Intervista a Frank Sulloway – Freud biologo della mente (1992)

di Redazione EMSF RAI, 3 giugno 1992

Professor Sulloway, sia per la cultura popolare che per il pubblico colto Freud rappresenta colui che ha scoperto l’«anima». Potremmo dire che in molti ambienti domina la convinzione che una cosa sono le scienze e un’altra cosa è l’opera di Freud. Qual era il rapporto tra Freud e l’ambiente scientifico dei suoi tempi, con particolare riferimento a quello degli studi biologici?
Generalmente si tende a non tener conto del fatto che, prima di diventare famoso per aver fondato la psicoanalisi, Freud si era affermato in un campo completamente diverso. In realtà quando la psicoanalisi emerse nel panorama mondiale, Freud aveva più di quaranta anni. Nei due decenni precedenti egli si era specializzato in biologia e in neuroanatomia, e si era affermato in quel campo. Si era guadagnato fama mondiale come pioniere in alcune sottodiscipline della neuroanatomia. Tutta la concezione della mente di Freud è stata plasmata dalla tradizione e dalla formazione biologica dei suoi primi studi.
All’epoca in cui mi accostai allo studio dello sviluppo delle idee di Freud e dell’evoluzione della psicoanalisi, si tendeva quasi a considerare questa carriera precedente un periodo sprecato della sua vita, prima che Freud arrivasse a quella che era la sua vera vocazione, ossia la psicologia. Non ci si rendeva pienamente conto che le ipotesi fondamentali che Freud assimilò dalla neurologia e dalla biologia evoluzionistica della fine del diciannovesimo secolo, permeavano a tal punto le sue idee da non poter non influenzare, una volta passato alla psicoanalisi, tutto il suo pensiero sull’evoluzione degli esseri umani. Ad un attento esame emerge che Freud attinse le ipotesi fondamentali della teoria psicoanalitica dalla sua precedente carriera di biologo. Di qui il titolo del mio libro su Freud: Freud biologo della mente. L’essere un «biologo della mente» sembra quasi una contraddizione in termini. Ma in realtà Freud è il più grande esempio di questa tradizione. E non è l’unico: penso per esempio al grande Charles Darwin, che era un biologo della mente in maniera molto simile. Chiunque legga le grandi opere di Darwin sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali o sulla discendenza dell’uomo, non può sminuire la grandezza di Darwin psicologo solo perché cercava di comprendere la psicologia in termini biologici. E invero, le teorie del comportamento umano, per poter essere valide, devono essere radicate in entrambi questi campi. Devono essere caratterizzate da un fondamento nella biologia e dal tentativo di confrontarsi con la psicologia del comportamento.
Freud si rendeva conto di questo. Da studioso di scienze naturali qual era, sapeva che una teoria del comportamento non può essere campata in aria. Bisogna radicarla profondamente in tutte le ipotesi e conoscenze essenziali possibili sull’uomo come essere evolutivo, come organismo biologico caratterizzato da bisogni e da ogni sorta di avvenimenti cruciali che contrastano lo sviluppo; tutti aspetti, questi, saldamente legati alla biologia. Se si ritiene che il comportamento debba essere radicato nella biologia, allora si comincerà cercando aspetti che abbiano evidenti legami con essa, e la sessualità ha una chiarissima connotazione biologica. Per questo motivo il sesso costituiva uno dei principali interessi di Freud.

Potrebbe approfondire il discorso sulla formazione di Freud, sulla sua formazione di biologo e sui suoi primi studi in relazione, per esempio, a Darwin e alla biologia evoluzionistica dell’epoca?
Freud apparteneva, diciamo così, alla prima generazione post-darwiniana, alla prima generazione di evoluzionisti convinti che l’uomo fosse il discendente naturale di organismi inferiori. All’epoca in cui frequentava la facoltà di medicina, e cioè all’inizio dell’ottavo decennio dello scorso secolo, il darwinismo era una filosofia o, meglio, un dogma dominante. Freud seguì un corso sul darwinismo ed era un lettore instancabile di tutte le opere fondamentali sull’argomento. Possedeva praticamente tutte le maggiori opere sul darwinismo esistenti in inglese e in tedesco e le sue pubblicazioni successive rivelano una grande familiarità con il corpus darwiniano. Per quanto riguarda questo campo Freud si occupò dell’evoluzione e della struttura neurale di diversi organismi primitivi, tra i quali il petromizonte, una specie di pesce molto primitiva. Dal suo professore Hans Brücke gli fu assegnato il compito di studiare un tipo particolare di cellula che era stata trovata nella struttura neurale del petromizonte, poiché nessuno riusciva a capire veramente quale fosse la funzione di questa cellula né da dove venisse. Il compito di Freud era quello di scoprire cosa ci facesse lì quella cellula, come ci era arrivata e via di seguito. Freud diede a tale problema una soluzione di carattere evoluzionistico: si prendono in esame delle entità morfologicamente simili e si cerca di scoprire se hanno qualcosa in comune. Se ce l’hanno, allora si ipotizza che discendano l’una dall’altra.
