Intervista a Hillman: “L’infermiera si è ammalata” (1988)

di Laura Lilli, repubblica.it, 3 novembre 1988 

La psicoanalisi ha una certa età: è ora che vada in analisi a sua volta. Deve sdraiarsi sul lettino, trasformarsi in paziente, deporre presunzione, sicurezza di sé e quella confortevole e compiaciuta certezza di aiutare il mondo a vivere, mentre, al contrario, sta dando notevoli contributi alla sua decadenza. Così dice James Hillman, 62 anni, incorreggibile enfant terrible della psicologia analitica. E’ questa la denominazione della corrente di pensiero fondata da Carl Gustav Jung, anche se Hillman preferisce riferisi col termine, a rigore freudiano, di psicoanalisi alla globalità delle pratiche psicoterapeutiche. Non a caso si riconosce in nomi di studiosi americani che sono critici radicali della società attuale e della psicoanalisi: da Ivan Ilic a Paul Zweig, da Christopher Lash a Thomas Szasz. Oltre che provocatore permanente, Hillman è ormai un padre nobile della scuola junghiana. Molti suoi libri sono tradotti in italiano. Fra gli altri, Il mito dell’analisi e Revisione della psicologia (entrambi pubblicati da Adelphi) in cui lo studioso americano tenta una rifondazione del pensiero junghiano che chiama psicologia archetipica (è anche il nome della disciplina che insegna, da itinerante, in varie università degli Stati Uniti).

Negli anni Sessanta, fino ai primi Settanta, Hillman ha diretto l’Istituto Jung di Zurigo e, anche se dichiara di non amare i ruoli istituzionali, è ormai, nella sua disciplina, uno dei tre capofila riconosciuti (gli altri due sono l’inglese Michael Fordham, che si è occupato soprattutto di psicologia infantile nella scia di Melanie Klein, e Erich Neumann, nato a Berlino e morto a Tel Aviv, forse il più ortodosso seguace di Jung). Oggi, nella solenne atmosfera dell’ Accademia dei Lincei, si apre il primo congresso nazionale dell’Aipa (la società junghiana, appunto). E’ un evento importante per gli psicologi analitici, e James Hillman non poteva mancare. E’ arrivato pochi giorni fa dal Connecticut; e sono andata a trovarlo nella bella casa di fronte all’Aventino in cui Bianca Garuffi, una collega, lo ospita.

Gli ho chiesto della sua relazione. Ha risposto: Si intitola Dallo specchio alla finestra. Voglio denunciare il fatto che tutti guardano nello specchio (cioè dentro di sé) e non fuori della finestra, dove si svolge la vita a cui si dovrebbe partecipare. Tutta la nostra terapia ha a che fare con la soggettività. Secondo Freud, si cade nel narcisismo quando la libido perde il suo oggetto. Bene: la psicoanalisi ora è malata di narcisismo. Si culla nell’illusione di essere la grande infermiera del mondo: ma invece aiuta solo il mondo ad andare a rotoli.

In che modo, mi scusi? Non tenendo in alcuna considerazione le condizioni di vita del paziente. Se lui (lei) lamenta un disagio, l’analista guarda solo alla sua infanzia, alla sua capacità di rapporti con gli altri, alla sua sessualità. Si perdono anni dietro al transfert, come se tutta la realtà che circonda il paziente e che probabilmente provoca il suo malessere, non esistesse, così come non esiste fra le mura della stanzetta in cui si svolge la seduta.

Cioè l’infanzia, secondo lei, non avrebbe più importanza nella nostra psicologia? Conta molto meno. L’inconscio cambia di generazione in generazione. Ho sentito una bambina di dodici anni chiedere, alla televisione, al signor Quayle (candidato repubblicano alla vicepresidenza americana, ndr): Se avessi un rapporto incestuoso con mio padre, e restassi incinta, secondo lei non dovrei abortire?.

