Il dito in bocca (1987)

di Enrico Filippini, repubblica.it, 31 dicembre 1987 

Qualche settimana fa ho incontrato a Roma, nello studio del dottor Massimo Ammaniti, lo psicoanalista americano Daniel N. Stern, che tornava da due lunghi seminari a Napoli e alla Sapienza. Dire psicoanalista non è proprio esatto, perché Stern è piuttosto quel che si dice uno psicologo dell’età evolutiva, cioè dell’infanzia, e lavora presso la Cornell University di New York e all’università di Ginevra. Si trattava di fare un’intervista, ma c’era poco tempo. Così, ho atteso di poter leggere un suo libro, uscito in questi giorni da Bollati Boringhieri (Il mondo interpersonale del bambino, pagg. 310, lire 45.000) e di rivedere anche un vecchio libro pubblicato da Armando Armando e intitolato Le prime relazioni sociali: il bambino e la madre. Il tema è chiaro:  si tratta della tragedia della prima infanzia. E’ un tema a cui sono, o ero, allergico, per la stessa ragione per cui sono stato a lungo allergico ai Promessi Sposi: perché ai tempi del liceo mi vennero propinate dosi forti dello psicologo Jean Piaget. Ero sicuro che dei bambini non m’importava niente.

Un po’ più tardi, mi trovai sulle braccia una bambina che avevo fatto io, e provai una singolare emozione: cosa potevo fare per regalarle il mondo? Ancora più tardi, molto più tardi, mi capitò di stare molto male, e cominciai a stare un po’ meno male quando, per vie molto complicate, ritrovai in me il bambino terrorizzato che ero stato e a cui forse era stato impartito, per vie misteriose, l’ordine di morire. Come ricorda Ammaniti nella sua presentazione, questo tema la costituzione della personalità nella prima infanzia è stato studiato, non solo da Piaget, ma da Freud, da Melanie Klein, da René Spitz, da Anna Freud, da D. W. Winnicott, da Margaret S. Mahler e da molti altri. Il libro della Mahler e dei suoi collaboratori s’intitola La nascita psicologica del bambino. Ma il problema è che questa nascita può aver luogo anche a sessant’anni; la prima, quella reale, si tratterebbe di non cancellarla.

Personalmente non ho dubbi sulla validità delle intuizioni di Freud, della Klein, di Winnicott e altri. Però, se ho capito bene, il senso dell’obiezione che Stern e i suoi collaboratori muovono loro (se proprio si tratta di un’obiezione) è che il loro bambino è un bambino clinico, un bambino ricostruito o rammemorato: ritrovato nel racconto che l’adulto malato o sofferente fa all’analista, e del quale non si ricorda bene. Indubbiamente è così, anche se ciò non ha importanza. Sono molto noiose le diatribe circa la psicoanalisi, che in questo momento non gode di buona stampa perché viene ritenuta massificata e un po’ cialtrona.

Se posso formulare un’opinione, io trovo anche priva di senso l’obiezione di Popper, secondo cui la psicoanalisi non è né vera né falsa perché non è falsificabile. Credo che la cosa sia più semplice: la psicoanalisi è vera quando funziona; se non funziona, è falsa. L’obiezione di Stern non è veramente un’obiezione. E’ la proposta di un metodo diverso, che consiste poi soltanto nell’osservazione. Al bambino clinico viene sostituito il bambino osservato, e a questa attività Stern dedica tutto il suo tempo. E’ una questione storica, nel senso che quando Freud incontrò i suoi primi pazienti, questi non erano mai stati osservati, ma solo smanacciati, baciati, nutriti, puliti, puniti. In questo senso, la psicoanalisi è il grembo da cui nasce la psicologia dell’età evolutiva. Si tratta di vedere come avviene questa osservazione. Avviene con l’aiuto di macchine che ora sono a disposizione, e che sono poi soltanto la cinepresa e il videoregistratore, che fissano, per esempio, le interazioni del bambino con la madre: allattamento, giochi, linguaggio, scherzi, danza. Queste macchine, dice Stern, hanno la stessa funzione del microscopio nelle scienze naturali. Consentono di andare avanti e indietro, di ripetere la visione, di sostituire la memoria. E’ come la registrazione di una partita a tennis, dove la macchina consente anche di guardare là dove la palla non c’è.

A Napoli abbiamo lavorato per un’ora e mezzo su una sequenza di sette secondi riguardante due gemelli che ho studiato anni fa. L’idea è molto suggestiva, anche se in me attiva pessime abitudini mentali, che tendono a dire che la palla è sempre là dove non è. Uno dei gemelli è il felice, l’altro è il piangente. I due non possono stare insieme, ma devono stare insieme. Se la madre si avvicina al secondo con affetto, lui si volta via, perché ha paura. Se la madre si volta a guardare l’altro, lui, sempre il secondo, piange. Ma se il primo fa lo stesso (perché anche lui lo fa), la madre ritiene che sia un segno buono. Perché? Perché la madre sente che il felice è suo figlio, mentre il piangente è soltanto figlio di suo marito. Anche la madre vive col suo fantasma, e anche questo dice qualche cosa sulla nascita psicologica dell’adulto.

Tutta la cosa, che tecnicamente si chiama interazione espressiva, è vertiginosa perché avviene nella fase che invece si chiama dell’individualizzazione-separazione. E’ lì che il bambinetto diventa un soggetto e che si definiscono le movenze fondamentali della sua individualità: la sua capacità di stare al mondo, la sua capacità o incapacità d’amore, persino il senso più elementare della realtà. E’ lì, forse, che si profilano i tratti di una futura patologia? Stern non ne è sicuro. Pensa che il disturbo sorga più spesso dopo, nelle piccole cose, nel quotidiano, e che la psicoanalisi esageri le altre cose. Sarà così. Ma, com’è stato detto, la verità della psicoanalisi sta forse proprio nelle sue esagerazioni. Detto questo, è interessantissimo, o almeno interessa a me, ripercorrere nel libro, e nel colloquio con Stern, l’evoluzione del bambino a partire dal primo giorno di vita, se non da prima.