Quel primo saggio di Freud, che fu considerato una scoperta importantissima, era permeato dalla logica di perseguire una soluzione di tipo darwiniano per capire il comportamento dei nervi o la struttura neurale. Molti dei saggi posteriori di Freud hanno la stessa identica impronta, il che mostra, in fondo, come il suo modo di ragionare fosse evoluzionistico. Questo fatto solleva un’interessantissima questione riguardo alla carriera di Freud. Nonostante fosse permeato dal pensiero darwiniano, di fatto Freud non era un darwinista nell’accezione moderna che useremmo per definire un darwinista, e cioè una persona che fondamentalmente crede nella teoria della selezione naturale. In realtà Freud era un fautore di quelle che potremmo definire le teorie pre-darwiniane, tra le quali spiccava la teoria lamarckiana dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti nella sua forma più popolare, cioè che per esempio i figli e le figlie dei fabbri avranno dei muscoli molto sviluppati perché erediteranno lo sforzo muscolare che ha accompagnato tutta la vita dei padri. Allo stesso modo, secondo tale teoria, poiché la giraffa tende il suo collo sempre più in alto, alla fine, col succedersi delle generazioni, abbiamo il caratteristico collo lungo della giraffa.
Questa teoria, che era molto diffusa prima del nostro secolo e della scoperta delle leggi di Mendel, è oggi ritenuta fondamentalmente errata. Se si formula una teoria dell’evoluzione umana basandosi su questa teoria insorge un problema, ed è lo stesso problema in cui si cacciò Freud, il quale partiva dal presupposto che il bambino riassumesse la storia della stirpe. C’è uno splendido disegno risalente agli studi che Ernst Haeckel fece in Germania che illustra bene questo punto. Esso mostra tutti gli embrioni degli esseri imparentati con l’uomo; per esempio la mucca, il maiale e il coniglio. Via via che si risale indietro nel tempo, tutti sembrano sempre più identici, quasi che negli stati embrionali si ricapitolassero a vicenda. In realtà sappiamo che non è così: non riassumono gli stadi adulti, ed è da escludere che possano farlo. Ma Freud era convinto che fosse possibile, che si potesse letteralmente ereditare qualcosa dallo stadio adulto di un antenato, e che questo qualcosa avrebbe lasciato il segno sui discendenti. Posso citare qualche esempio per chiarire questo punto.

Che relazione esiste tra l’impostazione evoluzionistica e la teoria freudiana della sessualità?
Freud era convinto che il bambino ricapitolasse l’intera stirpe. Ciò implicava altresì che il bambino doveva ricapitolare la storia sessuale della stirpe; si tratta di una semplice deduzione logica. Uno degli aspetti interessanti della psicoanalisi è che ha scelto a guisa di teoria dell’evoluzione sessuale due o tre fasi salienti che oggi, alle soglie del ventunesimo secolo, ci sembrano praticamente prive di senso. Freud scelse una fase orale, una fase anale e una fase genitale. Perché non scelse una fase legata all’orecchio o al naso, o all’occhio? Perché scelse queste caratteristiche organiche per trasformarle in fasi? La risposta è che i biologi del tardo Ottocento, come Ernst Haeckel e altri, avevano collegato l’evoluzione della sessualità a quegli organi. In Ernst Haeckel troviamo una splendida illustrazione dell’evoluzione della sessualità, partendo da un organismo invaginato che forma uno stomaco rudimentale ed è provvisto di un apparato buccale. La prima fase della sessualità nella storia dell’evoluzione era quella orale, quando una creatura mangiava l’altra. Poi, con l’affinarsi dell’evoluzione, si forma il tratto gastrointestinale, e la sessualità viene associata all’altra estremità del canale; abbiamo così la fase anale. Infine appaiono i genitali e con ciò si costituisce l’ultima e più normale fase della sessualità.
Freud era convinto che il bambino fosse destinato a ricapitolare tutte le fasi della sessualità adulta dei suoi antenati; perciò il bambino deve passare per una fase orale, per una fase anale e per una fase genitale. La logica di questa teoria dello sviluppo psicosessuale è interamente basata sulla teoria lamarckiana dell’eredità dei caratteri acquisiti dagli antenati adulti. Da questo, per deduzione, deriva la cosiddetta legge biogenetica, secondo la quale ricapitoliamo molto rapidamente tutte le fasi precedenti dei nostri antenati. Funziona in questo modo: secondo Lamarck l’ereditarietà è come un ricordo di tutte quelle esperienze, e più si ripete una cosa più si diventa bravi a ripeterla, di modo che si possono condensare milioni di anni di evoluzione al periodo dell’infanzia e limitarsi a ricapitolare soltanto quello. La legge biogenetica presuppone la teoria lamarckiana. L’ereditarietà di questo tipo di memoria filogenetica è inscindibile dalla legge biogenetica. Nel momento in cui viene confutata l’ereditarietà lamarckiana cade anche legge biogenetica. E se cade la legge biogenetica viene compromessa la teoria freudiana dello sviluppo psicosessuale.
