ROMA TOTEM E TABÙ (1990)

di Luciana Sica, repubblica.it, 7 luglio 1990

La famiglia Freud ha l’abitudine di lasciare Vienna nel mese di giugno e si trasferisce in montagna, in un villino affittato all’inizio della primavera. E’ una famiglia numerosa, ma molto riservata, regolata da abitudini e orari quasi ossessivi. La signora Freud, Martha Bernays, la principessina, la dolce e cara ragazza dei primi tempi, è già diventata la matrona scialba e ineccepibile, l’operosa ed eccellente padrona di casa, che considera le idee del marito una forma di pornografia. C’è immancabilmente la cognata, l’adorata Minna, la sorella della moglie più giovane di quattro anni, tutt’altro che bella ma nota per le sue osservazioni argute, in grado di cogliere i voli dell’immaginazione di Freud. Il rapporto fra i due è complice, quanto meno ambiguo: Sigmund viaggia più spesso con Minna che con Martha. Quando sono lontani, le manda lettere nelle quali la chiama tesoro mio e si firma tuo fratello Sigmund. E poi ci sono i figli, tanti: Mathilde, Martin, Oliver, Ernst, Sophie e Anna, che diventerà la grande Anna Freud. L’imperioso patriarca raggiunge i suoi cari a metà luglio e insieme trascorrono un mese e più. Con il suo arrivo, cominciano le estenuanti arrampicate, le escursioni, l’oziosa raccolta di lamponi e fiori, le lunghe passeggiate. Comincia soprattutto la ricerca dei funghi in cui Freud è un vero campione. E’ sempre lui a scovare gli esemplari migliori. Come racconta il figlio Martin, “quando trova uno Steinpilz, un fungo porcino, la sua allegria è quella di un bambino. Vi getta sopra il cappello, afferra il fischietto d’argento che porta nel taschino e lancia un segnale acuto: tutti noi accorrevamo a quel suono e, soltanto quando la nostra eccitazione era tesa al massimo, mio padre toglieva il cappello permettendoci di controllare e ammirare il bottino”. Quando trova un fungo porcino suona il fischietto d’argento Freud non è un cittadino mascherato da montanaro. Il suo bisogno d’immergersi nella natura è autentico, quasi irresistibile.
“La montagna è parte integrante della sua weltanschauung: pensa che la gioia del bel paesaggio sia indispensabile alla vita stessa dell’uomo”, scrive Francesco Marchioro, curatore delle opere di Otto Rank, in Passi di sogno, delizioso libriccino che pubblica in questi giorni la Uct, una piccola casa editrice di Trento. Il primo soggiorno a Lavarone è del 1906, l’anno in cui Freud scrive il noto saggio sulla Gradiva di Jensen. In quelle pagine paragona il lavoro dell’archeologo a quello dello psicoanalista, presi dalla stessa passione per gli scavi e la scoperta del passato. A Lavarone Freud tornerà a più riprese, fino all’ultima vacanza del ‘23 tragicamente legata ai primi sintomi del cancro alla bocca. E comunque scandaglierà a fondo sia il Trentino che l’Alto Adige. “Qui sul Renon stiamo divinamente bene e il posto è bellissimo”, scrive a Jung nel 1911. “Ho scoperto in me il piacere inesauribile del far nulla”. Un anno dopo Freud è in vacanza al lago di Carezza, nel ‘13 è a San Martino di Castrozza dove la sera è stupenda e l’aria inebriante come lo champagne!, per dirla con Arthur Schnitzler nella Signorina Elsa.
Le leggende del Tirolo, la fantasia popolare, le fiabe con il loro mondo notturno di fantasmi, re e regine, streghe malvage, folletti e cavalieri, castelli incantati e magiche dimore di gnomi, attraggono la curiosità dello scienziato. Da Collalbo, il paesino dell’altopiano del Renon, non lontano da Bolzano, dove il 14 settembre del 1911 Sigmund e Martha festeggiano le nozze d’argento, Freud annuncerà a Jones e a Ferenczi d’interessarsi ai temi antropologici del Totem e Tabù: il primo dei quattro saggi, una ricerca sull’orrore dell’incesto, sarà pubblicato su Imago nel marzo dell’anno successivo. Al giovane collega, Ludwig Binswanger, Freud scrive con simpatica ironia: “La frequenza delle immagini del Signore Iddio qui in Tirolo, più numerose di quanto non fossero i Signori Pellegrini fino a poco tempo fa, mi ha spinto a studi religioso-psicologici, da cui forse qualcosa verrà alla luce. Dopo la pubblicazione non sarò certamente più ammesso in Tirolo”.
Come il Trentino-Alto Adige è allora una provincia austro-ungarica, così Trieste è la città mitteleuropea in cui Freud soggiorna più volte. E’ lì che, a soli vent’anni, si occupa dei testicoli delle anguille, dedicando qualche fugace sguardo alle dee italiane, alle ragazze che incontra nelle passeggiate (“Essendo vietato sezionare gli esseri umani, di fatto non ho nulla a che fare con loro”). Sono però i quindici viaggi in Italia il primo a Venezia con il fratello Alexander nel 1895, l’ultimo nel ‘23 con la figlia Anna a segnare il rapporto di Freud con il nostro paese. “Fin dalla fanciullezza”, ricorda lo psicoanalista Arnaldo Novelletto, “l’Italia compare nel mondo interno di Freud come l’equivalente della madre, come oggetto di conquista, attraverso la singolare identificazione con due condottieri che l’avevano invasa: il semita Annibale e il maresciallo francese Massena”, che Freud riteneva ebreo. Negli anni di liceo, il modello diventerà Goethe, la sete della conoscenza, il culto spirituale per la bellezza artistica.
Eppure i viaggi di Freud non rappresentano soltanto la possibilità di realizzare il rituale passaggio al Sud di ogni persona colta di lingua tedesca dal ‘700 in poi. A spingerlo sono più potenti motivi inconsci, collegati con lo sviluppo dell’autoanalisi e con le vicissitudini del suo rapporto con Wilhelm Fliess, stravagante medico berlinese, assai più di un amico, molto importante nella vita del Maestro tra il 1887 e il 1900. L’autoanalisi di Freud comincia a metà degli anni Novanta e il suo scenario emotivo prima che intellettuale è l’Italia. Il viaggio a Venezia è dell’agosto del ‘95, nello stesso anno avvia la stesura del suo primo grande saggio, L’interpretazione dei sogni (1895-99), che si apre con il celebre sogno dell’iniezione di Irma. Nell’autunno del ‘96 muore il padre, il vecchio Jacob, un lutto di eccezionale intensità, un capitolo importante dell’autoanalisi (“Ho un senso di sradicamento, adesso…”). Le opere maggiori del periodo 1895-1915 e le lettere di questi anni sono piene di riferimenti quotidiani, anche irrilevanti, a luoghi, persone, oggetti italiani. La trama della sua autoanalisi ha un sapore esotico, estraneo alla cultura mitteleuropea e anglosassone di Freud. Insinua Novelletto: Vien fatto da chiedersi se, nel paragonare l’inconscio a un territorio estero interno, Freud non fosse inconsciamente mosso dal ricordo di un territorio estero reale, l’Italia.

