Intervista a Contri: “Lo stupidario della domenica” (1992)

Il caso dei foglietti con i testi della liturgia: una «fiera delle banalità» ma anche l’indice di dove è arrivata l’eresia dell’astrazione

Intervista a Giacomo B. Contri di Stefania Falasca, 30Giorni, gennaio 1992

«Banali, raccogliticci, assurdi»; ma anche un segno del tentativo di svalutare il legame che c’è tra le parole cristiane e la realtà stessa del cristianesimo. Giacomo Contri non risparmia proprio nulla agli immancabili foglietti che si trovano in chiesa la domenica, per seguire la liturgia e per fare catechesi. Ma per lui questo è solo un capitolo di ben altro problema Contri non è un teologo: è uno psichiatra, della scuola di Jacques Lacan, delle cui opere ha curato l’edizione italiana per l’Einaudi. Si definisce ironicamente «libero pensatore». «Non mi interesso di teologia – dice – ma del legame fra logica e linguaggio». E senza spogliarsi del rigore di un analista, da semplice fedele che va a messa la domenica, apre il caso dei commenti alla liturgia…
Professore, le è capitato spesso di leggere questi foglietti?
Sì. Ma da molto tempo ormai evito di prenderli. Come dire… per non rovinarmi il palato.
Eppure è ritenuto uno strumento di massa più che valido per seguire la liturgia…
Non diciamo sciocchezze. Tutte queste frasette intercalate ai Vangeli e alle letture, densi di significato e spesso anche molto belli, sono una discrepanza stridente. Parole raccogliticce dalla tradizione cristiana e ripetute senza pensare e far pensare a nessun loro senso. Una fiera delle banalità, direi… un catalogo di assurdità. Un’insalata di insensataggini.
Allora a che servono se, come lei dice, non hanno alcuna consistenza e quindi non aiutano a capire?
Ad un’azione instupidente. Da un lato infatti sono non chiare, banali; ma dall’altro, questa fraseria sentimentale buttata lì, glissata a sandwich, quasi di soppiatto, in mezzo ai testi, risponde ad un’operazione astuta sotto l’apparente stupidità: la derealizzazione di tutto. Ossia lo svuotamento della realtà delle cose di cui si parla nel cristianesimo. Sono perciò funzionali ad una idea molto precisa: l’idea di cristianesimo senza Cristo e di cristianesimo senza cristiani.
E come si esprime questa che lei chiama «opera di derealizzazione»?
Con un divorzio tra le parole e le cose. Un divorzio tra lingua e «res». Se c’è un carattere denotativo del cristianesimo è proprio il rapporto tra parole e realtà. Nel cristianesimo le parole nominano delle cose reali o delle persone reali. Il cristianesimo ha un profondo rispetto per la lingua, un po’ come si ha rispetto per le persone care, per quello che si mangia… perché le parole dicono una realtà, indicano una tale cosa, un tale fatto. Sotto questo punto di vista i testi dei Vangeli sono interessantissimi. Cosa troviamo invece in questi foglietti? Frasi del tipo «bisogna leggere il Vangelo con gli occhi della fede». Che vuol dire? Niente. È un’astrazione, un’allucinazione. È saltato in aria il nesso logico, il legame tra parola e cosa. In linguistica questo nesso viene detto triangolo semiotico: parola-concetto-realtà. Questo triangolo indissolubile è stato sempre conservato e inteso come intatto dalla trasmissione cristiana e nella vita cristiana. Ora è bombardato. E in questo senso dico che l’operazione di derealizzazione è come un atto bellico. Un’azione militare mirata a colpire le linee di comunicazione. A interrompere, facendole saltare, le linee logiche tra la parola e il significato da un lato, e la parola e il suo referente reale dall’altro. E di fronte ad una simile astratta terminologia siamo indotti a non chiederci niente, a darla per ovvia. È una sorta di inganno sottile.
Può fare ancora un esempio?
«Il regno di Dio è dentro di noi». È una frase che ho letto e che sento ripetere spesso. C’è una parola della terminologia psichiatrica che definisce uno dei sintomi della schizofrenia: ecolalia. È il sentire delle parole e ripeterle all’infinito, senza pensare al loro senso. Per questa frase il processo è identico. Il fedele non è invitato a chiedersi che cosa vuole dire. Perché se fosse invitato a chiedersi che cosa può significare questa affermazione, sarebbe già qualcosa: si capirebbe subito che essa è la negazione stessa del concetto di regno di Dio, per la semplice ragione che è la negazione del concetto di rapporto. «Regno» infatti vuol dire rapporto e sistema di rapporti: dunque di realtà. Se il regno di Dio è dentro di me, non esiste più un rapporto tra la persona A e la persona B, e quindi, è la negazione di «regno». Questa frase sottende che la rivelazione è già interna a noi e promessa da tempo. E’ la perversione più pericolosa per il cristianesimo. Il fondo dunque è perverso e la tecnica espressiva è schizofrenica.
Ma chi va a messa, di solito, non si cura molto di ascoltare o di leggere con attenzione queste frasi…
Già. Nessuno sta più a sentire, ad ascoltare niente. Ma è così che diventano efficaci. Proprio perché non dicono niente, perché implicano che non c’è niente da vedere, niente da toccare, da trasmettere, che non si parla dell’esistenza di cose o persone reali. In questo modo l’operazione derealizzante diventa più efficace.
Lei indica questa scelta di terminologia come sintomo di una perversione. Queste forme espressive non proprio ortodosse fanno invece pensare in all’eresia…