Di fatto non c’è alcuna ragione per cui dovremmo avere una fase orale, una fase anale o una fase genitale. Non c’è motivo di credere che un blocco della libido alla fase orale determinerebbe di conseguenza un’orribile e subdola repressione che a sua volta darebbe luogo a una nevrosi. Si potrebbe cominciare a pensare in termini darwiniani per arrivare a un’interpretazione molto diversa dello sviluppo; come ha per esempio fatto lo psicoanalista inglese John Bowlby, che ha riformulato ex-novo il concetto di sviluppo e dei rapporti dei bambini con i genitori mediante ciò che egli chiamava la «teoria dell’attaccamento».
Secondo questa teoria, l’attaccamento è normale, non è una dipendenza nevrotica dovuta alla repressione del bisogno del seno materno. L’attaccamento non è che una caratteristica normale di adattamento nell’evoluzione che si è affermata tramite la selezione naturale darwiniana. Il motivo per cui le piccole oche seguono la madre adulta è che l’istinto di seguire, collaudato dalla selezione naturale, diminuisce le probabilità che vengano mangiate dalle volpi. E così le creature si attaccano ai genitori perché questo assicura la loro sopravvivenza. È una cosa naturale, non nevrotica, né freudiana, né un derivato di qualche altra fase organica, come l’attaccamento al seno materno. Quindi, come si può vedere, la teoria freudiana delle relazioni di attaccamento è completamente diversa dal tipo di spiegazione darwiniana che si otterrebbe per quasi tutto ciò che accade oggi nell’ambito dello sviluppo.
La teoria di Freud era permeata fino in fondo da tutte queste congetture di fine secolo. Essa resiste o soccombe a seconda della validità o falsità di quelle congetture, e perciò è compromessa quasi per intero.

Potrebbe ampliare il concetto di «ricapitolazione», soprattutto per quanto riguarda gli usi più recenti che ne sono stati fatti?
La teoria della ricapitolazione, la legge biogenetica di Haeckel, è una teoria bellissima se considerata nella sua dimensione storica. Se consideriamo ciò che si sapeva alla fine del secolo scorso, non fa una piega. Il fatto «tragico» è che è sbagliata. Agli occhi di un lamarckiano la teoria della ricapitolazione è estremamente logica. È una teoria piena di forza; appartiene a quel genere di cose che ti penetrano nelle ossa e ti fanno sentire sicuro che deve essere giusta, dal momento che sembra così verosimile. Ti permette di collegare lo sviluppo umano con quello filogenetico e di affermare che in fondo sono le due facce della stessa medaglia; e perciò ti rende possibile spiegare aspetti dell’infanzia che non conosci attingendo semplicemente ad aspetti noti dell’evoluzione. È un gioco divertente, e ora le dirò come ci giocavano gli psicoanalisti, fornendo qualche bell’esempio tratto da Freud e dai suoi discepoli.
Una delle accuse che venivano spesso mosse contro la psicoanalisi era che si trattava semplicemente di una teoria viennese, locale, da applicare ai cittadini di Vienna, e non, per esempio, a una persona cresciuta a Parigi, o a Londra, New York o Roma, e tantomeno a una cresciuta in Sud America, che si trattava, insomma, di una teoria circoscritta dal punto di vista culturale. A questa critica Freud ribatteva puntualmente: «No, si tratta invece di una teoria universale. Il bambino attraversa invariabilmente le fasi che ho preannunciato e proposto in termini psicoanalitici perché è preprogrammato automaticamente a ripercorrere quelle fasi».
Quindi, per esempio, nelle sue lezioni introduttive alla psicoanalisi, Freud afferma che il bambino non deve essere necessariamente allattato naturalmente per attraversare la fase orale, e poi aggiunge questa frase: «la filogenesi ha la meglio». Perciò il bambino ricapitolerà la fase orale sia se è stato allattato naturalmente sia artificialmente. Ogni volta che qualcuno obiettava che la psicoanalisi non era una teoria universale dello sviluppo, Freud rispondeva: «Dimenticate la legge biogenetica e l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Tutti devono necessariamente passare per queste fasi».
Nella descrizione del famoso caso dell’«uomo dei lupi», Freud sostenne che non è necessario essere minacciati di castrazione per soffrire di un complesso di castrazione perché si possiedono tutti i ricordi filogenetici di quel complesso. Nelle nostre vite basta il minimo accenno alla possibilità di castrazione per far riaffiorare quel ricordo e far emergere l’ansia nevrotica. Una volta emersa l’ansia, inizia la repressione nevrotica, e una volta iniziata la repressione nevrotica, si manifesta il sintomo nevrotico, e una volta che si manifesta il sintomo nevrotico abbiamo il paziente nevrotico. Ma andando avanti di questo passo il mondo sarebbe pieno di pazienti freudiani che hanno bisogno dell’analisi, che hanno bisogno di far smascherare i loro sintomi nevrotici solo perché recano in sé il ricordo di un complesso di castrazione, anche se non ne hanno mai avuto uno.