Ma qui bisogna prima parlare di una nozione che è al centro del Mondo interpersonale del bambino e di tutte queste ricerche, ed è la nozione del Sé. Che cosa è il Sé? Stern lo definisce in negativo: non è l’Ego di Freud, che secondo lui è una nozione utile ma concettuale e largamente astratta; non è qualcosa di definibile intellettualmente; non è l’io o il super-io; non è l’inconscio. Il Sé è l’esperienza soggettiva quale viene vissuta, è ciò che presupponiamo quando diciamo: Sento questo, Provo quest’altro. Il Sé, dice Stern, viene sentito attraverso movimenti, azioni, ambiente, contatti. Io penso che già nell’utero il bambino abbia grandi capacità di ricognizione di se stesso e degli altri, un piccolo mondo suo, appunto un Sé. Tutto il libro è volto a descrivere come si forma questo Sé, e la descrizione è abbastanza affascinante. Soprattutto perché si basa su alcune premesse, una delle quali è la seguente: che alcune forme di senso del Sé esistano molto prima dell’autoconsapevolezza e del linguaggio. Per noi, frastornati dal linguaggio, è quasi come dire che esistiamo prima di noi. L’indagine riguarda qualche cosa noi prima della parola, prima del pensiero; qualcosa di immerso nella semplice esperienza, nel puro essere lì, capitati per caso in questo mondo.

Sfortunatamente, non posso elencare tutti i passaggi della descrizione: sono nel libro. Ma si possono immaginare: il dito in bocca, la percezione del silenzio, l’angoscia, la pipì, lo sguardo altrui, il rumore, la voce degli altri, il buio…, tutto questo studiato in periodi che vanno dalla nascita ai due mesi, poi dai due ai sei mesi, poi dai sette ai quindici mesi e questa è la fase pre-verbale, e infine l’ultima, in cui si forma un Sé verbale, che inizia con l’apprendimento del linguaggio. Stern ritiene che molti dogmi della psicoanalisi (immagino anche quello controverso dell’Edipo) sembrano applicarsi a questa fase, dopo la comparsa del linguaggio. E questo è forse vero. Stern ritiene anche e questa è, rispetto alla psicoanalisi tradizionale, una novità di qualche rilievo che il bambino va considerato capace di un ottimo esame di realtà: (a questa età, la realtà non è mai alterata per ragioni difensive), e che molti fenomeni che la psicoanalisi considera decisivi per la formazione di una vita psichica normale o patologica (fantasie fusionali, simbiosi, paranoie) non hanno luogo nella primissima infanzia, ma appunto dopo l’inizio del linguaggio.

Devo dire che le descrizioni che Stern fa dei bimbetti appena nati sono molto suggestive. Ma non sono sicuro che le sue interessantissime osservazioni siano probanti fino in fondo. Certo, è affascinante capire la vita di qualcuno che non sa parlare. Ma ho fatto esperienza di me stesso muto quando già parlavo. Al dottor Stern ho formulato il mio dubbio così: Una volta sono stato sorpreso del fatto che una donna faceva spesso la pipì e che la cosa mi affascinava come non mi era mai accaduto. A quel tempo ero in analisi e naturalmente in analisi di questo si parlò. L’analista disse qualche cosa che non ricordo, ma che aveva a che fare con le origini del mio erotismo o della mia sessualità. Ciò scatenò una serie di reminiscenze, di cui sono sicuro che fossero reminiscenze pre-verbali o addirittura pre-natali, e che sbloccarono l’analisi, che stava ristagnando. Naturalmente, Stern mi ha risposto che è possibile, ma che cose del genere non si possono osservare. Che l’esperienza pre-natale è recuperabile per esempio con l’uso di droghe o di altri additivi che conosce male. Ma che, naturalmente, l’esperienza pre-verbale continua per tutto il corso della vita, in fondo inadatta alle parole, che sono imprecise, malfatte. Sulle parole malfatte e imprecise rifletto da quando sono nato, soprattutto su quelle che pronuncio io.

E devo dire che del libro di Stern il capitolo che mi ha attratto di più è l’ottavo, che s’intitola Il senso di un Sé verbale. Ovviamente vi si parla del linguaggio, definito arma a doppio taglio. Perché esso fa sì che parti della nostra esperienza divengano più difficilmente comunicabili a noi stessi e agli altri. Inserisce un cuneo fra due forme simultanee di esperienza interpersonale: quella vissuta e quella verbalmente rappresentata. In questo modo, oceani di esperienza diventano campi sommersi dell’esperienza, e l’esperienza si distacca da sé. Perché parliamo? Vorrei chiudere qui, su questo interrogativo, su questa nostalgia del non parlare. Ma devo aggiungere una cosa più pedestre. Credo che queste ricerche siano importanti. Ma che siano anche un po’ elusive, se non banali. Certo, in questo momento, la psicoanalisi non produce nulla di teoricamente rilevante. Ma forse si produce soltanto in stato di necessità. Stern parla per esempio del bambino allo specchio. Ritengo infinitamente più interessante l’analisi di Lacan. O forse la psicoanalisi, o addirittura la psicologia, non hanno più oggetto?

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/12/31/il-dito-in-bocca.html?ref=search

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