IO E TE NUDI SUL LETTINO: STORIA D’ AMORE E PSICHE (1990)

di Luciana Sica, repubblica.it, 7 aprile 1990

Nuda sul lettino, è il titolo curioso di un libro che pubblica Bollati Boringhieri. E’ la testimonianza di una donna francese, che racconta la sua esperienza amorosa, durata cinque anni, con il suo analista. Anonima la paziente, anonimo anche lo stravagante seguace di Freud, anche se nei salotti parigini è corso subito il nome di Jacques Lacan, il grande guru della psicoanalisi francese scomparso nove anni fa. Sarà pure un pettegolezzo, ma il clamore è garantito (e quindi anche le vendite). E’ una vecchia storia, quella delle possibili conseguenze del transfert erotizzato. Vecchia almeno quanto la psicoanalisi. Dice niente il nome di Sabina Spielrein? Il povero Jung se ne innamorò perdutamente, all’ inizio del secolo. Un sentimento che Sabina ricambiò con ardore. Fu un amore soltanto platonico? Non è chiaro, e non è nemmeno l’ aspetto più importante. E’ certo che il vecchio Jung non seppe sottrarsi alla seduzione della sua giovane paziente. E che Sabina si rivolse alle cure di Freud per guarire di quella maledetta passione. Un bel triangolo, raccontato nel Diario di una segreta simmetria (Astrolabio) attraverso le lettere che si scambiarono i tre protagonisti della vicenda. L’ autore del Diario, apparso dieci anni fa, è Aldo Carotenuto, professore di Teorie della personalità, celebre psicoanalista junghiano. Il rapporto sessuale tra analista e paziente dice Carotenuto appartiene a quei temi della psicoanalisi che, in genere, vanno taciuti o liquidati come una perversione dell’ analista e della sua mancanza di correttezza professionale. E invece, in determinate circostanze, può subentrare un forte desiderio di superare la barriera della parola. Immaginiamole, queste circostanze. Dottore, io la amo, sussurra la bella e giovane paziente all’ analista austero e un po’ attempato. Il povero dottore non ha scampo. Può spiegare con cautela che non di vero innamoramento si tratta, che quel desiderio esprime piuttosto la fantasia d’ incontrare qualcuno di assolutamente perfetto e onnipotente, capace di comprendere e soddisfare i suoi bisogni. Oppure il nostro analista potrà accompagnare la paziente invaghita dallo studio a un’ altra stanza, dal lettino al lettone. Sarebbe abnorme, inaccettabile, s’ indigna Emilio Servadio, 84 anni, freudiano di stretta osservanza, presidente onorario e analista didatta della Spi (la Società psicoanalitica italiana). Io mi auguro che si tratti di casi molto rari. L’ analista consapevole deve sapere che l’ innamoramento della paziente è una manifestazione del transfert. Se non fa questo, dimostra di essere un pessimo analista. Gli fa eco Renzo Carli, anche lui freudiano della Spi e direttore di una delle scuole di specializzazione di Psicologia clinica a Roma: La psicoanalisi è una tecnica fondata sulla sospensione dell’ azione. Il problema è se l’ analista e il paziente sono in grado di dare senso alla relazione terapeutica. Quello a cui non si riesce a dare senso viene agito. Quando succede che l’ innamoramento viene agito? Secondo me, abbastanza spesso, è la risposta sorprendente di Carlo Saraceni, e professore di Psicologia clinica alla Cattolica di Roma. Mi vengono in mente almeno tre casi, e si tratta di Maestri, non di mezze calzette. Il filosofo e psicoanalista junghiano, Umberto Galimberti, è invece categorico: L’ analista non deve innamorarsi. Se una paziente cattura la totalità dei suoi sentimenti, è un uomo come gli altri. Certamente l’ amore è la figura eminente dell’ irrazionalità. Divina follia, per dirla con Platone. E, se l’ analisi ha a che fare con la follia, Amore è il mediatore, la condizione che permette il rapporto. Il problema per l’ analista è di essere consapevole del mezzo terapeutico che è l’ amore, e di non usarlo per sé. Da questo punto di vista, la relazione analista-paziente è vicina all’ esperienza dell’ ascesi.

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