Questa teoria ha una capacità troppo spiccata di trasformare tutti in persone bisognose di analisi, bisognose di Freud, e della teoria freudiana dello sviluppo psicosessuale. Questa serie di ipotesi, diciamo ipotesi evoluzionistiche non-darwiniane, costituiscono il nocciolo della teoria dello sviluppo di Freud e costituiscono anche l’aspetto più trascurato di quella teoria. È davvero straordinario che gli psicoanalisti del ventesimo secolo siano andati avanti ignorando i legami esistenti con queste ipotesi del secolo scorso. Divennero criptici; operavano all’interno della teoria, ma nessuno sapeva come avevano fatto ad entrarci. Tutti rivendicavano la sua universalità ma nessuno si rendeva veramente conto che il motivo di questa rivendicazione andava ricercata in una logica che la biologia del ventesimo secolo ha confutato tout court.

La stessa teoria della mutabilità della libido e il sistema quasi fisico, idraulico di compensazione – flusso e riflusso – fa venire in mente un altro meccanismo esplicativo estensibile anche ai fatti psicologici, ossia quello lamarckiano. Anche Lamarck considerava le funzioni mentali come una serie di flussi di fluidi che andavano e venivano, la cui mera idrodinamica era in grado di spiegare la vita emozionale e intellettuale. Che cosa ci dice su Freud in proposito?
Consideriamo Freud un buon lamarckiano, ma Lamarck sarebbe stato un eccellente freudiano. In senso ironico, s’intende. Uno dei capitoli più straordinari della vita di Freud, per quanto trascurato dagli analisti perché un po’ imbarazzante, è il rapporto di collaborazione che ebbe con Sandor Ferenczi, lo psicoanalista ungherese. Intorno agli anni 1915, ’16 e ’17 avevano in progetto di scrivere insieme un libro che dimostrasse che il risultato ultimo della teoria psicoanalitica è la teoria lamarckiana, ossia che tutti i mutamenti evoluzionistici dell’organismo sono stati determinati dai bisogni.
Questa era anche l’argomentazione fondamentale di Lamarck: il bisogno di un organismo, come quello di una giraffa di raggiungere una fogliolina un pochino più su di quanto non arrivasse, le avrebbe imposto quella spinta ulteriore a raggiungerla e a tendere il collo; di qui la giraffa con il collo più lungo. La congenialità reciproca di queste due teorie è straordinaria. Freud si rese conto di questo fatto, ma purtroppo il libro che avrebbe dovuto rivelare quanto la psicoanalisi fosse vicina alla teoria lamarckiana non fu mai pubblicato. Vale la pena notare che da appena quattro o cinque anni possediamo alcune prove che dimostrano la profondità di questo legame. Si trovano in uno dei circa dodici cosiddetti «saggi metapsicologici», di cui ne furono pubblicati quattro, mentre Freud dichiarò di aver distrutto gli altri. Uno di questi saggi è stato trovato in forma di manoscritto e pubblicato con il titolo: Una fantasia filogenetica. Probabilmente costituisce l’argomento centrale che Ferenczi e Freud avevano intenzione di trattare. Per un lamarckiano si tratta di un argomento meraviglioso. Secondo quest’idea, nello sviluppo dell’uomo esiste tutta una serie di nevrosi causate dal blocco della libido a una data età. Più precocemente si manifestano questi blocchi, diciamo all’età di due anni anziché a cinque, e maggiore sarà la gravità della nevrosi. Quindi, l’ipotesi che per esempio una forma di nevrosi blanda, come un comportamento leggermente isterico, fosse la conseguenza di una difficoltà insorta all’età di cinque anni, dava luogo a un interessante ampliamento della prospettiva.
Quanto alla psicosi, invece, questa era probabilmente dovuta a un blocco avvenuto a due anni oppure a un anno e mezzo. Secondo Freud, se la legge biogenetica era giusta, doveva esistere una serie parallela di eventi nella filogenesi responsabile delle fissazioni nell’ontogenesi. Perciò egli cercò di risalire indietro nel tempo e di analizzare l’intera evoluzione dell’umanità in termini di una serie di fasi. Ecco un buon esempio: l’ultima grande prova dell’evoluzione dell’umanità fu l’era glaciale. Il clima si fece rigido e l’uomo doveva risparmiare le sue energie e uno dei modi di risparmiare energia era di diradare i rapporti sessuali. Ebbene, questa è una reazione di tipo isterico. Perciò Freud pensò che le fissazioni proprie dell’isteria, che si verificano intorno all’età di cinque anni, sono il parallelo dell’era glaciale, quando l’uomo cominciò a soffrire il freddo e per un certo periodo non poté avere rapporti sessuali, o almeno non poté averne con una frequenza salutare.
