Sergio Benvenuto: “JACQUES LACAN: RITORNO A FREUD” –

della Redazione della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche-RAI9 novembre 1993

Jacques Lacan è nato il 13 aprile del 1901 ed è morto ad ottanta anni nel 1981. Come è diventato lo psicoanalista francese più noto e più influente nel mondo?
Jacques Lacan ha compiuto una specie di miracolo. La Francia era uno dei paesi che aveva resistito più a lungo all’influenza del pensiero freudiano, a differenza di altri, come l’Inghilterra, la Germania o gli Stati Uniti. Lacan invece è riuscito, grazie al suo fascino, all’influsso del suo pensiero, a rendere dominante la psicoanalisi nella cultura francese, almeno dagli anni Sessanta con una grande operazione di traduzione, nel senso che ha adattato i concetti fondamentali del pensiero di Freud alla sensibilità, allo stile e anche alle mode del pensiero francese di cui egli stesso – persona estremamente colta – era profondamente imbevuto. La sua storia in breve: Lacan, che veniva da una famiglia cattolica molto tradizionale, e aveva compiuto studi di medicina, frequentando nello stesso tempo corsi di filosofia alla Sorbona, acquistò una precoce celebrità quando con la sua tesi di dottorato, nel 1932, pubblicò le poesie di una sua paziente paranoica, diventata poi famosa, che chiamò Aimée. Queste poesie e il commento che lui ne fece interessarono molto i surrealisti, che le pubblicarono nella rivista di Paul Eluard, per cui Lacan divenne, in un certo senso, “lo psicoanalista surrealista”. Effettivamente lo stile, la sensibilità, anche certi aspetti ideologici del surrealismo hanno avuto un certo influsso sul giovane Lacan. Un’altra influenza fondamentale nella formazione di questo psicoanalista-filosofo, se possiamo definirlo così, viene dall’insegnamento di Alexandre Kojève, che tra il 1933 e il 1939 tenne alcuni seminari, rimasti celebri, sul pensiero di Hegel all’École pratique des Hautes Études. A questi seminari non ha partecipato soltanto Lacan, ma il fior fiore della gioventù intellettuale francese dell’epoca: basti ricordare Lévi-Strauss, Raymond Aron, Georges Bataille, Merleau-Ponty, Sartre personaggi che rappresenteranno la grande cultura francese nei decenni successivi. Questi seminari, durati solamente pochi anni, hanno avuto tuttavia un grande impatto, perché hanno introdotto Hegel nel pensiero francese, anche se attraverso la peculiare interpretazione che Kojève ne dava – interpretazione considerata in un primo tempo esistenzialista. Ma in effetti l’influsso di Kojève arriverà fino allo strutturalismo e al post-strutturalismo, di cui Lacan a torto o a ragione è considerato un rappresentante. Quindi, le due grandi fonti, oltre Freud chiaramente, della formazione del giovane Lacan sono il surrealismo francese con il suo stile e la sua ansia di rivolta linguistica e politica, e l’approccio a Hegel mediato dall’insegnamento di Kojève e dell’epistemologo Alexandre Koyré, il quale appunto aveva invitato Kojève a tenere i suoi seminari su Hegel.
Lacan può essere considerato uno dei padri fondatori della psicoanalisi in Francia, che, come ho detto, ha incontrato in un primo momento forti ostilità e resistenze dovute al fondo cartesiano e spiritualista della cultura farncese. Eppure Lacan emerge sulla scena soltanto negli anni Sessanta, quando – nel 1966 – vengono pubblicati i sui Ecrits (Scritti), raccolti e curati da Jacques-Alain Miller – pubblicazione che ha rappresentato veramente un grande avvenimento nella vita intellettuale di quegli anni. Da quel momento Lacan diventò, con l’antropologo Lévi-Strauss, il critico letterario Roland Barthes e lo storico Michel Foucault, uno dei maîtres à penser della cultura francese. Al celebre Seminario, che tenne dal 1953 fino alla morte (nel 1981), frequentato all’inizio solo da poche persone, assisteva ormai il tout Paris: migliaia di giovani, intellettuali, signore accorrevano ad ascoltarlo. Per quanto riguarda i suoi rapporti con la psicoanalisi ufficiale, Lacan entra ben presto in rotta di collisione con la direzione dell’Internazionale Psicoanalitica che in quel periodo, come del resto anche oggi, era dominata dagli analisti di lingua inglese, soprattutto americani. Il conflitto nel 1963 sfocia in pratica nella sua espulsione, nel senso che egli non è più autorizzato a insegnare psicoanalisi ai suoi allievi. Fonda allora una scuola sua che chiama École Freudienne de Paris, Scuola Freudiana di Parigi, che però egli stesso dopo circa vent’anni scioglierà, un anno prima della morte, nel 1980. Dirà allora che il tentativo di fondare una scuola per la formazione degli analisti, era stato per lui un fallimento. Nel 1981 Lacan muore di cancro.
