Jouvet, l’archivista dei sogni (1992)

di Ulderico Munzi, corriere.it, 27 marzo 1992

Il “mago dei sogni” ha una voce che sembra venire da lande sperdute. Speriamo che il professor Michel Jouvet perdoni questa immagine. Perché non è tanto il suo volto che colpisce, quanto il suo modo di parlare, quella cadenza misteriosa e avvincente che s’intona con l’universo in cui viaggia, come esploratore, da trent’anni. L’universo del sonno e, quindi, dei sogni. Talvolta, passeggiando tra i campi nebbiosi della vallata del Rodano, lo scienziato è colto dalla curiosità di conoscere il numero delle notti in bianco che ha trascorso accanto a topi, gatti ed esseri umani dormienti per raccogliere, attraverso i suoi strumenti, la loro dimensione onirica. “Pura curiosità”, precisa.
Michel Jouvet, in fin dei conti, è un “figlio della notte”, come lo sono i sogni secondo Esiodo. Racconta che negli anni Sessanta, quando annunciò che avrebbe studiato i sogni dei gatti, i suoi amici fisiologi gli dissero: “Tu sei matto, Michel”. Oggi, il professore, che dirige un centro di ricerche sulla onirologia molecolare a Lione, gode fama mondiale. Dispone di scanner, computer, cineprese a positroni. Tutto è puntato sui cervelli di bestie e uomini. È sua, anni fa, la definizione di “sonno paradossale”, quel periodo d’intensa attività cerebrale e d’indifferenza del soggetto agli stimoli esterni: il periodo durante il quale si sogna. “Il grande enigma biologico del secolo”, dice Michel Jouvet.  Non ha ancora la chiave per risolverlo? “No e forse nessuno l’avrà mai”, risponde con semplicità . Ha strappato i sogni al colonialismo della psicoanalisi: “Quando si era prigionieri di Freud”, ironizza Jouvet che non l’aveva ancora letto ai tempi del “sonno paradossale”. E ha sistemato i sogni nella loro “fabbrica”: il cervello. Le librerie parigine espongono, in questi giorni, due suoi libri, pubblicati da Odile Jacob. Il primo è un romanzo dal titolo Le chateau des songes, la storia di un cacciatore di sogni del Settecento, e il secondo è un testo scientifico: Le sommeil et le rêve, il sonno e il sogno.

Le tesi di Jouvet
È vero che lei è così marcato dalle sue ricerche da fare l’inventario dei suoi sogni?
Ne ho raccolti cinquemila in vent’anni. Ho scritto, direi, il mio andar sognando che, mi creda, non è poi cosi’esteso: 250 sogni all’anno. Li studierò in ogni dettaglio quando sarò in pensione. Forse, allora avrò computer piu’governabili di quelli attuali.

Teme che si possa fare la storia del “semplice” Monsieur Jouvet attraverso i suoi sogni?
Questo è il punto. Non ho cercato di rileggerli. Infatti credo che, rileggendoli, potrei dedurre altri sogni, magari altri Jouvet. Le assicuro che non li pubblicherò mai. Quindi, il mio sognare resterà una storia chiusa tra il mio inconscio e il mio ego razionale.

Potrebbe ricorrere alla psicoanalisi.
Credo che non ci sia bisogno della psicoanalisi per studiare i sogni. Nel lasso di tempo esistente tra un avvenimento della vita da svegli e il suo incorporamento nei sogni ci sono leggi relativamente esatte. Pensi ai viaggi. Quando vado in luoghi esotici, come il Borneo o la Malesia, nei primi sette o otto giorni ho sempre sogni che hanno un rapporto con Lione. Lo spazio è incorporato a livello di sogno. Così avviene in altre persone.

Però , lei mi ha fatto capire che nessuno può rispondere alla banale domanda: perché si sogna?
Nessuno, almeno con certezza. Io ho la mia teoria sulla funzione del sogno. Ritengo che la personalità di un individuo dipenda, oltre che dall’ambiente esterno, da ciò che ha appreso, dalla società in cui vive e dalla sua eredità psicologica. Per una serie di ragioni teoriche e di esperienze, il solo modo attraverso cui l’eredità psicologica agisce sul cervello, per una vita intera, è il processo periodico del sogno. Io ho fatto del sogno il “guardiano” di quella che è chiamata la parte innata della nostra personalità “.