Freud raccolse tutta una serie di eventi filogenetici di questo tipo. Un altro lo attinse dai concetti di «totem» e di «tabù» che si possono illustrare secondo la seguente ricostruzione. Anticamente, poniamo nel Pleistocene, gli uomini vivevano in una sorta di orde darwiniane. Il padre soleva espellere i figli giovani dal gruppo in modo da avere più facile accesso a tutte le donne e quindi, adottando termini darwiniani, potenziare al massimo la sua idoneità genetica. In seguito, però, i figli si unirono in bande e ammazzarono il padre: l’uccisione del padre non era soltanto un avvenimento fantastico, ma un fatto reale accaduto nel passato filogenetico. Una volta ucciso il padre, i figli, oppressi dai rimorsi e dai sensi di colpa decisero di deificare il padre, di trasformarlo in un dio, e di erigere un totem in suo onore. È da qui che deriva l’espressione «totem e tabù». Il nome del padre diventa un tabù che proibisce l’uccisione dei padri, e il padre diventa un totem. Questa è in sintesi la logica del libro. Ma questo è anche il complesso di Edipo. Ciò che Freud ci dice è che quando all’età di tre o quattro anni il bambino vive il complesso di Edipo, non fa che ripetere un avvenimento reale accaduto nella filogenesi. Si può avere un padre perfetto che non ispira neanche lontanamente un complesso di Edipo, tuttavia la teoria freudiana esige che il bambino attraversi comunque questa fase perché possiede tutta questa memoria e l’apparato filogenetico che trasformano il padre in una sorta di arduo rivale sessuale. Nulla meglio di questo straordinario saggio – scoperto e pubblicato recentemente – testimonia dell’influsso pre-darwiniano su Freud. Il titolo è semplicemente stupendo: Una fantasia filogenetica. Ma naturalmente non era affatto una fantasia, era ciò che secondo Freud doveva essere vero, in un modo o nell’altro.

Lei ha spiegato come Freud applicò gli elementi che riteneva acquisiti dalla scienza biologica dell’epoca e se ne servì per mettere a punto una teoria della mente e dell’emozione. Quali sono oggi le possibilità di costruire una nuova biologia a partire dalla neuroscienza? Qual è oggi il rapporto tra psicoanalisi e neuroscienza?
Direi che la risposta a questa domanda si articola in tre parti molto interessanti. La psicoanalisi di per sé si trova in una condizione alquanto triste poiché è stata rimossa da quelle sfere ricchissime di formazione che costituiscono la sua base – da cui prese le mosse Freud – ossia la neurologia e il pensiero evoluzionistico. Oggi, praticamente nessun analista ha una formazione in questi campi, e perciò gli analisti non sono in grado di approfittare degli entusiasmanti fronti di ricerca contenuti in questi due campi, gli stessi campi su cui Freud puntò, convinto che avrebbero dato frutti. Perciò se Freud oggi fosse vivo e dovesse gettare le basi della neuroscienza – e fosse peraltro abbastanza saggio, e io credo che lo sarebbe, di addentrarsi in questi campi – sarebbe in grado di fare quello che gli era impossibile un secolo fa, ossia cominciare a capire il comportamento umano in termini molto più solidamente radicati nella neurofisiologia, nella neurologia e nel pensiero evoluzionistico.
Sarebbe certamente più un darwinista che un lamarckiano e farebbe una gran quantità di scoperte sul funzionamento vero e proprio del cervello, fondate sui neurotrasmettittori e sulle cose meravigliose che ci è possibile fare oggi con la tomografia a emissione di positroni con cui riusciamo addirittura a vedere il cervello mentre comunica con diverse sue parti. Freud non poteva servirsi di questi ausilii.
La seconda e la terza parte della mia risposta riguardano il fatto che anche se gli analisti non possono occuparsi di queste cose e hanno perduto il contatto a livello formativo con i campi di cui hanno bisogno per farlo, è proprio da questi altri campi che ci aspetteremmo di vedere soluzioni a quei problemi che Freud pose e mise in discussione per primo.
In tale contesto dobbiamo capire che questi due campi danno risposte diversissime tra loro in quanto si pongono domande diversissime. Si tratta di un’osservazione che tra gli altri Ernst Mayr ha fatto ripetutamente nei suoi scritti e cioè: per ogni manifestazione comportamentale o aspetto della biologia, bisogna sempre porsi due domande. Una è: come funziona? Come fa il pancreas a secernere quello che secerne, come funziona la digestione? Queste sono delle domande di natura fondamentalmente fisiologica che trovano una spiegazione in quelli che Mayr chiamerebbe «termini causali prossimi»: sono fatti che stanno accadendo in questo momento, e sono insiti nella natura del DNA che governa l’organismo.
