Eco su Lacan: “Ricordo di uno stregone” (1991)

di Umberto Eco, la Repubblica, 30 ottobre 1991*

Su Lacan non posso dare che una testimonianza personale, raccontando alcuni ricordi. Ma per un uomo che ha analizzato per tutta la vita i racconti altrui, anche un racconto può forse suggerire qualcosa. Confesso che di Lacan sentii parlare solo pochi anni prima che uscissero gli Ecrits. Stavo passando giorni e giorni a Parigi per rivedere con Francois Wahl, alle Editions du Seuil, la versione francese del mio Opera aperta. In effetti non si trattò di una revisione, ma di una vera e propria riscrittura perché, pressato da un lato dalle domande critiche di Wahl, e dall’altro dalle esperienze che stavo facendo coi nascenti gruppi semiologici a Parigi, Barthes in testa, impegnato come ero in letture di Trubeckoji e dei formalisti russi, stavo a poco a poco ripensando il mio libro. Lettura plurima E fu in questo clima di eccitazione mentale che, con altrettanta eccitazione, Wahl mi parlava delle lezioni di Lacan, che stava seguendo, e degli sforzi che faceva per portarlo a pubblicare la raccolta di tutti i suoi scritti. Quindi all’inizio Lacan fu per me un fantasma – uso il termine, per carità, nel suo senso più metaforicamente comune – e in qualche modo una promessa. Ne cercavo le tracce parlando con Elvio Fachinelli, che nel settembre 1965, su Il corpo 2, ne riassumeva alcune posizioni in un suo saggio “Sul tempodenaro anale”. Quando ebbi tra le mani una delle prime copie degli Ecrits ne feci una lettura plurima, come testimoniano ancora le mie sottolineature, le mie note, che denunciano l’uso di matite o penne diverse in momenti diversi, e con più inchiostri sulla stessa pagina. Lo lessi affascinato e prevenuto, perché nel frattempo, e ancora prima che il libro apparisse, era scoppiata in Francia la vogue lacaniana. Parlo di voga perché non investiva solo gli psicoanalisti, il che sarebbe stato normale, ma tutti. Mancava poco (è mancato pochissimo, e forse non ricordo ed è avvenuto) che si affrontasse la fisica nucleare dal punto di vista lacaniano. La Francia, che sino a un anno prima aveva cercato di veder tutto, compresa forse la fisica nucleare, dal punto di vista saussuriano, ora stava dando spettacolo d’ un altro eccesso pantagruelico. Sono per natura terrorizzato dai dogmatismi, e in Francia stava nascendo un dogmatismo lacaniano, che avrebbe entro breve circolato anche in Italia. Non volevo che mi si obbligasse a parlare in termini psicoanalitici solo perché era giunto il momento collettivo, e solo perché una intera cultura aveva scoperto Lacan in ritardo. Quindi la mia lettura di Lacan fu affascinata, lo ripeto, e diffidente al tempo stesso. E, cercando di non accettare il discorso psicoanalitico, leggevo con interesse linguistico e filosofico. In altri termini, se il lacanismo stava inserendosi nei discorsi della linguistica e della filosofia, io volevo capire che cosa esso significasse per questi discorsi. E’ completamente irrilevante, ai fini del mio racconto, che cosa abbia scritto su Lacan nel mio La struttura assente, che uscì in Italia nel 1968; così come è completamente irrilevante il fatto che in seguito abbia capito che la mia critica andava riformulata in termini più rigorosi, individuando con maggiore precisione i problemi filosofici e lasciando cadere certi aspetti della mia lettura che potevano ancora essere intesi come un “metter becco” in questioni che non erano di mia competenza (come avvenne per l’ edizione francese del libro e per le successive edizioni italiane). Non sto facendo la storia delle mie idee, sto facendo la storia della mia storia d’ amore con Lacan, come vedremo. Quando apparve la mia Struttura assente (1968), con la mia critica a Lacan (e si noti, non era piccola polemica, era una discussione pacata e rispettosa con un pensatore di cui riconoscevo la statura, così come stavo discutendo con Lévi-Strauss, Foucault e Derrida) Francois Wahl, con la franchezza che ha sempre permesso ai nostri rapporti di rimanere amichevoli malgrado molte differenze d’ opinioni, mi scrisse – a un dipresso (cito a memoria): non pubblicherò questo tuo nuovo libro, e mi spiacerebbe che venisse pubblicato in Francia, anzi già mi dispiace che sia uscito in Italia. Ero reo di leso lacanismo. Molte amicizie s’ interruppero, il libro fu poi tradotto per il Mercure de France, ma sapevo benissimo che vi si erano impegnati alcuni nemici del lacanismo: ero stato coinvolto in una faida. Per far capire quanto contasse allora a Parigi essere un eretico rispetto a Lacan, dirò che dal 1968 al 1980 circa i miei contatti col mondo culturale parigino, sino ad allora intensissimi, si ridussero di molto, e gli amici francesi li incontravo o a New York o a Urbino. In questo clima psicologico un giorno rientravo da New York, inebetito dal jet-lag, e apprendeva che la sera alle sei c’ era una conferenza