Oggi la scuola lacaniana, è una delle più influenti scuole di psicoanalisi del mondo, anche se in modo non omogeneo. L’influenza del pensiero di Lacan è viva nei paesi di lingua latina, e alcuni dicono che è viva soprattutto nei paesi cattolici: oltre che nei paesi francofoni, ha avuto infatti un grande seguito nei paesi dell’America Latina di lingua spagnola e portoghese. Si insinua così, maliziosamente, che il suo influsso presso le culture cattoliche non sia casuale: ci sarebbe una segreta ispirazione cattolica nel suo pensiero (a differenza della predominanza ebraica nella psicoanalisi delle aree tedesca e anglosassone). Ma oggi il suo influsso è crescente anche nei paesi di lingua inglese – un’influenza in verità più tra gli studiosi dei campus che tra gli analisti praticanti. L’influsso del lacanismo nei paesi anglofoni è difficile da valutare perché in realtà il pensiero di Lacan è profondamente legato alla storia della cultura francese negli anni che vanno dai Trenta ai Settanta; perciò la sua traducibilità in culture diverse da quella francese è talvolta difficile. Da notare poi che gli Scritti di Lacan – più che Il Seminario – sono particolarmente ardui. Tradotti in italiano da Giacomo Contri, malgrado lo sforzo del traduttore, restano molto difficili, soprattutto per chi non abbia familiarità con il pensiero di Freud.
Lacan amava sottolineare la continuità del suo pensiero con quello di Freud. Ma al tempo stesso sappiamo che ha introdotto moltissime novità nel pensiero psicoanalitico. Possiamo in maniera concisa riassumere queste novità?
Forse Lacan non sarebbe stato d’accordo con questa domanda, perché lui ha lanciato la parola d’ordine del “ritorno a Freud”. Egli si voleva, in un certo senso, il vero interprete di Freud contro le deviazioni nella teoria e nella pratica analitiche. Questo suo “ritorno a Freud” era in polemica con le tendenze prevalenti negli Stati Uniti, a New York in modo particolare, ad opera della cosiddetta Ego-psychology, psicologia dell’Io. Lacan ha cominciato così la sua battaglia contro la corrente dominante nella psicoanalisi internazionale, rivendicando un “ritorno a Freud”, anche se a un Freud letto ovviamente secondo la sua particolare ottica. Perciò ha sempre tenuto a dare il nome di freudiane alle scuole da lui create. Questo “ritorno a Freud” è contestato da alcuni, i quali pensano giustamente che Lacan abbia innovato rispetto a Freud. In cosa consiste questa sua innovazione? Io direi che il suo contributo ha un valore soprattutto filosofico, nel senso che il pensiero di Freud si presta ad un equivoco. Freud veniva dalla cultura del positivismo ottocentesco, del positivismo austriaco, che pensava di fondare la psicologia, come generalmente le scienze umane, sul modello della fisica e delle scienze della natura. Alla fine dell’Ottocento le cosiddette scienze umane – non solamente la psicologia, ma anche la sociologia, l’economia ecc. – presumevano di poter applicare il modello della fisica newtoniana allo studio dell’uomo. Freud, educato ad una mentalità positivistica, pensava che la psicoanalisi fosse essenzialmente psicologia, che il suo metodo clinico fosse un metodo scientifico. Lacan introduce invece questa idea importante: che la psicoanalisi è certamente una scienza, ma di tipo completamente diverso, in quanto è una pratica e una teoria che si fonda sul linguaggio. Certo anche per Freud il linguaggio è di estrema importanza, ma Lacan introduce l’idea nuova, rispetto a Freud, secondo la quale «l’inconscio è strutturato come linguaggio»: si tratta di una teoria che Freud non ha mai espresso, ma che in un certo senso è il programma di Lacan ed è diventata ormai lo slogan di ogni lacaniano. Che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio può sembrare strano, dato che quando pensiamo all’inconscio freudiano pensiamo piuttosto a qualcosa di affettivo. Di fatto la frase di Lacan è ispirata dalla linguistica strutturale, che proprio in quegli anni emergeva nei paesi latini. Lacan è molto interessato agli studi linguistici e si è rifatto al pensiero di Ferdinand de Saussure, il linguista svizzero considerato il fondatore della linguistica strutturale all’inizio del Novecento. Per comprendere appieno il contributo di Lacan bisogna però andare oltre il riferimento puro e semplice alla linguistica della sua epoca. Uno degli aspetti più originali del suo pensiero, infatti, è di aver messo in luce un fenomeno evidente quanto fondamentale, e cioè che la psicanalisi è un metodo di cura che opera attraverso il linguaggio. Non opera cioè con farmaci, non opera sul corpo. L’analista non tocca il suo paziente, non usa sostanze chimiche: l’analisi è semplicemente conversazione, è parola. E in un certo senso Lacan ha sfruttato quest’uovo di Colombo da lui scoperto dicendo: se l’analista cura semplicemente attraverso la parola, attraverso il linguaggio, questo significa che l’inconscio è esso stesso fondamentalmente linguaggio.