Tuttavia, per ogni questione viene sempre da porsi una seconda domanda, ed è questa: Perché esiste? Un buon esempio potrebbe essere la domanda: perché alcuni uccelli migrano? Ebbene, alcuni non lo fanno perché la loro fisiologia non lo richiede, mentre altri migrano perché a un certo punto della loro storia, magari prima di qualche glaciazione, avevano una fonte di cibo che durava tutto l’anno. Ma, con il cambiare della temperatura, furono costretti a volare verso sud, di modo che poi si ritrovarono con un istinto migratorio ereditario. La risposta relativa al motivo per cui migrano è di natura evoluzionistica. Non è una risposta causale prossima bensì una risposta causale ultima. In questo senso la parola ultima sta per storia, per un motivo evoluzionistico ultimo, per una causa. In questi due campi, la neurologia e l’evoluzione, troviamo le risposte alle due domande diverse.
Quindi, se si vuole capire perché una persona è depressa in senso causale prossima, si vuole conoscere i suoi neurotrasmettitori, si vuole sapere cos’è che non funziona a dovere nel cervello. È possibile fare in modo che il meccanismo si regoli da sé con l’aiuto di farmaci? O è addirittura possibile trovare la cura ideale, ossia il neurotrasmettitore mancante? Questa è una soluzione causale prossima, e tutte le domande che ci porremmo sono di natura causale prossima. Un’analisi di carattere più causale ultimo sarebbe quella che faremmo per capire il concetto di attaccamento di Bowlby. L’attaccamento è un dato di fatto, possiamo individuarlo in ogni genere di organismo, nelle anatre, nelle oche e negli esseri umani. È normale. Per quale motivo esiste? Perché era un adattamento in senso evoluzionistico; si è evoluto nel tempo. Gli organismi che si allontanano troppo dai genitori diventano facili vittime dei predatori. Questa non è una riposta di tipo neurofisiologico, bensì di tipo evoluzionistico.
Oggi, per comprendere la mente, abbiamo bisogno di entrambe queste risposte a entrambe le domande. Il fatto interessante è che già nell’ultimo decennio del secolo scorso lo stesso Freud sapeva che la questione era questa, ma non possedeva la specializzazione necessaria in questi campi per poter arrivare alle risposte giuste. Malauguratamente introdusse in ciascuno di questi due campi delle ipotesi che risultarono fondamentalmente pregiudizievoli per il raggiungimento della risposta giusta. Creò un sistema della mente meraviglioso, tanto che chiunque legga Freud si entusiasma, perché praticamente è quasi come una religione. Questo sistema è molto coerente, ma purtroppo è sbagliato. Ed è sbagliato in entrambe le sfere chiave in cui aveva bisogno delle risposte esatte, perché non disponeva della strumentazione giusta.

Gli psicoanalisti possono sostenere che l’analisi del linguaggio, per esempio, riveli il funzionamento della nostra vita conscia e inconscia, qualunque sia il significato di queste espressioni. Secondo lei, è possibile che oggi la neuroscienza sia sul punto di formulare una teoria della coscienza su basi neurologiche?
Questa è una domanda molto interessante. Non sono sicuro se l’analisi della mente, del linguaggio, della coscienza, di tutti gli aspetti che interessano gli psicologi sia semplicemente una parte della sfera d’azione della psicoanalisi. In fondo, i linguisti studiano il linguaggio, la psicologia dello sviluppo studia l’acquisizione del linguaggio. Moltissime persone, compresi gli psicoanalisti, si interessano alle manifestazioni consce e addirittura inconsce della mente, e perciò non è una sfera di esclusiva competenza della psicoanalisi.
La domanda interessante che viene da porsi riguardo agli psicoanalisti è se sono in condizioni di dare dei contributi creativi a queste sfere che siano dello stesso livello, se non superiore, di altri campi. Penso di dover dire che purtroppo non lo sono, anche se bisogna ammettere che fanno delle cose interessanti. Gli analisti, e soprattutto quelli dotati, sono bravissimi a individuare comportamenti interessanti. E questo è il primo passo della scienza: si nota qualcosa di interessante e si formula un’ipotesi in proposito.
Spesso la gente non si rende conto che la scienza è un processo in due tempi. Nel primo si formula l’ipotesi, mentre nel secondo, che è senz’altro il più difficile, bisogna verificare l’ipotesi. Qui ci troviamo davanti a un’intera disciplina, la psicoanalisi, che è stata in un certo senso addestrata a non fare verifiche o, nel caso di quegli analisti che invece lo sono stati, sono partiti dal presupposto fatale che è possibile verificare un’ipotesi nel momento analitico, insieme al paziente, il quale conosce la teoria che si vuole verificare.
