mia contradditrice degli anni d’università. Solo che la Decima Musa ci ha messo qualche milione di anni per trovare materia e formule nelle quali incarnarsi. In una simile prospettiva riconosciamolo, i 90 anni sono solo un traguardo anagrafico. Il cinema in realtà è molto più antico, come tutte le esperienze fondamentali della creazione, ed è destinato a scomparire solo quando “ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata errerà alla forma di nebulosa nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/12/28/auguri-alla-fabbrica-dei-sogni.html

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