Ora questa idea era presente già in qualche modo in Freud. Quando Freud ne L’interpretazione dei sogni avanza la sua teoria del sogno, indubbiamente egli fa della linguistica: interpretare significa mettere in forma verbale delle immagini oniriche. Però Lacan accentua alcuni aspetti che altri freudiani non accentuavano. Porto un esempio: Freud a un certo punto cita un sogno dell’imperatore Alessandro Magno, quando assediava la città di Tiro in Fenicia. Alessandro Magno sognò un satiro che danzava su uno scudo. Ovviamente, come si faceva all’epoca, interrogò l’interprete dei sogni – anche nel mondo antico c’erano degli interpreti di sogni, che non erano analisti, ma erano comunque delle persone pagate per svolgere questa funzione. L’interprete dei sogni rispose che il satiro significava in realtà sa Tyros che in greco significa “Tiro è tua”. Il senso di questo sogno era Tiro è tua, cioè hai già vinto la battaglia, cosa che in realtà avvenne: dopo poco tempo Alessandro conquistò Tiro. Consideriamo una certa tendenza post-freudiana – per esempio quella della scuola di Jung. Ebbene, un analista junghiano di fronte ad un sogno del genere fatto dal paziente Alessandro Magno direbbe subito: “bisogna capire cosa significa il satiro nella cultura greca, i rapporti di questa figura con altre figure arcaiche, che cosa significa l’immagine del satiro rispetto al sesso, cosa significa in genere lo scudo, ecc.”. Per uno junghiano insomma occorre ritrovare i significati archetipici. Invece Freud dice che l’interpretazione giusta era proprio quella dell’antico interprete fenicio, era cioè semplicemente un gioco di parole, un rebus. Lacan mette in grande evidenza che l’interpretazione è qualcosa che avviene sempre al livello del linguaggio. In altre parole, non bisogna essere molto profondi quando si interpreta, anzi bisogna restare sempre un po’ in superficie. Questo è l’altro lato, direi, filosofico della novità di Lacan rispetto a Freud: l’eliminazione di un equivoco che nel freudismo sicuramente c’è: l’idea che la psicoanalisi avrebbe arricchito il mondo interiore, la vita interna, l’inconscio, come qualcosa che è dentro l’uomo, nel suo profondo. Lacan, analista avvertito filosoficamente, interpreta l’inconscio freudiano nel senso che l’inconscio è soprattutto fuori dell’anima. Mi si permetta una citazione di Sartre, non a proposito di Lacan, ma di Husserl: Sartre disse che l’importanza di Husserl è che ci aveva liberato della vita interiore. Si può dire la stessa cosa di Lacan, che ha contribuito a liberarci della vita interiore: l’inconscio non è qualcosa che sta dentro il corpo. Oggi immaginiamo miticamente il corpo come una cassa, e dentro questa cassa c’è l’anima e quindi poi le pulsioni, gli istinti, i desideri ecc… L’inconscio per Lacan invece è qualcosa che si trova fuori dell’essere umano, e questo fuori per Lacan è sostanzialmente quello che lui chiama l’Altro con la A maiuscola, e che per lui è il linguaggio. Il linguaggio è l’Altro, e l’Altro è anche linguaggio, per una ragione estremamente semplice: che quando noi nasciamo, certamente nasciamo dentro il corpo di nostra madre, ma il linguaggio che ci viene insegnato ci viene sempre dall’esterno. Il linguaggio ci viene da nostra madre, da nostro padre, dagli adulti che sono attorno a noi; quindi l’inconscio ci viene, da un punto di vista lacaniano, sempre dall’esterno.
Alcuni, sensibili a questa idea che l’inconscio non è dentro, ma fuori di noi, tendono a dare un’interpretazione interpersonale dell’inconscio. Vi sono alcune scuole che tendono a ridurre l’inconscio a una dinamica interpersonale: l’inconscio è il mio rapporto con l’altro, con l’altra persona. Non è questo il senso che Lacan dà a questa esteriorità fondamentale dell’inconscio. Lacan non pensa che la base dell’inconscio, del nostro rapporto con gli altri, sia l’interpersonalità. Lui pensa l’inconscio in un senso molto più vicino a quello di Hegel: che l’inconscio ci viene da una alterità assoluta che è quella del linguaggio Qual è il punto di partenza della reinterpetrazione di Freud da parte di Lacan? Abbiamo detto che Lacan pensa di essere fedele al senso stesso di Freud. Mi si consenta di fare un esempio. Il bambino appena nato piange. E quale operazione gli adulti – la madre in primo luogo – fanno con questo bimbo che frigna? Dicono “tu piangi perché hai fame”, oppure “piangi perché hai freddo”. La madre interpreta il perché di questo pianto usando parole. Ed ora, nell’istante in cui la madre parla come l’Altro, con la A maiuscola, compie due operazioni simultanee, ma che per Lacan sono profondamente connesse: da una parte insegna il linguaggio al bambino – in questo caso la lingua italiana – ma nello stesso tempo interpreta il desiderio del bambino, traducendolo in parole italiane. Ora, non sapremo mai perché il bambino frignava, ma la madre, l’Altro, dà quello che Lacan chiama un significante. L’adulto dice per esempio: “hai fame”, “vuoi latte”, cioè fissa il desiderio in una rappresentazione. Questa rappresentazione viene chiamata da Lacan – che prende il termine dalla linguistica strutturale – “significante”. Questo farà sì che in realtà il bambino potrà percepire il proprio desiderio profondo – quello che causava il suo pianto – soltanto attraverso il linguaggio della madre, in una alienazione fondamentale – e “alienazione” è un termine hegeliano. Egli può sapere qualcosa del proprio desiderio perché un altro gli ha detto che cosa lui desidera. Ma che cosa veramente volesse resterà sempre un mistero; e questo mistero di ciò che l’uomo desidera o di ciò di cui gode prima che la madre parli, cioè prima di ogni linguaggio, è quello che Lacan chiama il manque, la mancanza. Questa mancanza, che è già presente, ma non esplicitata in Freud è pensata da Lacan come strutturante l’inconscio.