C’è un’infinità di motivi logici per spiegare perché questo non è possibile. Il paziente è talmente contaminato dalla conoscenza della teoria che diventa impossibile controllare l’esperimento. Sarebbe come sperimentare un farmaco neurologico contro la depressione un’unica volta, con un’unica pillola, su un unico individuo e dire: «Allora, secondo lei ha funzionato?». Ma questa che verifica sarebbe? Ed è proprio per questo che nella sperimentazione dei farmaci si ricorre al test del «doppio cieco» in cui né il medico né il paziente sa cosa assume quest’ultimo. E poiché anche il medico è tenuto all’oscuro, non può aver luogo alcuna forma di trasmissione inconscia di informazioni che serva da «effetto placebo».
Quello della verifica è un momento estremamente difficile, sia che si tratti di farmaci che di teorie psicologiche. Invero, si potrebbe osservare che la verifica di una teoria psicologica è intrinsecamente più complessa della sperimentazione di un farmaco la quale, in un certo senso, diventa una passeggiata se la si effettua con i controlli del «doppio cieco». Quindi, gli analisti non sono mai stati nella condizione di poter verificare alcunché. Quando poi si cimentano in qualche verifica, in realtà non verificano affatto, credono di farlo. I loro metodi fanno acqua da tutte le parti. Secondo me, in molti altri campi della psicologia, come i nuovi indirizzi linguistici della psicologia, in cui si fanno test, la natura della mente desta grandi entusiasmi; costituiscono dei campi straordinari per la ricerca futura.
Purtroppo, però, gli psicoanalisti che cento anni fa erano idealmente nella condizione di poter lavorare in quei campi di ricerca e di compiere il secondo passo della scienza – la verifica – avevano acquisito un abito mentale, che gli impediva di farlo. È una cosa che mi rammarica. Secondo me meritano ancora molto credito per aver individuato problemi su cui lavorare. E infatti, se dovessi riassumere la mia opinione riguardo ai meriti maggiori di Freud, direi che aveva uno spiccato talento per la scelta delle sfere che meritavano una gran quantità di ricerche.

Oggi gli psicoanalisti dispongono ancora di quel ricco materiale dato dal comportamento bizzarro o dai problemi gravi dei pazienti, ma non sembra avere i mezzi per verificare le ipotesi riguardanti la spiegazione o la cura di quei comportamenti. Per quanto riguarda Freud, come combinava le ipotesi e la teoria con i casi di cui si occupava?
I casi di cui si occupò personalmente Freud rivelano allo stesso tempo tutti i punti forti e deboli del metodo analitico. Era un vero e proprio genio nella formulazione delle ipotesi. Tuttavia molte delle ipotesi che formulò erano basate su presupposti che oggi sono notoriamente alquanto problematici. Infatti, se si osserva il comportamento mentre si ha a che fare con un paziente, si hanno inevitabilmente delle ipotesi che influenzano il modo di percepire il comportamento stesso. Mi permetta di citare qualche esempio tratto dai casi clinici in cui emerge che perfino a un genio terapeutico come Freud può capitare di cacciarsi nei pasticci.
Il fondamento teorico che Joseph Breuer e Sigmund Freud utilizzarono per affrontare inizialmente l’isteria era una teoria basata sui feedback biologici. Breuer e Freud erano convinti che all’interno dell’organismo agisse un sistema di equilibrio. Combinando questa idea con l’ipotesi che l’energia tende a conservarsi e a spostarsi altrove, misero a punto una teoria dell’isteria basata essenzialmente sul concetto che se un individuo ha un affetto sessuale e lo reprime, quell’energia per forza d’equilibrio dovrà andare da qualche parte, e si incanalerà in un sintomo. Quindi, o si concepisce un pensiero sessuale oppure ci si ritrova con un braccio paralizzato. L’energia che tiene paralizzato quel braccio è la stessa che avrebbe trovato espressione nel pensiero sessuale. Tutta questa teoria è molto simile a quella che Breuer seguiva nei suoi studi sull’anatomia dell’orecchio interno degli uccelli. La paziente che diede origine alla psicoanalisi fu la famosa Anna O., una giovane donna attraente e molto intelligente, che manifestò tutta una serie di paralisi e altre afflizioni e sintomi come la tosse nervosa e l’incapacità di parlare la sua madrelingua, il tedesco, e così via. Date le loro premesse teoriche, in linea di massima le interpretazioni che Breuer e Freud diedero di quel caso sembrano dedotte da una sorta di modello di feedback biologico. E una delle cose che fecero nel tentativo di arrivare alla radice dei sintomi di Anna O., fu di affermare che quando ricordava i fatti che avevano scatenato i suoi malesseri, via via che tornavano i ricordi traumatici, i suoi sintomi sparivano.
