Galimberti: “Cede il buon senso di fronte all’enigma” (1987)

Alcune considerazioni sul carteggio Freud-Fliess 

di Umberto Galimberti, Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 1987

Un giorno una donna si presenta nello studio neurologico che il dottor Freud aveva appena aperto a Vienna, dopo le sue sfortune accademiche, per esporgli un quadro di sofferenze che lo stesso Freud faticava a trattare. Dopo diversi incontri Freud decise di inviare la paziente al dottor Fliess, famoso otorinolaringoiatra di Berlino che teorizzava una stretta relazione tra il naso e i mali dell’organismo. Questa relazione Freud l’aveva già sperimentata su di sé a proposito di certi suoi spasmi cardiaci superati dopo un trattamento nasale.

La poveretta, che si chiamava Emma Eckstein, fu sottoposta da Fliess a un’operazione al naso che la lasciò sfigurata, anche perché nella cavità nasale era stata dimenticata una benda. Ne seguì un’emorragia che portò la paziente vicino alla morte, ma Freud, amico di Fliess, difese a tal punto l’operato del collega da interpretare quell’emorragia come un sintomo isterico. La paziente, ripresasi, tornerà da Freud per curare la diagnosticata isteria e dopo alcuni anni diventerà essa stessa analista. Di questi episodi la psicoanalisi alle sue origini, ma forse non solo alle sue origini, ne annovera molti, e probabilmente le cose non possono andare diversamente quando la volontà interpretante prevale sulle vicende della vita e sulla tensione che ne dà il comune buon senso. Ma il sapere non è mai nato dal buon senso perché la pigrizia intellettuale, che è poi il terreno fecondo del buon senso, lascia le cose come sono, senza forzarle a esprimere il segreto che custodiscono.

Guardando alla vita con lo sguardo rassegnato di chi la vede “naturalmente” concludersi nella morte dopo un’alterna vicenda di salute e malattia, il comune buon senso lascia le cose come sono, le descrive nel loro farsi e disfarsi, senza costringerle a svelare l’enigma. Forse per questo la storia di Edipo aveva così affascinato Freud. In gioco non è tanto l’uccisione del padre e lo sposalizio con la madre, ma, come aveva bene visto Nietzsche, la sfinge e il suo enigma che Edipo doveva violare per poter entrare nella città.

«Edipo, l’assassino di suo padre, il marito di sua madre, Edipo, che ha sciolto l’enigma della sfinge. Che cosa ci dice la misteriosa triade di questi atti fatali? C’è un’antichissima credenza popolare, persiana in particolare, per cui un mago sapiente può nascere solo da un incesto: cosa che noi, riguardo a Edipo che scioglie l’enigma e sposa sua madre, dobbiamo subito interpretare nel senso che là dove mediante forze profetiche e magiche sono stati spezzati l’ordine del presente e del futuro, la rigida legge dell’individuazione e in genere il vero incantesimo della natura deve
essersi verificata in precedenza, come causa, una mostruosa trasgressione della natura – come in quel caso l’incesto – giacché come si potrebbe costringere la natura ad abbandonare i suoi segreti se non contrastandola vittoriosamente, ossia mediante ciò che è innaturale? Questa conoscenza la vedo impressa nella terribile triade dei destini di Edipo: lo stesso che scioglie l’enigma della natura – della sfinge dalla duplice natura – deve anche violare, come assassino del padre e marito della madre, i più sacri ordinamenti naturali» (Nietzsche).

La scienza sa bene che può impadronirsi della natura solo violandola e i toni di questa violazione, che i greci avevano scolpito sulle rocce del Caucaso dove l’ira di Zeus si abbatteva su Prometeo colpevole di aver donato agli uomini la tecnica, dicono che non c’è progresso senza infrazioni, senza scansioni violente, senza quei sussulti che fanno della storia del sapere non un percorso tracciato, ma un intrico di vie e devianze, di smarrimenti, erramenti, errori.

Per questo la scienza è esaltante, conosce l’ostinazione di chi non vede eppure non si arresta. È un’attività per anime dure. La vita di Freud è un esempio. Le sue ipotesi restavano ferme anche quando si distruggevano legami affettivi, misure etiche, protezioni storiche, esperienze religiose e morali che filosofie e teorie avevano organizzato in modo conciliante col comune buon senso. I greci avevano chiamato la scienza “episteme”, una parola che significa “ciò che sta”, ma così nominandola segnalavano il suo esito compiuto e non quel gioco vorticoso di ipotesi e di azzardi, quella violazione continua del modo comune di pensare che ogni scienziato intimamente sperimenta come demoniaca violazione. Forse per questo la nascita delle varie scienze è sempre stata accompagnata da immagini demoniche, come se un ordine finisse con l’essere violato e questa violazione avesse il sapore della profanazione. Fu così per Prometeo nell’era mitica, e così fu nell’era storica per Galileo, Cartesio, Newton e per lo stesso Freud.

Questo momento demonico in cui è il formarsi di un sapere, dove la volontà interpretante dirompe e spezza ordini e sistemazioni costituite, Freud l’ha affidato alla sua corrispondenza con Wilhelm Fliess che Boringhieri ha pubblicato nella sua integrità dopo che le ricerche di J. M. Masson hanno portato alla luce tutte le lettere, anche quelle che la riservatezza dei familiari, la cura dell’immagine dei discepoli, i pregiudizi degli uomini di “buon senso” avevano tenuto finora nascoste. Malinteso concetto del rispetto. Perché ascondere il venire alla luce delle cose se persino gli uomini, lo ricorda Agostino di Ippona, vengono alla luce “inter urinam et fecies”? E non se ne sono mai vergognati.

http://www.archiviodomenica.ilsole24ore.com/#/showdoc/23616631/freud?ref=pullSearch

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