Però alcuni pensano che al tempo stesso Lacan abbia spiritualizzato in qualche modo la teoria freudiana, la quale insisteva, piuttosto, sulla forza delle pulsioni, sugli affetti, sulla libido ecc…
Sì, effettivamente questa è una critica che si fa continuamente, non solo a Lacan, ma ad altre scuole psicoanalitiche francesi. Si dice che sono cartesiane perché accentuano molto l’aspetto del linguaggio, della scrittura, del logos, della logica. L’ultimo Lacan è molto interessato alla matematica e alla logica. In realtà, non è vero che Lacan non dia importanza alle emozioni e agli affetti – quando egli parla del sesso come di qualcosa connesso a significanti ovviamente non trascura il fatto che il sesso sia qualcosa che si vive in modo emotivo, personale.
Vorrei raccontare un aneddoto, una specie di leggenda. Siccome Lacan ha esercitato per molti anni a Parigi ed era un analista assai noto, moltissime persone sono passate per il suo studio. Sono fiorite allora tutta una serie di leggende, di racconti più o meno veri, ma c’è ne uno che mi ha particolarmente colpito. Lacan aveva una pratica abbastanza originale, nel senso che lui non pensava – come gli analisti ortodossi – che le sedute dovessero essere di quarantacinque, cinquanta minuti, non pensava che dovessero avere una durata standard. Lacan pensava che il tempo di una seduta dovesse variare, a seconda di come l’inconscio esce o non esce: una seduta poteva durare cinque minuti o due ore, non ci poteva essere nessuna regola. È l’analista che decide a che punto tagliare, come mettere la punteggiatura. Così, di fatto, i suoi pazienti venivano un po’ alla rinfusa, senza un orario preciso. Lui li faceva entrare ed uscire senza una regola rigida. Allora molti di questi pazienti si incontravano nel bar sotto casa sua in rue de l’Université. Dunque due pazienti si incontrano, e uno dei due è uscito appunto fresco fresco da una seduta. È molto triste perché è una seduta andata male. Chiunque ha fatto analisi sa che ci sono sedute che vanno male, da cui si esce tristi, depressi. L’altro, anche lui paziente di Lacan, gli chiede perché, e il primo si lamenta di non essere riuscito a dire quello che veramente voleva dire. Il secondo gli dice: “Perché non torni da Lacan e non gli dici quello che dovevi dirgli?”. Questa cosa con Lacan era possibile, perché appunto applicava una regola flessibile. Il primo allora dice: “Ottima idea, torno su e chiedo un’altra seduta”. Il secondo resta al bar – si sa che a Parigi si passano lunghe ore nei bar a pensare, a leggere e a scrivere. Dopo un po’ il primo torna e questa volta appare tutto contento, giulivo; si vede che la seduta è andata bene. Il secondo gli chiede: “Allora che è successo?” E lui risponde: “Appena sono entrato, gli ho subito detto: ‘Je me sens vraiment foutu’, ‘Mi sento veramente fottuto’ e Lacan mi ha risposto: ‘Lei non si sente, lei è fottuto!’ e così subito mi sono sentito meglio”. Questo è un aneddoto che non so nemmeno poi se sia vero, però mette a fuoco qualcosa di importante nello stile di Lacan; cioè Lacan è profondamente estraneo all’idea che la psicoanalisi si occupi dei sentimenti, degli affetti, del sentirsi fottuto, o felice ecc… Lui pensa che la materia prima e ultima dell’analisi sia il reale, inteso come quello che si è, non il modo di sentirsi. Stranamente proprio Lacan, che insiste sul fatto che l’inconscio è strutturato come linguaggio ed è quindi esso stesso linguaggio, non lo dice per dire che tutto si può interpretare in qualsiasi modo: al contrario, alla base non ci sono i sentimenti e gli affetti, ma il reale. Certamente i sentimenti e gli affetti sono importanti, ma come un epifenomeno di qualcosa che avviene a livello del reale.