La morbosa amicizia con Fliess fino all’ultimo “congresso”
L’amicizia con Fliess ha un ruolo di primo piano, nel senso che modifica Freud e la sua immagine del nostro paese. Tra il 1883 e l’85, nelle lunghe lettere da Dresda e da Parigi alla fidanzata, Freud fa il punto sul valore storico più che estetico delle opere d’arte. Nel ‘97, prima di partire per il terzo viaggio in Italia, scrive a Fliess: Spero che stavolta penetrerò un po’più a fondo nell’arte italiana. Comincio ad afferrare il tuo punto di vista: tu cerchi non già ciò che offre un interesse culturale, storico, ma la bellezza assoluta…. Nell’estate di quell’anno, gli affreschi di Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto, lo sconvolgono: troppo scoperte nei Dannati le allusioni all’erotismo, soprattutto al sadismo, al rapporto tra sesso e violenza, libido e istinto di morte. Un anno dopo Freud si trova in Dalmazia e vorrebbe chiedere a un compagno di viaggio se ha visitato i grandiosi affreschi del ciclo della fine del mondo di… E qui si arresta, perché il nome del loro autore, che conosce benissimo, gli sfugge. Non gli viene in mente Signorelli, ma altri due nomi di pittori: Botticelli e Boltraffio. L’episodio apre Psicologia della vita quotidiana (sic), il lavoro sui lapsus, le dimenticanze, le sbadataggini. Il rapporto di Freud con Roma è invece la celebre storia di una complessa inibizione. Freud non scenderà mai oltre il lago Trasimeno, dove anche Annibale si era arrestato, fino al 2 settembre del 1901. Mezzogiorno di fronte al Pantheon. Ecco di che cosa ho avuto paura per tanti anni!, scriverà Freud alla moglie. L’arrivo a Roma ha le caratteristiche di un trionfo, di una vittoria su se stesso. E’dell’anno prima, nell’agosto del ‘900, la clamorosa rottura con Fliess, in un luogo idillico vicino a Innsbruck. Il loro ultimo congresso è burrascoso: litigano furiosamente, s’insultano. Un amico intimo e un nemico da odiare sono da sempre requisiti indispensabili della vita emotiva: Fliess è stato per Freud l’uno e l’altro. A Roma il Maestro vorrebbe concludere i suoi giorni. Un passaggio di una lettera a Martha: Il mio piano per la vecchiaia rimane stabilito, non Cottage un quartiere residenziale di Vienna bensì Roma. Torna ancora nella piazza del Pantheon. La settima volta sarà l’ultima. E’un luminoso settembre del ‘23. Vuole far conoscere la città all’adorata figlia minore: Roma era bellissima… Anna è stata splendida: ha capito tutto e goduto di tutto, e sono molto fiero di lei.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/07/07/roma-totem-tabu.html?ref=search

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...