Ultimo tango con Freud (1992)

Nella nuova capitale dell’inconscio centomila pazienti seimila dottori e furiose polemiche tra le diverse scuole

di Enrico Deaglio, lastampa.it, 10 febbraio 1992

Il buon vecchio Jorge Luis Borges lo aveva sempre tenuto nascosto, eppure anche lui si sdraiò  sul lettino dell’analista. Con buoni risultati, stando al libro della signora Estela Canto, Borges in controluce, esposto in ogni libreria di Buenos Aires. Innamorato non corrisposto della signora, dal 1945 al 1950 Borges si sottopose a trattamento presso il dottor Cohen Miller. Superò  la fobia di parlare in pubblico ed ebbe giovamento rispetto al suo problema tanto nobile quanto antico di impotenza. Questa proveniva da un certo pomeriggio a Ginevra, quando in un misterioso appartamento di una certa piazza Dufour il padre lo iniziò  al sesso tramite una signora retribuita e il ragazzo fallì la prova. Solo trent’anni dopo, in uno dei suoi più noti racconti, L’altro, quella piazza Dufour, dal nome leggermente storpiato, emergerà  come indizio incomprensibile, ma centrale del riassunto della sua vita.

Sarebbe stato strano, in effetti, che Borges non si fosse confrontato con Freud. Sarebbe stata un’eccezione in una città  in cui da decenni la psicoanalisi è pane quotidiano. Il Che Guevara per esempio, Freud lo cominciò  a leggere a quattordici anni. Mafalda, la bambina dei fumetti di Quino, parla psicanalese da trent’anni. Lo stesso tango è definito un pensiero triste che balla. Oggi si calcola che almeno centomila persone di Buenos Aires si facciano periodicamente strizzare il cervello per i fatidici cinquanta minuti. Una tecnica per sopravvivere, un’abitudine metropolitana come in altre città lo è la messa, la sauna o il jogging. Buenos Aires è la città  dell’inconscio più esplorato, oltreché la sede del massimo concentrato di psicoanalisti sul pianeta. Seimila dottori, fieramente divisi in scuole, feudi e tendenze. Per primi vengono i mille iscritti alla Associazione psicoanalitica argentina, Freudiani classici. Altri millecinquecento, sempre freudiani, sono operanti nell’Associazione psicoanalisti di Buenos Aires. A loro si sono aggiunti almeno duemila seguaci di Jacques Lacan, sparsi in una ventina di istituzioni. E inoltre altri duemila “lacaniani individualisti” con sconfinamenti nei campi più inusuali della ricerca e una folla mobile e non calcolabile di psicoterapeuti di gruppo, sciamani metropolitani, equilibristi tra il soma e la psiche. Si fanno avanti ogni giorno con due colonne fitte sui quotidiani annunciando seminari, piccoli gruppi, scuole di respirazione. Distribuiscono volantini per strada “para resolver cierto tipo de conflitos emocionales… Un grupo de medicos y psicologos le ofrecen un tratamiento calificado y economicamente accesible“.

L’effetto più evidente e’nel linguaggio: tutti dagli economisti ai politici parlano di nevrosi sociale, di pulsioni, di struttura ossessiva del linguaggio, di inconscio collettivo. Curioso fenomeno, per un osservatore esterno. Come inspiegabile per uno psicoanalista argentino di ritorno da un viaggio in Italia è la visione dei nostri talk show televisivi senza la presenza fissa in studio di un esperto in cervelli. “Ma come fate a dibattere per ore di mafia, razzismo e disonestà  politica senza partire dai traumi della sessualità  infantile?” (già, chissà  perché da noi si preferisce il politichese in prime time e il romanesco nei programmi prima di pranzo?).

Non esiste una spiegazione per l’enorme successo delle teorie del dottor Sigmund Freud in Argentina. Mauricio Abadi, uno dei decani della scuola freudiana, cerca di spiegarlo con ironico distacco: “Era affascinante come un prodotto d’importazione di lusso. La psicoanalisi fuggiva dall’Europa nazista e qui trovò un vuoto che aspettava solo di essere colmato. Negli Anni 30 e 40 qui c’era una borghesia ricca, assetata di cultura, ma senza tradizioni e con poco fondamento religioso. Avrebbe potuto buttarsi sulla fisica o sulla chimica, ma erano scienze più difficili. La psicoanalisi conteneva invece tanti elementi di seduzione. Il rito, per esempio. Quel tanto di magia che le regole comportano. Pensi a un paziente che si gratta distrattamente un ginocchio e a un analista che gli spiega che il suo atto non è altro che una pulsione repressa verso la masturbazione. Il paziente lo trova assolutamente fantastico”. “Questo, continua Abadi, è però il fenomeno esteriore. In realtà  la psicoanalisi è stata importantissima in questo Paese, perché ha dato cultura, modernità, e ha trasmesso effetti benefici alla medicina e alla letteratura”.

Avversata prima dal peronismo (che diffidava di tutti gli intellettuali) e in seguito dalle varie dittature militari come una delle tante manifestazioni del complotto comunista mondiale, la psicoanalisi argentina non ha però mai smesso di moltiplicarsi e di riplasmarsi. Oggi il suo grande laboratorio dell’inconscio si situa a metà strada tra la tendenza americana, una variante della medicina tradizionale, e la scuola francese che dal trattamento clinico è elegantemente passata alla filosofia. Nata come industria privata, è rimasta tale ed è tutto sommato applicata poco nella pratica degli ambulatori.