Ma che cosa intende Lacan per “reale”?
Un altro dei cavalli di battaglia di Lacan – e in questo egli innova rispetto a Freud – è la sua distinzione di tre registri, come lui li chiama: l’immaginario, il reale e il simbolico. Il linguaggio comune ci dice abbastanza bene cosa è il reale e cosa è l’immaginario: il reale è quello della realtà esterna a noi, l’immaginario è quello che avviene nel nostro pensiero. Si suppone che Freud abbia costruito una teoria dell’immaginario e non del reale. Lacan introduce un terzo elemento, o registro, il simbolico, che è equivalente al linguaggio. Ora, lui pensa che la specificità dell’inconscio è proprio l’introduzione di questo registro del simbolico, dei simboli, dei significanti del linguaggio. Senonché l’introduzione di questo simbolico, come terzo registro, modifica l’essenza anche degli altri due, cioè del reale e dell’immaginario, che pur crediamo di conoscere talmente bene attraverso il linguaggio comune. In realtà l’analista che ci fa accedere al simbolico è anche il guru che ci fa accedere al reale. Il reale per Lacan è il reale della nostra mancanza, del fatto che noi non siamo. Prima ho portato l’esempio del bambino che piange e che ad un certo punto apprende verbalmente dalla madre che piange perché ha fame; in questo modo egli fissa simbolicamente il suo desiderio nel significante “aver fame”. Ma anche questo è un tradimento della vera ragione per cui piangeva, che sarà per sempre il suo reale irraggiungibile, pur essendo la causa del suo piangere. Ogni essere umano che piange, e proprio perché piange va dall’analista, cerca sempre questo reale, la causa reale del suo dolore. E ovviamente le emozioni, cioè la sofferenza, l’angoscia, la depressione, ecc. sono l’effetto di questo reale. Per Lacan dunque le emozioni sono importanti, ma sono effetti, non cause. Mentre una tendenza freudiana dice che le cause dell’inconscio sono gli affetti, Lacan dice che gli affetti sono effetti, ma le cause sono da ricercare nell’alienazione che il bambino subisce nell’istante in cui gli si insegna il linguaggio.

Lei ha paragonato l’inconscio di Lacan a quello di Jung, considerando l’aspetto collettivo ed esteriore all’individuo di questi due inconsci. Qual è però la differenza tra i due?
Per certi versi si potrebbe dire persino che Lacan è l’opposto di Jung. Possiamo considerare Jung e Lacan tutti e due come allievi di Freud, anche se Jung, come sappiamo, ha litigato e rotto con Freud, mentre Lacan viene dopo Freud (Freud e Lacan non si sono mai incontrati nella loro vita). Ma in realtà questi due allievi sono molto diversi. Per Jung l’inconscio freudiano viene messo in relazione con alcuni significati fondamentali che Jung considera dei significati extrapersonali, extrasoggettivi. A proposito dell’esempio che ho fatto prima del sogno del satiro, uno junghiano direbbe che il satiro deve essere interpretato non come una fantasia mia personale, ma come qualcosa che io ho ereditato attraverso una trasmissione inconscia: si eredita un archetipo così come si eredita un gene. Jung tende a mettere in rilievo tutto ciò che è invariante ed invariabile: l’inconscio collettivo è un inconscio che ereditiamo, è un inconscio di significati per cui il satiro della tradizione greca ha a che fare con altre figure, per esempio della cultura indiana, ecc. Invece Lacan mette in rilievo non il significato più o meno universale, ma quello che lui chiama il significante, che è sempre particolare. Abbiamo detto che riprende i suoi concetti dalla linguistica strutturale di Saussure: la linguistica strutturale si basa su una teoria del segno linguistico in generale, per cui esiste un doppio versante del segno: da una parte il significante, dall’altra il significato. Il suono tavolo è il significante, mentre il tavolo indicato come tale nella lingua italiana è il suo significato. In realtà Lacan ha messo l’accento sul significante, in opposizione a Jung che invece lo mette sul significato. Secondo Lacan, in effetti, l’inconscio è un insieme di significanti, i quali però non sono tutti sullo stesso piano. Ci sono alcuni significanti che hanno un valore privilegiato, e qui Lacan riprende qualcosa che è completamente assente in Jung e anche nei post-freudiani: Lacan dà un grande rilievo alla teoria sessuale di Freud. Questo sembra strano perché ormai tutti sanno dai manuali che Freud è celeberrimo nella nostra cultura perché ha detto che l’inconscio umano ha a che fare soprattutto con gli impulsi e i desideri sessuali. Questo è talmente vero che gli analisti dopo Freud hanno cercato di attutire questo primato della sessualità in Freud, dando sempre più ai concetti sessuali di Freud un senso e una connotazione metaforica: dicono che è sì sessualità, ma sessualità nel senso dell’emozione, dell’affettività. Così quello che conta sempre di più nei freudiani ufficiali è il rapporto affettivo con la madre, il fatto che la madre sia più o meno buona, e conta sempre meno il rapporto sessuale e in genere qualsiasi cosa che abbia a che fare con i genitali. Certamente il concetto di sessualità in Freud è molto ambiguo, e sappiamo che lui rompe con Jung proprio sulla questione della sessualità, almeno ufficialmente questa è stata la ragione. Lacan è uno dei pochi