SENTIMENTAL (1990)

di Luciana Sica, repubblica.it, 12 maggio 1990

Affetti, non soltanto amore o amicizia. Affetti, non soltanto passioni, come il vortice dell’innamoramento o la carica dell’odio. Affetti forse più simili a emozioni, turbamenti, stati d’animo. La tenerezza e la nostalgia, ma anche l’invidia, la gelosia, l’ostilità, il risentimento, la rabbia, la collera, angoscia, la tristezza, la vergogna, il disgusto, il senso di colpa. Certamente anche l’indifferenza, un sentimento paradossale, contrapponibile a quella Meraviglia che Cartesio chiamava Admiration.

Gli affetti è il tema generale del nono congresso della Società psicoanalitica italiana, che si svolgerà a Saint-Vincent dal 17 al 20 maggio. Si tratta di un raduno di freudiani puri? L’etichetta è stantia, accolta ormai dai signori della psiche con un sorriso imbarazzato se non proprio con insofferenza. L’ortodossia freudiana è un mito del passato: sono tanti i kleiniani, i bioniani, i winnicottiani tra gli psicoanalisti raccolti intorno alla Società, che ha cinquantotto anni di vita. Eppure questi scrutatori di anime impenetrabili e severi, da bacchettate sulle mani, nell’immaginario surreale di un Woody Allen non possono non dirsi freudiani. A cominciare dal vocabolario. Affekt. Il Maestro di Vienna utilizzò questo termine fin dagli Studi sull’isteria, scritto con Breuer alla fine dell’Ottocento: “I singoli sintomi isterici scomparivano subito e in modo definitivo, quando si era riusciti a ridestare il ricordo dell’evento determinante, risvegliando insieme anche l’affetto che l’aveva accompagnato….” Talvolta Freud impiegherà anche Empfindung (sensazione) e Gefuhl (sentimento).

In ogni caso, il termine affetto diventa specificamente psicoanalitico nella nostra lingua, come in quella francese. Nota Mauro Mancia, analista e neurofisiologo: Da Freud in poi, il tema degli affetti attraversa non più soltanto ogni relazione umana, ma anche e in particolare la relazione psicoanalitica. Non è però possibile assegnare all’affetto una collocazione particolare nell’insieme delle opere di Freud, che a questo tema non ha mai dedicato un lavoro specifico. E la sua concezione individualistica dell’uomo legata alle pulsioni, agli istinti, alle spinte libidiche sembra ormai difficilmente sostenibile. Mettiamo, ad esempio, l’aggressività. Chi ne parla più come di una pulsione che deriva da un istinto di morte innato? Oggi prevalgono piuttosto i modelli relazionali, basati sui rapporti sociali: l’aggressività è vista come una manifestazione legata alla frustrazione, a rapporti umani insoddisfacenti. Altro esempio: l’invidia. Per la psicoanalista austriaca Melanie Klein è un affetto primario, innato. Il bambino è invidioso della madre perché nasce invidioso.

Gli studi più recenti sono orientati del tutto diversamente: il bambino sviluppa un sentimento d’invidia nei confronti della madre, perché l’oggetto del suo desiderio la madre stessa si sottrae alle sue richieste. Spiega Paolo Roccato, membro associato della Società psicoanalitica italiana: Interpretare tutta la realtà umana come un insieme di pulsioni individuali costringe ad acrobazie che sembrano inutili, oltre che farraginose. L’uomo non è un’isola. Così la pensava già Donald Woods Winnicott (1896-1974), uno dei principali teorici inglesi della psicoanalisi infantile: Non ho mai visto un bambino. Ho sempre visto un bambino accompagnato da una madre, o da un sostituto di madre. L’interpretazione che Freud diede degli affetti è complessa, a volte contraddittoria, e il modello basato sulle pulsioni è sotto accusa. E non da oggi. Già nel Discorso vivente (Astrolabio editore, 1974) il francese André Green lamenta la mancanza di una teoria adeguata. Nello stesso tempo denuncia però l’impossibilità di uno studio esauriente dei problemi posti dall’affetto nell’universo teorico e clinico della psicoanalisi. Il saggio di Green, brillante allievo di Lacan, è di vent’anni fa. Non a caso, tra i seguaci di Freud, la valorizzazione degli affetti ha inizio negli anni Settanta. Psicoanalisti di tutto il mondo cominciarono a discuterne, nel 1976, al congresso dell’International Psichoanalytical Association. E negli ultimi anni, in Italia, c’è stato un profluvio d’iniziative come il colloquio dell’ 87 sulle passioni, organizzato a Palermo dall’analista Francesco Corrao. Gli psicoanalisti avvertono l’urgenza di ridefinire, se non addirittura di rifondare, una teoria degli affetti. E guardano con più attenzione che mai ai progressi delle neuroscienze.

Nella stessa direzione va la raccolta di saggi curata da Massimo Ammaniti e Nino Dazzi, appena pubblicata da Laterza. Certamente Freud si poneva il problema di rintracciare i meccanismi neurobiologici del funzionamento della mente umana, spiega Ammaniti, analista e docente di Psicopatologia all’università di Roma. Dopo Freud, quest’approccio è stato tralasciato, ma oggi c’è un rinnovato interesse per le neuroscienze, che comunque hanno un loro linguaggio. Un’integrazione con la psicoanalisi è impossibile…. È curioso che i due curatori del libro aprano l’introduzione con un riferimento allo scenario affettivo creato da Marcel Proust in una novella giovanile, L’indifferente. All’innamoramento irrazionale, all’inclinazione inspiegabile di Madeleine, una delle più affascinanti e viziate donne di Parigi (la plus gatée), è contrapposta l’ottusità glaciale di monsieur Lepré, tanto carino quanto insignificante (il est très gentil, mais sans rien de remarquable). È curioso questo ricorso allo scrittore della Récherche da parte di due scienziati che presentano altri scienziati. Anche Freud spiega Ammaniti sorridendo diceva che gli scrittori e i poeti avevano colto molte intuizioni della psicoanalisi….

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/05/12/sentimental.html?ref=search

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