Tra Freud e fascismo incontro impossibile (1993)

di Giuliano Gramigna, corriere.it, 11 aprile 1993

Niente potrebbe mettere più in imbarazzo che vedere congiunto il nome di Sigmund Freud, inventore della psicoanalisi, a quello di Benito Mussolini. Ieri sul Corriere della sera, un articolo di Matteo Collura, partendo da dichiarazioni di Vittorio Mussolini e Maurizio Chierici, accennava a un intervento del duce presso Hitler in favore di Freud, caduto sotto la minaccia diretta del nazismo dopo l’annessione dell’Austria alla Germania.

Non è una rivelazione vera e propria. Già nelle pagine della biografia fondamentale di Ernest Jones, pubblicata in Italia dal Saggiatore, si fa cenno, con qualche cautela, a una démarche di Benito Mussolini, “o direttamente con Hitler o tramite il proprio ambasciatore a Vienna”, per ottenere che non venisse rifiutato al grande psicoanalista il permesso di uscita dal Paese (come poi avvenne). Quale fonte dell’informazione, è indicato Edoardo Weiss, il primo e il più ardente dei freudiani d’Italia. “Probabilmente” aggiunge Jones “Mussolini si ricordò del complimento rivoltogli da Freud quattro anni prima..”. Nessuno, a quanto pare, è in grado di dire se l’intercessione sia stata veramente attuata, e se abbia avuto qualche influenza decisiva. In ogni caso, il 4 giugno 1938, Freud e la famiglia lasciarono finalmente Vienna, per scampare in Inghilterra.

Ma vale la pena di guardare un po’ meglio dentro la natura di quel “complimento” che, a detta di Ernest Jones, avrebbe stimolato la vanità di Mussolini. Nel 1933, sempre secondo il racconto della biografia, Weiss condusse a Vienna da Freud “una difficile paziente che aveva in cura: li accompagnava il padre di costei, un amico intimo di Mussolini…” (Giovacchino Forzano, pare). Il padre chiese a Freud di fare dono a Mussolini di uno dei suoi libri, con dedica. Anche per favorire Weiss, Freud consentì: prese una copia di Perché la guerra? e sul frontespizio “alludendo agli scavi archeologici che Mussolini andava incrementando, scrisse: “Da un vecchio che saluta nel legislatore l’eroe della cultura”.

Non si commette abuso leggendo infrascritta a quella dedica ufficialmente retorica, una sorta di personalissima ironia, appunto una riserva freudiana. E’ lecito pensare che per Freud non fosse più che un gesto, sostanzialmente insignificante, di cortesia convenzionale per così dire al servizio di un amico. Strologarci sopra come espressione spontanea di un feeling ammirativo, sembra andare oltre la lettera. Viene da pensare a quell’altra chiosa, questa davvero di umorismo nero, che alcuni anni dopo Freud oppose alla dichiarazione liberatoria estirpatagli dai nazisti prima di lasciarlo partire, in cui diceva di avere avuto il migliore dei trattamenti; chiosa così concepita: “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia”.

Circa la reale disposizione di Freud nei confronti di ogni dittatura, e in particolare degli stravolgimenti cui mette capo il culto del Grande Uomo Salvatore, basta andare a rileggersi Psicologia delle masse e analisi dell’io che, anticipatamente (1921), analizza i meccanismi eterni di quella che Gadda chiamerà, con furore, la “funeraria priapata”. In una lettera del 1927, partendo da un riferimento all’uomo politico francese Clemenceau, Freud ammetteva: “Mi sono accorto con stupore che potrei nutrire una profonda simpatia per questo odiato nemico, e che non mi sarebbe difficile immedesimarmi in lui, ciò che invece non mi riesce assolutamente per altri despoti, come Lenin e Mussolini…”. E’ anche vero che, all’epoca della dedica famigerata, Freud poteva illudersi che il fascismo, meglio il suo capo, servisse di difesa (anche per il destino della psicoanalisi) contro la minaccia nazista.

Ancora si può pescare in Jones: “Quando Mussolini salì al potere, accusarono Freud di non essere né nero, né fascista né socialista; rispose: “Bisognerebbe essere del colore della carne”…”. Come la voce della ragione, la voce di Freud, anche in materia politica, può sembrare fioca, “ma non ha pace finché non ottiene udienza”. Nel secolo, che è stato il nostro, la grande figura simbolica di Sigmund Freud, è venuta al proscenio mentre cominciavano a scatenarsi altre figure tragiche, efferate, di delirio collettivo. La psicoanalisi poteva andare a scandagliare la radice di quei deliri. Ma che cosa sapeva ascoltare nella sua presunzione sgangherata di porsi come “prassi e pensiero”, il fascismo? Ecco perché certo accostamento di nomi, più ancora che imbarazzante, finisce per essere incongruo.

In un discorso indirizzato da Freud ai membri dell’Associazione ebraica B’nai B’rit, si puo’ trovare, oltre che una rivendicazione orgogliosa della propria origine, un’autoidentificazione etica, che ha valore anche politico, nel senso più limpido del termine: “Soltanto alla mia natura di ebreo io dovevo le due qualità che mi erano diventate indispensabili nel lungo e difficile cammino della mia esistenza. Poiché ero ebreo mi ritrovai immune dai molti pregiudizi che limitavano gli altri nell’uso del loro intelletto, e in quanto ebreo, fui sempre pronto a passare all’opposizione e a rinunciare all’accordo con la “maggioranza compatta…”

http://archiviostorico.corriere.it/1993/aprile/11/tra_Freud_fascismo_incontro_impossibile_co_0_9304113669.shtml

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