OH, SE LEOPARDI AVESSE LETTO FREUD! (1990)

di Luciana Sica, repubblica.it, 6 ottobre 1990

Che cosa sarebbe accaduto se Leopardi, Manzoni, Holderlin, Baudelaire Dostoievski e Kafka si fossero sottoposti a una terapia psicanalitica? È una domanda di Eugenio Montale, in un articolo apparso sul Corriere della sera nell’ottobre del’66. Ridicola, secondo la sua stessa definizione. L’autore di Ossi di seppia dice di porla soprattutto a se stesso, dopo la lettura di un ponderoso saggio di Michel David intitolato La psicoanalisi nella cultura italiana. La nervosa recensione di Montale inaugura a sorpresa il successo di critica, e poi di pubblico, del volume di seicento pagine di David. Un classico diventato introvabile, che Bollati Boringhieri ha ristampato nella versione di allora, con la stessa maliziosa prefazione di Cesare Musatti e l’aggiunta di un solo nuovo capitolo, l’ultimo, intitolato Venticinque anni dopo (il volume è in libreria da ieri, 5 ottobre).
Con il suo lavoro ricchissimo di citazioni, riferimenti, date, episodi, aneddoti, il savoiardo Michel David, studioso di letteratura italiana e francese, tenta di rispondere a due questioni: che cosa ha rappresentato Freud in Italia? Che rapporti sono intercorsi tra la psicoanalisi e gli scrittori italiani? Il risultato è un contributo importante alla cronaca della cultura italiana del nostro secolo. Non sono né psicoanalista, né psicologo e nemmeno uno storico di professione…, precisa Michel David, che oggi ha sessantasei anni e vive a Genova. Il mio libro vale se vale in quanto dossier, accumulazione di notizie, sollecitazioni, fatti, anche dettagli. Ho voluto indagare su un fenomeno che allora, nell’Italia degli anni Sessanta, sembrava di relativa importanza.

Una merce di contrabbando
Come mai quel disinteresse? Come mai temi che già verso la fine della prima guerra mondiale entrano nella cultura europea e americana rimangono assenti nella nostra? La prima parte del libro di David è una minuta cronistoria degli ostacoli ideologici e politici che si frappongono alla penetrazione della psicoanalisi e ne fanno, per decenni, una merce di contrabbando. Il bilancio è sconsolante. Prima l’idealismo filosofico (crociano e soprattutto gentiliano), poi il vitalismo fascista sbarrano la strada alla diffusione delle teorie freudiane. Non inferiore sarà l’ostilità della Chiesa cattolica, che passa lentamente dal rifiuto dogmatico a un cauto dialogo. Molto diffidente è anche l’accoglienza riservata alla psicoanalisi dagli ambienti scientifici e accademici. E nessun marxista italiano, salvo l’occasionale interesse di Gramsci, si occupa del problema prima del ’45.
Soltanto alla fine degli anni Sessanta spiega David associare Marx e Freud diventa un rovello che produce esperienze raffinate sul piano intellettuale e modifica radicalmente la visione dei comunisti rispetto alle idee del maestro viennese. Anche Eugenio Montale trova interessante la prima parte del laborioso scartafaccio di David. La sua irritazione si appunta invece sulla seconda, interamente dedicata dal nostro scrupoloso schedatore ai rapporti degli scrittori italiani con la psicoanalisi. Ci sono tutti: da Moravia a Gadda a Pavese, da Bacchelli a Landolfi, da Piovene a Pasolini. Fino allo stesso Montale e ai triestini Saba, Svevo e gli altri vicini alla Vienna di Freud. Fino ai Novissimi e ai cultori della letteratura della nevrosi. Montale, in quell’articolo, obietta a David che la psicoanalisi non serve all’artista, perché la nevrosi giova alla poesia. E ricorda un incontro negli anni Venti con Edoardo Weiss, l’ebreo triestino, il fondatore della psicoanalisi italiana, che sconsiglia l’autore delle Occasioni di sdraiarsi su un lettino in penombra. Una terapia l’avrebbe probabilmente guarito da qualche fastidioso disturbo nevrotico, ma avrebbe lasciato il poeta a mani vuote. Altra obiezione: supponiamo dice pressappoco Montale che i rapporti tra psicoanalisi e letteratura si facciano più stretti. Che cosa ne nascerebbe? A suo dire, nulla di buono: romanzi alla Saul Bellow e drammi alla Arthur Miller. Commenta David, sorridendo delle polemiche di allora: Cercare Virgilio in Petrarca era normale, ma non Freud in Svevo. Non ancora, almeno. Con il tifone psicoanalitico, inaugurato nel ’68, le cose cambiano radicalmente.
Scrive David nell’ultimo capitolo del suo libro: Zeno potrebbe essere già chiosato come un classico trecentesco se si volesse, per ogni sua frase, riferire illazioni e ipotesi dei suoi innumerevoli interpreti e commentatori. (…) Fuori dai luoghi letterari, la cultura psicoanalitica è ormai banalizzata fino ad annullare la carica critica e anticonvenzionale se non proprio eversiva, delle idee di Freud. Come dare torto a Montale? La sua sembra una profezia: …Il David sa benissimo che in paesi nei quali la psicoanalisi è merce corrente (per esempio gli Stati Uniti) la dottrina del maestro ha subito tutti i possibili annacquamenti e può considerarsi uno dei tanti mezzi che la civiltà del consumo offre a se stessa per sfuggire all’abbraccio di una noia mortale.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/10/06/oh-se-leopardi-avesse-letto-freud.html?ref=search

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