Da quindici anni poi, ha subito l’inarrestabile seduzione di Jacques Lacan, fenomeno che gli antichi freudiani osservano con evidente disgusto. “Il successo di Lacan è un brutto segno, perché avviene nei Paesi ignoranti. Non è un caso che, più ancora che in Argentina, Lacan abbia raggiunto il massimo di popolarità  in Perù. È una moda, basata sull’esoterismo del linguaggio. Il Perù di Lacan è simile al Perù di Fujimori, che è stato eletto Capo di Stato non perché dica qualcosa di particolarmente pregnante, ma perché è giapponese e quindi nuovo, strano, magico”. Di fatto, però, è la scuola dell’analista francese ad avere oggi il sopravvento. Non solo nella teoria, soprattutto nella demolizione dei capisaldi delle regole freudiane. Nella gerarchia, per esempio: se ancora vent’anni fa per praticare la professione, l’analista doveva passare attraverso i gradi di aspirante, ammesso ai seminari associato e infine didatta, oggi tutto quel percorso è stato abolito. Psicoanalista è qualunque psicologo con lettino a disposizione. Il trattamento clinico, una volta rigidamente di quattro sedute alla settimana, ora è libero. Si conducono terapie di gruppo senza alcun controllo e tutto pare diventato un supermarket in cui gli psicoanalisti si reclamizzano sui giornali come lattine di piselli in scatola. Le accuse che si scambiano le diverse scuole sono violentissime: “libanizzazione” della psicoanalisi è una delle più frequenti. Terapeuti sono accusati di tenere in trattamento a vita i loro pazienti, pur di non perdere una entrata economica. E in effetti basta aprire un quotidiano di Buenos Aires per vedersi sommersi da ogni genere di promessa: risoluzione della crisi della coppia, risoluzione dei conflitti emozionali, insonnia, ansia, angoscia, convivenza con l’Aids, frustrazione da recessione economica, bulimia, anoressia, invecchiamento, artrosi cervicale, ipnosi, programmazione neurolinguistica, risocializzazione. Il Lexotanil, farmaco ansiolitico, è di fatto in libera vendita anche nelle drogherie ed è la medicina più diffusa a Buenos Aires: batte persino l’aspirina.

Nelle poste del cuore sui giornali ci si imbatte in ragazzi che si presentano dichiarando “pulsioni omosessuali chiaramente derivanti dalla figura del padre, ufficiale dell’esercito” e altri che annunciano di non usare volutamente il preservativo nei rapporti sessuali occasionali “come elemento di una personale battaglia con la morte”. L’impressione finale è che qui ormai tutto l’inconscio sia esposto pubblicamente. Ma che nello stesso tempo manchi qualcosa, qualcosa che gli analisti temono di affrontare. In Argentina, appena dieci anni fa operava una delle più cupe dittature del mondo; gente comune o persone conosciute venivano improvvisamente prelevate per strada, per poi essere torturate in qualche commissariato di polizia e infine “fatte sparire”. Trentamila, dicono le ultime cifre. E altrettanti i funzionari addetti alla repressione. Tutte persone che di Sigmund Freud avevano sentito parlare. Ora grazie a un’amnistia generale, circolano per le stesse strade, s’incontrano lì sui tram, torturati e torturatori, vittime, spettatori. Ma quello che è successo resta tabù . Gli analisti rispondono con molta prudenza su questo tema, con frasi tipo: “Si sente la presenza di questa assenza”, “La rimozione è evidente”, “I traumi sono presenti ma non visibili”.

Se ne è discusso nell’ultimo congresso tenuto l’anno scorso a Buenos Aires, ma a porte chiuse. Sono state presentate migliaia di storie cliniche, una memoria dolorosa di cui gli analisti argentini sono oggi depositari, che non vogliono o non possono ancora dire, ma che sanno essere “la” storia più importante del loro Paese mascherata da quell’enorme consumo di Lexotanil. “È presto”, mi dice Jerman Garca, un analista che ha vasta esperienza di “traumi da dittatura”. “Forse un giorno riusciremo a capire di più della personalità  di un torturatore o di un militante clandestino. Ma ci vorranno anni. Pensi a Borges, che ci ha messo trent’anni per scrivere quelle due parole, piazza Dufour. Ma una storia gliela posso raccontare. Il caso della signorina R., di Tucuman, una delle migliaia. Tucuman, nel Nord dell’Argentina, è la regione in cui la guerriglia fu più forte e più brutale fu la repressione. Anni di terrore, che divennero anni di culto della morte. I guerriglieri arrivavano nei loro proclami ad annunciare azioni militari in cui calcolavano che l’80 per cento delle proprie forze sarebbe andato distrutto. L’esercito invece arrivava di notte, scaricando nelle fosse comuni centinaia di cadaveri. La signorina R. aveva militato nella guerriglia, ma non ad alto livello. Non era stata arrestata e non era stata torturata. Quando crollò la dittatura e anche a Tucuman venne il tempo della riconciliazione, una domenica venne organizzato un pranzo ufficiale con i ragazzi dell’Università  e gli amministratori. E tra questi c’erano anche gli stessi che avevano retto la provincia per conto del generale Videla. La signorina R. (ma era la realtà  o era un sogno?) ricorda una grande tavolata, poi qualcuno che propose di concludere la giornata al poligono di tiro, a tirare al bersaglio, uno dei passatempi più popolari in Argentina. Andarono e quando venne il suo turno, la signorina R. prese il revolver con le due mani, si molleggiò  sulle gambe, tirò  e fece centro. Tutti applaudirono. E poi venne da lei un colonnello, affabile, che le diede un buffetto sulla guancia: “Brava. Ma questo non te lo ha insegnato la mamma, vero?”.

http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=899033

Su Buenos Aires vedi anche:

https://rassegnaflp.wordpress.com/2012/01/14/buenos-aires-e-la-citta-degli-psicologi-e-villa-freud-il-loro-quartiere/

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