“Caro Maestro, perché non mi amate?” (1992)

di Giuliano Gramigna, archiviostorico.corriere.it, 25 maggio 1992

“Beninteso, io conosco i suoi “disturbi legati ai complessi”, e ammetto volentieri che preferirei un amico indipendente; ma se lei fa tante difficoltà, bisogna pure che io l’adotti come figlio…” scrive Freud il 17 novembre 1911, in una lettera, che reca appunto l’intestazione “caro figlio”, indirizzata a Sandor Ferenczi (che aveva allora trentotto anni). La lettera fa parte della copiosissima corrispondenza che i due psicoanalisti si scambiarono quasi quotidianamente dal 1908 al 1933, corrispondenza che vedrà ora la luce per la prima volta nel suo complesso in traduzione francese da Calmann Lévy. Ne è uscito il primo tomo (1908-1914), a cura di una èquipe di studiosi diretta da André Haynal. In Italia, questo stesso volume uscirà all’inizio dell’ anno prossimo presso Cortina.

Sandor Ferenczi era nato nel 1873 da famiglia ebrea polacca poi trasferitasi in Ungheria. Quando viene in contatto con l’opera di Freud, attraverso la lettura dell’Interpretazione dei sogni, è già un neurologo brillante, interessato ai fenomeni dell’ipnotismo, della suggestione e delle associazioni verbali. Si tratta, per dir cosi’, di un colpo di fulmine nei confronti di Freud e della psicoanalisi, in cui lo spirito, naturalmente entusiasta e pronto ad abbracciare novità, del giovane medico trova stimolo irresistibile. L’epistolario testimonia l’alto contributo, teorico, elaborativo ma anche organizzativo, portato da Ferenczi allo sviluppo, alla crescita della psicoanalisi. Nel gruppo degli “apostoli” e’ certo il più brillante, originale e in qualche modo irriducibile al semplice discepolato (“la saluto, strano Inquietante”, Sie Unheimlichen, lo apostrofava Freud…): opere come Thalassa, psicoanalisi della vita sessuale, l’applicazione di criteri psicoanalitici all’ambito biologico, certe rischiose innovazioni terapeutiche, lo testimoniano. Nell’amicizia, nella devozione a Freud, che corse anche il rischio di spezzarsi ma non si spezzò mai davvero, queste lettere ci dicono che Ferenczi metteva in gioco non solo (scientificamente) il problema del transfert, la trasmissione del sapere, la questione della verità; ma soprattutto una domanda al Padre: domanda d’amore che Ferenczi sentiva non soddisfatta fino in fondo dall’analisi. Il gruppo di lettere (vedi qui accanto) scambiate fra i due nel 1909, dopo un viaggio in comune in Sicilia, ricco anche di malintesi e bronci, disegna, neppure troppo nascostamente, fra lucidità e slanci, appunto quella domanda, analitica per eccellenza, che riecheggerà fino agli ultimi anni della vita di Sandor Ferenczi rivolta a Freud Padre e Maestro: “Perché non mi ha amato?”.

http://archiviostorico.corriere.it/1992/maggio/25/caro_Maestro_perche_non_amate_co_0_92052511258.shtml

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