Vuol dire che oggi si sa di più a proposito del sesso? Oggi si sa più a proposito di tutto. E’ stato molto importante che Freud, a suo tempo, insistesse sulla necessità di indagare sui sentimenti, perché cinquant’anni fa erano repressi; ora però non lo sono più. E se la psicoanalisi non cambia pelle, questo lungo viaggio nella soggettività le si rovescerà addosso. Per chi la pratica, è ormai un vizio. E ha creato una pericolosa assuefazione alla soggettività, appunto. Ci sta facendo perdere la cittadinanza politica.

Così, se un paziente le dice sto male, lei gli risponde vada a far politica? Se non sbaglio, era proprio questo il nucleo della polemica del ’68 contro l’ individualismo e chiunque pronunciasse la parola io, e dunque anche contro la psicologia e la letteratura. Anche prima del ’68 si è detto che tutto quello che fai è politico, ti piaccia o meno. Per i Greci, se non eri nella polis non avevi diritto di parlare, di votare. E oggi la psicoanalisi ci sta facendo perdere la cittadinanza politica. La polis era un po’ più piccola e meno complessa del mondo attuale… Ognuno di noi, comunque, vive in un certo posto e non in un altro. Se un paziente viene da me in autobus, e comincia a dirmi che la corsa è stata terribile, nauseante, che non ne può più, vuol dire che sta male, di male psicoanalitico, appunto. Non dice l’autobus era affollato, io non riuscivo a sedermi, si fermava ogni minuto, e magari, se è una donna, gli uomini mi toccavano il sedere. Trasforma tutto in reazioni personali. Guarda nello specchio, e non fuori della finestra. Cinquant’anni fa erano repressi i sentimenti, oggi quello che è represso è il mondo fuori della finestra, appunto. Ed è la psicoanalisi a operare questa repressione.

Ma lei come cura i suoi pazienti? Non mi chieda programmi. Io non sono un programmatore, io rifletto. La soluzione non ce l’ ho, ma il problema l’ho messo a fuoco. Quando i pazienti si lamentano che le cose là fuori non vanno, hanno ragione. Io di un paziente voglio saper come mangia, come sono i suoi orari d’ufficio, i mobili di casa. In cinquant’anni, l’individuo è diventato sempre più raffinato e consapevole di se stesso, e il mondo esterno è diventato sempre più brutto: inquinato, con un traffico impazzito… Non si sa più dove mettere i rifiuti e le prigioni, contenitori dei rifiuti umani. Lo sa lei che negli Stati Uniti il 3% dei maschi adulti ha a che fare col sistema giudiziario? O stanno in prigione o in un penitenziario, o sono in attesa di giudizio, o alla seconda istanza del processo, o in libertà vigilata… e se sapessimo dove mettere le carceri sarebbero ancora di più.

Ed è colpa della psicoanalisi? La psicoanalisi fa finta di non vedere. Intanto si verificano autentici disastri psicologici, che sono anche disastri politici: la gente sta male ma è apatica, indifferente, incapace di comunicare… penso, ad esempio, all’enorme solitudine del maschio americano. Per questo, fra le mie attività c’è ora quella di organizzare spedizioni nei boschi con gruppi di novanta, cento uomini. Robert Bly, il poeta, ha dato inizio a questa consuetudine che ora mi risulta diffondersi anche in Germania e in Inghilterra. Dormiamo in capanne primitive ma decenti e io insegno: cultura, mito. Poi anche attività del corpo, danza. E’ una sorta di psicoterapia d’urto, immediata.

