Vegetti Finzi, Gramigna: “Anna Freud, nel nome del Genio” (1993)

Elisabeth Young Bruehl: Anna Freud, una biografia, editore Bompiani. La biografia della figlia di Sigmund, padre della psicoanalisi. Cercò l’autonomia ma fu il suo Doppio e ne incarnò  l’ortodossia

di Silvia Vegetti Finzi, Giuliano Gramigna, corriere.it, 9 agosto 1993

Che cosa rende il genere letterario “biografia” cosi’ caro ai lettori, soprattutto femminili? Me lo chiedo leggendo Anna Freud di Elisabeth Young Bruehl. Credo che il fascino di questi libri derivi dalla possibilità che ci concedono di intravedere restando fuori campo. Il progressivo delinearsi delle figure di un destino – Le vicende dei protagonisti si dispongono secondo un disegno che si snoda tra i condizionamenti subiti sin dalla nascita (da un’epoca, un luogo, una famiglia) e la volontà di divenire se stessi; tra l’essere parlati e il farsi parlanti, direbbe Lacan. In questo senso, rievocando ogni traiettoria esistenziale, ci aiutano a ripercorrere a ritroso la nostra stessa vita per rintracciare, nella memoria, i sentieri interrotti, le possibilità inesplorate del passato, cio’ che avrebbe potuto essere e non fu. Visto dalla fine, il movimento che ci allontana dalle origini, che ci contrappone al desiderio dei genitori, si mostra spesso, paradossalmente, un modo per realizzare il loro più segreto mandato. Questo percorso, difficile per tutti, è particolarmente arduo per coloro che, come Anna Freud (1895 1982), nacquero sotto il segno di un genitore che, ancora vivente, è divenuto storia. Ultima e indesiderata dei sei figli di Sigmund Freud, Anna seppe però imporsi sino a divenire l’unica, l’insostituibile, il suo Doppio. In questo senso appare particolarmente significativo un piccolo episodio che suggella la sua biografia. Pochi giorni prima di morire nel suo esilio londinese, Anna lasciò la clinica dove era ricoverata per una breve passeggiata in sedia a rotelle. Sentendosi raggelare per l’improvviso vento autunnale, chiese alla governante di fermarsi, lungo il percorso, al 20 di Maresfield Gardens: avrebbe trovato, appeso nell’armadio della sua camera, il Lodenmantel del Professore che ritualmente era stato ripulito ogni anno dalla fine della guerra. “Poi, quando tornarono nel parco, la Kindenfrau e Anna Freud, quest’ultima, rattrappita alle dimensioni di una scolara, stava sulla sedia a rotelle avvolta nel grande cappotto di lana di suo padre”. Questa totalizzante identificazione non ci deve tuttavia far dimenticare che Anna raggiunse una propria autonomia affettiva e intellettuale. La prima fu conquistata grazie a una fondamentale figura di riferimento, Lou Andreas Salomé , che funzionò per Anna da madre analitica. Furono certamente la sua esperienza, il suo amore per la libertà , che sostennero Anna nella difficile relazione con Dorothy Burlingham. Quest’ultima, una figura assai interessante nella storia del Movimento psicoanalitico, soltanto recentemente è  stata riconosciuta in tutta la sua importanza. Figlia del celebre gioielliere newyorkese Tiffany, Dorothy si era trasferita a Vienna nel 1925 con i quattro figli per sottoporli a un trattamento psicoanalitico, dopo che il loro padre era stato colpito da una grave psicosi depressiva. In breve la simbiosi tra le due famiglie divenne particolarmente intensa, tanto che gli americani affittarono l’appartamento sovrastante quello dei Freud e che Anna prese in analisi i figli dell’amica. La Burlingham divenne a sua volta una valente psicoanalista, affiancando Anna in tutte le sue iniziative pedagogiche, dapprima a Vienna e successivamente a Londra, dove bambini orfani e bisognosi vennero raccolti, dal 1941, nella Hampstead War Nursery. Con estrema generosità di sé, Anna Freud si sobbarcò per anni i problemi finanziari del Centro. Ma Anna non fu soltanto una grande organizzatrice, finché visse rappresentò l’ortodossia del pensiero e della vita di Freud. Ciò non le impedì di elaborare una sua potente ipotesi teorica che si accentra sulle capacità di adattamento dell’Io tramite un sistema di meccanismi di difesa. Inoltre spostò l’interesse della psicoanalisi dalla patologia alla normalità, cercando di costruire un modello multilineare dello sviluppo infantile. Assai interessanti, e ancora poco noti, risultano infine i suoi studi sull’omosessualità. La quantità dei dati raccolti risulta alla fine ridondante rispetto alla capacità di tradurla in narrazione, tanto più che una traduzione approssimativa non giova alle già scarse qualità  letterarie del testo. Tuttavia, nonostante tutto, Anna si impone con la sua stessa voce, alta, forte, sincera sino alla crudeltà con se stessa e con gli altri. Le sue lettere sono la vera anima del libro. Le loro parole disegnano quella enigmatica figura del destino che la biografia non riesce a cogliere. In ciò si realizza il desiderio di Anna, che aveva cercato in ogni modo di sottrarsi allo sguardo e al giudizio altrui per essere solo se stessa.

ELISABETH YOUNG BRUEHL Anna Freud, una biografia Editore Bompiani Pagine 472, lire 38.000.

http://archiviostorico.corriere.it/1993/agosto/09/Anna_Freud_nel_nome_del_co_0_9308095260.shtml

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