post-freudiani che dà invece alla dottrina sessuale di Freud tutto il suo rilievo, nel senso però che la sessualità ha il suo linguaggio. Lacan pensa che, poiché l’inconscio è fondamentalmente linguaggio, esiste allora un inconscio perché noi siamo degli esseri parlanti. Per il solo fatto che parliamo abbiamo un inconscio, che è un effetto del linguaggio; per questa ragione non possiamo parlare di un inconscio degli animali, ad esempio. Esistono però alcuni significanti fondamentali come ad esempio il Nome del Padre e il fallo in modo particolare. Poi nel suo pensiero più tardo Lacan arriva a formulare delle specie di slogans, potremmo dire, che assomigliano un po’ a certi slogans o certe frasi a effetto dei guru orientali. Sapete che nel pensiero orientale – ad esempio nella pratica zen – è abituale lanciare delle specie di frasi enigmatiche. Una delle frasi enigmatiche del tardo Lacan era: «non c’è rapporto sessuale…». Cosa diavolo voleva dire con questo? Se ne possono dare diverse interpretazioni. Egli voleva dire sicuramente, riprendendo certi concetti di Freud, che la differenza sessuale non è inscritta nel nostro inconscio, perché nell’inconscio c’è solamente il fallo. Con questo Freud non voleva dire che l’inconscio è maschile, voleva dire che nell’inconscio abbiamo a che fare soltanto con il fallo, e che quindi gli atti sessuali, i rapporti tra i sessi reali, non hanno un’inscrizione inconscia, ma sono qualcosa che si produce in modo artefatto. Potremmo dire che gli atti sessuali sono bricolage. Siccome non ci sono due sessi psichici, ma i rapporti sessuali comunque, grazie a Dio, avvengono, c’è qualcosa di artificioso, di surrealista, potremmo dire, nei rapporti tra i sessi. Si sa che i surrealisti facevano dei bricolage, dei montaggi. È un concetto abbastanza importante in Lacan: il fatto che la sessualità non corrisponda ad una differenza sessuale istituita. Per tornare alla sua differenza con Jung: Jung pensa che la differenza tra maschio e femmina abbia una base inconscia, che egli chiama animus e anima. L’animus è la parte maschile, diciamo così, l’anima è la parte femminile dell’anima. Maschile e femminile hanno cioè per lui un’inscrizione inconscia. Lacan, molto più freudiano, pensa che esista una sola sessualità, articolata attorno al fallo e ai suoi scambi, e che quindi ogni essere umano, maschio o femmina, si deve “arrangiare”, come si direbbe a Napoli, attorno a questi significanti. In questo senso credo che la reinterpetrazione lacaniana della teoria sessuale di Freud sia molto originale.

E cosa vuol dire Lacan, quando insiste sulla natura squisitamente etica dell’inconscio freudiano?

Uno dei migliori seminari di Lacan si chiama L’etica della psicoanalisi. Come ho detto prima, effettivamente Lacan è doppio: c’è un Lacan che parla, un Lacan insegnante che tiene dei seminari durati per oltre venti anni; e c’è un Lacan che scrive. Ho detto che il Lacan che scrive è un Lacan estremamente difficile da capire, perché usa un linguaggio barocco, mentre il Lacan che insegna, come si vede dalle trascrizioni dei suoi seminari, curate da Jacques-Alain Miller, è molto più chiaro. Si capisce veramente fino a che punto Lacan abbia insegnato la psicoanalisi freudiana ad un’intera generazione di analisti francesi. E uno dei seminari più interessanti filosoficamente, è proprio questo seminario sull’etica. In realtà egli torna continuamente sull’etica, nel senso che effettivamente pensa che la psicoanalisi sia una scienza di tipo particolare, che non ha niente a che vedere, quindi, con la psicologia intesa come applicazione del modello della fisica alla scienza dell’anima. Il suo interesse filosofico è essenzialmente in questo: che in realtà l’analista non è uno scienziato dell’anima, ma è una persona che rappresenta una istanza etica per il soggetto. Che cosa vuole dire con questo? Abbiamo detto che una delle novità di Lacan è l’idea che la psicoanalisi abbia a che fare con il linguaggio. Ma questo che cosa implica? Quando Lacan dice che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, egli dice che lo strumento con cui l’analista e il suo paziente lavorano, cioè il linguaggio, la parola, non sono un mero strumento per conoscere qualcosa di esterno al linguaggio, ma l’inconscio stesso è linguaggio. Cioè, lo strumento con cui analizzo l’inconscio fa parte della stessa sostanza dell’inconscio. Mutatis mutandis, l’analista non ha una conoscenza puramente oggettiva dell’inconscio. Il fatto che l’analizzante o paziente parli dei suoi problemi, delle sue mancanze, delle sue impossibilità e impotenze non è un puro oggetto dell’analisi: l’analisi stessa fa parte di questo processo. Ora questa è una differenza fondamentale rispetto alle scienze della natura, il cui modello è fondamentalmente la fisica. Sappiamo che la fisica, da Galileo e Newton in poi, ha avuto quel grande sviluppo che sappiamo proprio perché in realtà ha sviluppato degli strumenti che sono assolutamente diversi dal proprio oggetto. Il fisico usa il linguaggio della matematica e i suoi oggetti sono in realtà oggetti fisici: calore, masse elettriche, costellazioni, ecc. Ora questo per Lacan, da buon hegeliano, non può avvenire nel caso della psicoanalisi, in quanto ha a che fare con l’ethos nel