Un po’ come gli archetipi di Jung, immagini antiche appartenenti al patrimonio comune dell’umanità ?
Non è impossibile. Comunque, il cervello è molto malleabile ed è continuamente cambiato dall’ambiente. Non c’è che un modo per conservare l’eredità psicologica: la riprogrammazione periodica del cervello per mezzo del sogno. I nostri sogni non sono volontari. Costituiscono un macchinario involontario. Secondo me, la parte ereditaria è come “riniettata” nel cervello quando si sogna, sopprimendo così alcune cose programmate da svegli o rafforzandone altre. È come se fossimo “sognati” dalla parte ereditaria. Se si sopprimessero i sogni, sarebbe l’ambiente a costruire, essenzialmente, la nostra personalità.

Dunque, i sogni ci “salvano”.
C’è stato il caso dei gemelli separati subito dopo la nascita. Erano trascorsi trent’anni e non si conoscevano. Ebbene, sono stati ritrovati in città diverse e i test psicologici, cui sono stati sottoposti, hanno dimostrato che la loro personalità era la stessa. Ecco perché bisogna immaginare un sistema di riprogrammazione attraverso il sogno.

Lei non crede, ovviamente, ai sogni premonitori.
Aristotele ha già dimostrato che il sogno premonitorio è dovuto al caso. Secondo il calcolo della probabilità, può succedere, per esempio, che lei sogni un incidente aereo e l’incidente accada l’indomani. Ma lei non si ricorderà mai quante altre volte ha sognato la stessa cosa e nulla è accaduto.

C’è un “responsabile” dei nostri sogni?
Tutto si svolge come se ci fosse un invisibile direttore d’orchestra che programma e poi agisce su quasi tutte le cellule del cervello. Direi che le scatena. Per fortuna, non ci si può muovere, a parte gli occhi, perché c’è un meccanismo, a livello del midollo spinale, che blocca. Tranne che nei casi di lesioni cerebrali: il marito che ha sognato di picchiare la moglie e s’è svegliato con un polso fratturato, voleva picchiarla veramente.

Chi comanda il direttore d’orchestra dei sogni?
Questo è il problema. Si sa dove “abita” nel cervello. Si sa che si mette in funzione quando c’è energia sufficiente. Si sa che esiste un trasmettitore, l’aceticolina, che fa funzionare tutto. Il resto è nei misteri della fisiologia nervosa. Misteri su cui indagano, in Italia, a Bologna e a Milano, degli ottimi ricercatori. Fra i migliori del mondo.

Escludiamo il soprannaturale, professore?
Certo, il processo del sogno esiste in tutti gli animali vertebrati.

Escludiamo anche Dio?
Non credo che durante il sogno l’”anima” si metta in comunicazione con Dio. E poi chi fa ricerca fisiologica non deve porre meccanismi non verificabili.

Dove si può arrivare studiando i sogni?
Penso che sia la conoscenza per la conoscenza. Dato che si sogna per cento minuti ogni notte, non si conoscerà il funzionamento del cervello umano finché non si sarà scoperto il perché di questa “macchina”. Una “macchina” infernale. Se si sopprime artificialmente il sogno, il cervello mette in azione una specie di turbo, riguadagna il tempo perduto. Il cervello è l’ultima frontiera della conoscenza. Il fine ultimo. Il cervello potrà , in futuro, capirsi? O la macchina è tanto complessa da sfuggire per sempre alla conoscenza? Lei mi dirà: filosofia. Io insisto: siamo stati costruiti a immagine di Dio o abbiamo solo il cervello di un animale sviluppato?

http://archiviostorico.corriere.it/1992/marzo/27/Jouvet_archivista_dei_sogni_co_0_9203272161.shtml

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