di Lacan all’ Università Statale di Milano, con tutto lo stato maggiore della psicologia e della psicoanalisi milanese schierato. Non avevo mai visto il personaggio, ero curioso e, mezzo addormentato, mi ero recato alla conferenza. Verso la fine, mentre si infittiva la discussione, ho alzato la mano per fare una domanda. Forse non mi premeva, ma essendo ormai considerato il Massimo Antilacaniano di Milano Zona Sempione, mi sentivo in dovere di porre un quesito rispettoso. Mi rispose con cordialità Qualcuno al tavolo della presidenza disse a Lacan chi ero. Forse Lacan aveva visto l’ Oeuvre ouverte, certamente non la Struttura assente, ancora inedita in francese, ma qualche sicofante parigino doveva avergli insinuato che non lo amavo. Non so, siamo ai primi degli anni Settanta ed io ero un quarantenne noto solo in ambienti ristretti. Lacan mi rispose con cordialità e, di fronte a tutti, disse che bisognava che ci vedessimo e mi invitò a cena. Stordito dal jet-lag accampai una scusa, ed egli disse che avrebbe ritardato la partenza il giorno dopo per poter fare colazione insieme. Cosa avvenne a quella colazione? Non si parlò né di psicoanalisi né di semiologia, bensì di alcune frivolezze cosmiche. Ebbi l’impressione strana che lui volesse piacermi, e poi compresi. Qualcuno gli aveva detto che gli ero nemico, e lui voleva sedurmi. Mai seduzione ebbe maggior successo. Mi sedusse. E volevo lasciarmi sedurre, come se fosse stato una donna bellissima che mi chiedeva se, by the way, mi dava noia passare una notte con lei. Sto cercando di ricordare quali sono stati i miei rapporti successivi con Lacan… Frivoli. Mai parlato insieme di problemi seri. Ma se lui veniva a Milano lo vedevo, e se io facevo una conferenza a Parigi era in prima fila, a conferir prestigio all’ evento. Non gli ho dato nulla in cambio, non ho modificato le mie idee. Credo semplicemente che lui fosse contento che qualcuno che, secondo gli altri, non lo amava, gli desse invece prova di cordialità e di interesse per il suo lavoro. Mi lusingo che gli piacesse conversare con me perché finalmente vedeva un non-lacaniano. Che sollievo! Che rarità, nell’orizzonte coatto della sua corte! Che questa mutua simpatia non sia una mia fantasia, me lo testimonia qualche dedica. Quella che mi piace di più è quella con cui mi inviò nel 1974 la copia del suo Télévision: “A Umberto Eco, bras dessus bras dessous”. Forse l’ ha scritta anche per altri, non pretendo di essere stato la sua unica avventura adulterina. Nel mio romanzo Il pendolo di Foucault metto in scena uno psicanalista mitteleuropeo, il dottor Wagner, nel quale alcuni hanno creduto di riconoscere Lacan. Questa ricerca del roman à clef mi spiace sempre: quando in un romanzo si costruisce un personaggio vi si fanno sempre confluire ricordi multipli – per così dire un personaggio è sempre un collage di persone diverse conosciute in momenti diversi, ha il naso dell’ uno e lo sguardo dell’ altro e gli accadono eventi che sono accaduti a diverse persone. Dunque il dottor Wagner non è Lacan. Un essere adorabile Ma c’ è una storia che, dovutamente romanzata, deformata, piegata alle esigenze del mio racconto, riguarda Lacan. E’ quando il dottor Wagner psicoanalizza, forse senza saperlo e senza volerlo (e gratis!!!) Jacopo Belbo. La storia è vera, almeno nelle sue linee essenziali. Eravamo a cena, parlavo d’altro, forse avevo messo troppa passione nel parlare d’ altro e Lacan, con l’aria di chi parla d’altro anche lui, ha lasciato cadere una parola che mi ha fatto vedere in modo diverso una esperienza che stavo vivendo, e a cui certamente mi riferivo fingendo di parlare d’ altro. Lacan aveva parlato distrattamente e mi aveva imposto di mangiare il mio Dasein. La mia vita è cambiata. Lacan non l’ha mai saputo. Eppure credo che, col fiuto di un animale divoratore d’ anime, lui avesse capito che parlando d’ altro io parlavo di me, e ha lasciato cadere la sua battuta, parlando d’ altro, per colpire me al cuore. Non lo ha fatto coscientemente, era il suo istinto che lo portava a dire quello che ha detto. Era il suo fiuto dannato, reagiva senza riflettere, ma colpiva giusto. Non so se con quella battuta buttata per caso abbia consacrato la mia dannazione o la mia salvezza. Né so se mi stava restituendo bene per male o male per bene. Faceva (e intendo dare all’espressione il suo senso più alto) il proprio mestiere. L’ultima volta l’ho rivisto all’Harris Bar di Venezia, epicureo come sempre, e capace di apprezzare i Martini di Cipriani. E discutendo sulle virtù di quel nettare si è conclusa la serie dei nostri incontri, scientificamente irrilevanti. Lo ricordo come un essere adorabile, stregonesco, spietato. Un seduttore.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/10/30/ricordo-di-uno-stregone.html?refresh_ce

*Articolo segnalato da www.spiweb.it

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