Alla luce di questo meccanismo di feedback biologico, bisogna credere, bisogna per forza essere convinti che una volta liberato il paziente dall’affetto, dall’effetto represso, i sintomi scompaiono. Ebbene, in realtà sappiamo dalla stessa confessione che Freud fece a Jung che la paziente non guarì miracolosamente nel modo descritto da Breuer. Infatti, a cinque anni di distanza dalla terapia la paziente di Breuer soffriva ancora di psicosi, e circa un anno e mezzo dopo l’interruzione della cura, Freud scrisse in una lettera alla fidanzata che Breuer era arrivato al punto di augurarsi la morte della sua paziente pur di liberarsi delle sue sofferenze. E infatti, leggendo il caso clinico sembra davvero una cura miracolosa. Se si prende in considerazione questo caso emerge chiaramente quanto fossero concentrati a vedere ogni cosa in termini di un’ipotesi preconcetta. In questo modo non si verifica un’ipotesi, bensì si cercano prove che confermino un’ipotesi. È l’esatto contrario. Ecco perché è molto difficile verificare un’ipotesi nella seduta analitica.
Di un altro caso tratto dall’opera di Freud abbiamo due versioni: quella pubblicata e quella, completamente diversa, data dallo stesso paziente. Alludo al famoso caso dell’«uomo dei lupi». L’«uomo dei lupi» è uno dei pochi pazienti importanti di Freud. I casi pubblicati sono appena cinque. È un numero sorprendentemente esiguo. È stato uno dei pochi pazienti di Freud in grado di raccontarci la sua esperienza personale della terapia analitica di Freud. L’«uomo dei lupi» si guadagnò il suo nomignolo, appunto, da un famoso sogno che aveva riferito a Freud. Aveva fatto questo sogno all’incirca all’età di cinque anni. Nel sogno c’erano diversi lupi bianchi seduti su un noce fuori dalla finestra della sua camera; dopo aver fatto questo sogno si era svegliato in preda allo spavento. Ho un’illustrazione dei lupi seduti sull’albero bianco che il paziente fece per Freud. Il disegno e il sogno costituiscono la chiave per capire l’interpretazione che Freud diede di questo caso. Questa è la sua interpretazione: il bianco dei lupi rappresenta la biancheria intima dei genitori del paziente, e perciò questi deve aver visto i genitori mentre avevano rapporti sessuali. Da diversi altri elementi Freud deduce che deve aver visto i genitori mentre avevano rapporti sessuali, come rileva, a tergo – da dietro – tre volte di seguito. Non sono mai riuscito a capire come Freud facesse a sapere che erano tre volte di seguito. Fatto sta che fece questa deduzione e la individuò come la fonte del malessere del paziente. Egli, per esempio, doveva aver visto che la madre non aveva un fallo e di lì era nata in lui un’ansia di castrazione, e via di questo passo. I commenti del paziente a questa interpretazione sono espressi nelle interviste che concesse alla fine degli anni Settanta ad una giornalista austriaca. Egli affermò che l’interpretazione di quel sogno era estremamente forzata. Uno dei motivi per cui la riteneva una forzatura era che in Russia, e più precisamente a Odessa, dove era vissuto, i bambini non dormivano nelle camere da letto dei genitori; dormivano in un’altra stanza. Da piccolo non aveva mai dormito con i genitori. Era anche molto infastidito dal fatto che Freud sostenesse che avrebbe ricordato l’episodio che lo aveva fatto star male secondo una sorta di modello alla «Anna O.».
Abbiamo un ricordo represso, lo rintracciamo e allora comincia ad affiorare nella coscienza, finalmente ci liberiamo del sintomo e sappiamo che cosa ci ha fatto stare male. Ebbene, l’«uomo dei lupi» non riuscì mai a ricordare; sentiva che Freud gli aveva fatto una promessa che poi non aveva mantenuto. Nel ritratto che ne da Freud l’«uomo dei lupi» risulta guarito. Ebbene, egli contestò categoricamente di essere mai stato guarito. Fece una bellissima dichiarazione all’intervistatrice: «Mi trovo nelle stesse condizioni di quando mi sono rivolto a Freud, sto male come allora. Secondo la leggenda sono guarito, ma non è affatto vero. Sono nelle stesse condizioni di quando ero in cura da Freud, e Freud non c’è più». È una dichiarazione molto commovente che rivela la sofferenza che continuò ad affliggerlo.
Se si riconsidera questo caso, quello di Anna O. e tutti gli altri, emerge la volontà di attribuire al comportamento qualcosa che ci si aspetta in base a una buona teoria. Ma poiché è impossibile verificare la teoria nel momento analitico, non si può farlo in quella situazione. È possibile in altri modi, ma non in quella situazione. Inoltre, l’esagerazione dell’efficacia terapeutica di quell’interpretazione ci dà un ritratto di Freud in azione tutt’altro che lusinghiero. In fondo, cosa ci potevamo aspettare? Non verificava la validità dell’ipotesi, e d’altro canto non poteva farlo durante la seduta analitica. Quindi, per quanto fosse bravo come terapeuta e geniale nella formulazione delle ipotesi, era destinato a incappare nelle stesse difficoltà di chiunque si trovasse in quella situazione. Perciò, riesaminandoli, i casi clinici recano l’impronta di tutti i trabocchetti in cui si incappa facendo erroneamente affidamento sulla possibilità di verificare quando invece ciò è impossibile.

http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=234

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