senso greco, cioè con il carattere e il costume delle persone, perché questo ethos non è il suo oggetto, ma la stessa psicoanalisi è etica; e soltanto nella misura in cui la psicoanalisi è etica che essa può influire sull’ethos, cioè sul costume e sul carattere delle persone. Così come il fatto che la psicoanalisi è linguaggio fa sì che essa possa influire sull’inconscio e sul suo stesso linguaggio. Potremmo dire, al limite, che in psicoanalisi c’è un isomorfismo tra il linguaggio e il suo oggetto: il soggetto e l’oggetto dell’analisi hanno la stessa forma. È qui il motivo del profondo contrasto epistemologico della psicoanalisi con le scienze fisiche. Ciò non toglie che il Lacan più tardo pensi che la matematica sia estremamente utile, oltre che alla fisica, anche alla psicoanalisi. Lacan si è occupato molto di logica e di matematica ed ha sviluppato una sua teoria matematica abbastanza particolare. Pensando che la scienza dell’inconscio avesse bisogno di strumenti soprattutto geometrici, ha scelto soprattutto una branca delle matematiche che si chiama topologia. La topologia studia soprattutto i rapporti fra spazi, la struttura interna degli spazi. Se consideriamo l’inconscio come uno spazio – che non possiamo certo definire mentale, ma uno spazio circoscritto dal linguaggio – lo possiamo allora descrivere in modo geometrico. Lacan pensa che sia possibile matematizzare l’inconscio, e collegare tra loro matematicamente i registri del reale, dell’immaginario e del simbolico.

Uno dei concetti fondamentali di Lacan è comunque questo: che, contrariamente a quello che si pensa, l’analista è un agente etico, perché in qualche modo inizia il paziente – cioè il soggetto – ad accettare il proprio desiderio o, come dice Lacan, ad essere fedele al proprio desiderio. Questa è un’interpretazione abbastanza originale che Lacan dà di Freud. Freud pensava che i sintomi psicopatologici fossero causati dalla rimozione, dovuta al fatto che il soggetto non vuole saperne del desiderio inconscio, cioè della propria vera soggettività. La guarigione o comunque una certa forma di rasserenamento, di superamento della nevrosi, può essere conseguita quando il soggetto realizza che attraverso la rimozione ha tradito il proprio desiderio, è stato cioè infedele alla propria soggettività. Per Lacan l’azione etica dell’analisi consiste non nel costringere, reprimere o frenare il desiderio, ma nel far sì che il soggetto possa finalmente accettarlo. E questo è anche uno degli obiettivi polemici di Lacan. Prima ho detto che Lacan si è affermato con la parola d’ordine del “ritorno a Freud”; ho anche detto che questo “ritorno a Freud” era in funzione un po’ polemica al trend, come si direbbe oggi, allora prevalente nel mondo americano, newyorkese, della Ego-psychology. Questa psicologia dell’Io ha dato un’interpretazione di Freud, secondo cui la funzione etica dell’analista sarebbe quella di rafforzare l’Io. L’Io è in qualche modo il nostro io cosciente, razionale, ed ha a che fare con due nemici: con le proprie pulsioni interne, e con il mondo esterno che gli chiede delle prestazioni sempre più forti e difficili. Quindi l’analista deve rafforzare l’Io per far fronte alla doppia minaccia delle pulsioni e del mondo esterno. Sostanzialmente la funzione etica dell’analisi è dunque una funzione di adattamento dell’Io alla realtà sociale esterna. Ora è con questa protesta etica contro l’idea che l’analisi e l’analista siano dei rappresentanti della società esterna e dell’adattamento che Lacan si afferma fin dai suoi primi atti pubblici. Egli riafferma un’etica secondo cui l’analista in realtà deve ricordare al soggetto che egli non può fare a meno invece del proprio inconscio, che egli deve rassegnarsi al proprio inconscio, al desiderio come lo chiama lui. Il desiderio – désir è una traduzione francese che Lacan fa del termine freudiano di libido – denota un desiderio fondamentalmente sessuale, ma non solo; la libido o desiderio è la stoffa, la materia prima del nostro inconscio. La fedeltà al desiderio è dunque la sola via di superamento del sintomo, dunque non si tratta di un adattamento a imperativi sociali. Questa è la specificità dell’etica di Lacan che noi, a nostra volta, possiamo mettere in rapporto con la sua formazione culturale. Essa, come ho detto prima, risale agli anni Trenta, subisce l’influsso di una interpretazione “modernista” del pensiero di Hegel, avvenuto attraverso l’insegnamento di Kojève, ed è sensibile alla protesta surrealista. Il surrealismo era un movimento soprattutto artistico, ma anche politico ed ideologico che si richiamava alla psicoanalisi di Freud, e che tendeva a rivendicare una spontaneità fondamentale dell’inconscio. Non si poteva agire artisticamente, non si poteva fondare una società nuova, reprimendo o indirizzando l’inconscio sulle vie utili alla sopravvivenza, ma bisognava invece “dare la parola” all’inconscio. Credo che questa formazione del giovane Lacan abbia improntato tutta la sua etica della psicoanalisi, la sua concezione dell’analista non come rappresentante della razionalità scientifica, o di una saggezza tradizionale, ma come qualcuno che lascia parlare l’inconscio, perché il soggetto accetti il desiderio e si rassegni ai costi che esso impone.