Ora vorrei farle una domanda che forse la sorprenderà. Di recente è uscita in Italia l’autobiografia di Ludwig Marcuse, dal titolo Il mio Novecento (Il Mulino, pagg. 364, lire 40.000). In essa, Marcuse accusa Jung, in modo molto esplicito e documentato, di avere aderito al nazismo. Dal 21 giugno 1933 Jung fu presidente della società internazionale di psicoterapia di lingua tedesca; poi scrisse un articolo su Freud definendolo un osceno epicureo; scrisse sull’inconscio ariano (che avrebbe un potenziale più alto di quello ebreo), arrivando ad affermare che la psicologia moderna ha commesso finora il grave errore di applicare automaticamente le categorie ebree ai germani o slavi cristiani, e altro. Insomma, un secondo caso Heidegger. Come junghiano, non si sente a disagio? No. La domanda non mi sorprende; se mai, mi irrita. Questa questione è stata sollevata decine di volte, riaffiora periodicamente. Riandare a fatti morti e sepolti è una comoda scusa per non parlare di quel che succede ora nel mondo, dal Nicaragua al Cile, all’Afghanistan.

Francamente la sua non mi sembra una risposta. Non c’ è dubbio che si debba parlare dei fatti e dei luoghi scottanti del mondo di oggi, ma non per questo dobbiamo perdere memoria del nostro passato. Va bene. Ma io sono ebreo. Le dice qualcosa, questo? Negli Stati Uniti ho un amico junghiano che da ragazzo era a Berlino ad applaudire Hitler. E che dice del fatto che tutta la prima generazione di allievi di Jung era ebrea, da Zeller (Berlino) a Kirsch (Los Angeles), da Neumann (Israele) a Bernhard (Roma), ai molti di New York? O del fatto che l’autobiografia di Jung, Ricordi, sogni, riflessioni fu scritta in collaborazione con una ebrea, Aniela Jaffé? E ha letto quel che ha affermato Jay Cocks (uno storico, non uno junghiano) su Jung e il nazismo? Cocks documenta tutto quello che Jung ha fatto per conservare alla psicoterapia tedesca una dimensione internazionale, e impedendole di scadere a mera terapeutica medica.

Allora Ludwig Marcuse scrive cose false? Non dico questo. Però fa citazioni isolate, fuori dal contesto. Guardi, io non voglio fare una difesa di Jung a priori; e tra l’altro, anche se di questa questione si è parlato tante volte, non mi ritengo il più competente. Lo è assai di più Wolfgang Giegerich, che sarà presente al congresso. So benissismo che Jung ha detto cose tremende sugli ebrei (anche se il primo a indagare sulla psicologia ebraica è stato Freud, con Mosè e il monoteismo). A differenza di Heidegger, però, Jung non ha mai negato niente. Anzi, dopo la guerra ha scritto addirittura una sorta di confessione, Dopo la catastrofe.

Dunque si è dichiarato colpevole…? Non è tanto semplice. E’ facile guardare al passato con gli occhi del presente. Per capire, dobbiamo riandare alla cultura degli anni Venti e Trenta. A quell’ epoca c’ era un’immagine negativa dell’ ebreo una sorta di stereotipo inquietante molto presente nella psiche del mondo occidentale. La troviamo in Thomas Mann, Joyce, T.S. Eliot, Pound, Yeats, Proust. Era l’immagine di uno sradicato, sofisticato, socialista (o capitalista): comunque, la parte in ombra della coscienza occidentale. E’ da quel clima che vengono le osservazioni di Jung. Ma lei ritiene che non ci siano tracce di nazismo nel suo pensiero? Quello che si può dire, è che tra i livelli del suo inconscio collettivo ce ne è uno razziale. Oggi questa parola non si può più nemmeno usare. Al suo posto si usa etnico, e in nome di questa parola del concetto che nasconde si perpetrano violenze continue nel mondo. Non ci si disfa di un sentimento negandolo: il problema è cosa farne.

Entra in salotto Bianca Garuffi, la padrona di casa. Aggiunge: Certo va detto che Jung era molto ottuso di fronte alla realtà del suo tempo. E Hillman: E’ vero. Cosa le dicevo a proposito di guardare nello specchio o fuori della finestra? Certamente Jung la finestra l’ha ignorata del tutto. E questo è un atteggiamento che comporta in ogni tempo pericoli di fascismo.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/11/03/infermiera-si-ammalata.html?ref=search

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