Se ne trovano tante di frasi non ortodosse, basta tirarle su con la canna da pesca. Dire ad esempio, come ho trovato scritto in uno di questi commenti alla liturgia, che «Cristo rimprovera i discepoli e gli fa capire che ciò che conta non è il segno esteriore, lo stare materialmente accanto a lui, ma realizzare la sua stessa opera» è una delle forme che rasentano l’eresia. E’ un falso in senso tecnico. Perché dire che a Cristo non importa del segno esteriore vorrebbe dire che non gli importa di lui stesso, essendo Egli il segno esteriore per eccellenza. Cristo sarebbe così una specie di suicida itinerante. Ma non è l’eresia il punto. Perché in quei commenti anche se viene detta un’eresia, viene detta in una forma cretina, banalizzata, in una formula linguistica sciatta. Così a una persona non viene neanche più in mente di dire: «Ma guarda, un errore», «Ma questo è sbagliato». È un’operazione più che eretica, perché non rimanda a nessuna immagine. L’eresia invece ha sempre comportato una proposta reale, un’immagine alternativa. Qui non ne viene fuori nessuna. È l’annientamento del dire e del reale.
Insomma, secondo lei tutto questo è funzionale al tentativo di togliere realtà alle parole cristiane?
Con un bombardamento mirato a colpire il rapporto fra la parola detta o scritta e la sua realtà, il cristianesimo viene colpito al cuore. È questo il punto e lo scopo, perché per il resto è puro disfacimento verbale. Per distruggere il cristianesimo nella sua realtà vengono attaccate le linee di comunicazione. Non esiste mezzo migliore per annientare la realtà che il linguaggio. Non è un caso infatti che il nostro secolo è il secolo della riflessione sulla lingua. Nel nostro secolo, soprattutto nella seconda metà, si è scoperto che si possono ottenere danni maggiori, massacri ben più gravi operando sul versante della lingua che non con le persecuzioni fisiche. Quando si interrompono i ponti di comunicazione tutti i pezzi vanno per conto loro. E allora si può parlare di tutto. E va bene tutto.
Non è raro trovare all’interno di questi commenti alla liturgia brani presi da testi protestanti. Questa scelta è il segnale di una protestantizzazione del cattolicesimo?
Poteva essere vero qualche decennio fa. Una volta infatti erano i protestanti che volevano protestantizzare i cattolici. Adesso sono certi cattolici che vogliono instupidire anche i protestanti. Se fossi un protestante e vedessi questi brani inseriti lì dentro mi offenderei. Già. Perché questo linguaggio offende la nostra dignità di persone. Per una ragione sana è ingiurioso parlare così. Per questo all’inizio dicevo che è assurdo. E’ un linguaggio tossico, intossicante, che puzza. Manda cattivo odore.
Non le sembra di esagerare?
Dico questo solo per sottolineare che è un’operazione cattiva, malvagia. È come offrire intenzionalmente a qualcuno il vino cattivo. Non dico che sia intenzionale in tutti, perché poi le persone instupidite a loro volta inventano queste frasi e non se ne rendono più conto, come prese in un vortice demenziale. Ma è malvagia perché il suo unico presupposto è l’ingannabilità universale. Ciò che in fondo la caratterizza è l’assoluta banalità pronunciata con l’importanza di chi rivela verità importanti. E la banalizzazione è sempre sintomo di un odio profondo. C’è infatti un altro aspetto che vorrei sottolineare, accanto a quello dello sparare sulle linee di comunicazione per distruggere la realtà del cristianesimo.
Quale?
Quello di annullare la figura storica di Cristo. Capita spesso di sentire parlare di Gesù ridotto ad un poveraccio, un povero cristo tra i miserabili. Ridotto ad un entità indefinita per cui si parla del Cristo dei baraccati, dei diseredati, dei drogati. Pieno dell’odio invidioso del piccolo borghese. La figura di Gesù che viene fuori è quella di un mentecatto nel senso psichiatrico del termine: un demente. Sembra quasi che da piccolo abbia fatto le scuole speciali con l’insegnante di sostegno. Ma non sono io a dire questo, è un’idea gnostica. È in fondo frutto dello gnosticismo ridurre e trasformare la persona storica e reale di Cristo ad un principio universale di cui egli stesso è espressione. E per fare questo ricorre ad un’operazione banalizzante. La banalità è lo strumento preferito della gnosi.
Per questo motivo lei prima diceva che questo linguaggio è sintomo di un odio profondo…
Cosa odiano di più i nemici del cristianesimo nel cristianesimo? La ricchezza, l’abbondanza che viene dalla persona fisica di Cristo. È l’idea del dono della sua grazia che è insopportabile. E allora anche tutto questo parlare, insistere sulla povertà: «bisogna essere poveri», Cristo stesso ridotto ad un poveraccio… Non è la povertà nel senso evangelico: è indurci ad essere miserabili, invidiosi. Perché l’atteggiamento dell’invidioso non è quello del ladro, non ha il desiderio di portare via ad un ricco i suoi beni, di appropriarsi del bene altrui. L’invidioso intende restare miserabile. Non ha alcuna intenzione di essere ricco e vuole abbassare gli altri al suo livello. Vuole che gli altri siano come lui. Quei bravi «occhi della fede» non sono altro perciò che gli occhi dell’invidia. Questo è il linguaggio dell’invidia. Il fine ultimo dell’opera di distruzione è allora un mondo di miserabili, dove l’invidia è capitale. Una povertà universale nel senso di instupidimento, che renda incapaci anche di essere furbi, di vedere e cercare la «perla preziosa». Un mondo insomma dove è abolito il fatto di avere Cristo come ricchezza, legame affettivo, beneficio, gusto. Dove scompaia come possibilità reale l’azione della Sua grazia. L’unica che può dare il centuplo quaggiù.

http://www.storialibera.it/attualita/chiesa_sinistrata/articolo.php?id=1405&titolo=Lo%20stupidario%20della%20domenica

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