Più si procede nella descrizione del pensiero di Lacan, più ci accorgiamo che il “ritorno a Freud” è una sorta di eufemismo. Già abbiamo visto nel pensiero filosofico questa differenza tra il positivista Freud e l’idealista Lacan. Ma anche sul piano dello stile, si può ricordare che Freud ebbe, credo, un unico premio in vita sua e fu un premio letterario, il premio Goethe per la letteratura, per la sua scrittura chiara ed perspicua. Invece la scrittura di Lacan era barocca e astrusa. Allora come la mettiamo con questo “ritorno a Freud”?
Si potrebbe rispondere in modo clinico, si potrebbe eliminare il problema dicendo che Lacan aveva dei problemi di scrittura, delle difficoltà personali, e per questo i suoi scritti risultano difficili. Non ci sarebbe niente di male: abbiamo una tradizione intellettuale illustre, da Socrate fino a molti moderni, di pensatori, scienziati, filosofi che avevano delle grandi difficoltà a scrivere, a cominciare da uno dei maestri di Lacan, Ferdinand de Saussure, il fondatore della linguistica strutturale: egli non ha scritto praticamente niente. Quello che sappiamo del pensiero di Saussure lo sappiamo attraverso gli appunti dei suoi allievi. Un altro maestro di Lacan, Kojève, ha lasciato una grande impronta nella cultura, ma i suoi libri su Hegel sono in realtà trascrizioni degli appunti presi da altri. Possiamo dire che gran parte del pensiero di Lacan è un pensiero insegnato, raccolto da Jacques-Alain Miller, il quale, fra l’altro, era anche suo genero. Quindi possiamo dire che, come per Socrate, Saussure, Kojève e altri, anche quello di Lacan è soprattutto un pensiero che si è trasmesso attraverso l’insegnamento.
Però sarebbe un modo troppo facile di eliminare il problema, anche perché in realtà non possiamo affatto dire che Lacan fosse un cattivo scrittore. Tutt’altro. Sono convinto che alcune pagine degli Ecrits, degli Scritti, resteranno nelle letteratura francese di questo secolo. Alcune pagine sono particolarmente brillanti, quindi possiamo dire che era anche un brillante scrittore, come del resto lo era Freud. Anche in questo caso c’è un certo influsso del surrealismo e di Georges Bataille. Ma soprattutto credo che la scelta stilistica di Lacan dipenda proprio dalla sua etica, che ha a che fare con quello che si è detto or ora. Lacan non crede cioè in una scissione fra il linguaggio e l’oggetto, non crede che si possa parlare dell’inconscio con un linguaggio razionale o puramente razionalizzatore. Egli cerca una scrittura che sia adatta ad esprimere l’inconscio, che non lo rappresenti e lo congeli dall’esterno. Questa è una critica che si può fare persino ai surrealisti i quali, quando scrivono le poesie surrealiste, si lasciano andare al loro inconscio, però quando teorizzano sul surrealismo usano la sintassi normale e, al limite, un linguaggio accademico. In un certo senso Lacan è voluto andare oltre gli stessi surrealisti, ha voluto creare un linguaggio teorico che fosse adatto al suo tipo di oggetto, e questo non è qualcosa che ci debba stupire. Effettivamente quando Galileo incominciò a descrivere il mondo fisico, compreso il mondo delle stelle o della massa e dell’accelerazione con linguaggio matematico, risultò, a quell’epoca, assolutamente incomprensibile. Infatti, prima di Galileo, la tradizione aristotelica distingueva, scindeva in modo netto il mondo fisico e il mondo della matematica. Fino a Galileo, per la tradizione occidentale la matematica si occupava delle cose immutabili, dei concetti puri, dei numeri, mentre il mondo fisico sublunare era costituito dal mondo delle cose che mutano continuamente. L’impresa scandalosa di Galileo fu di scommettere sul fatto che il linguaggio delle cose eterne, la matematica era adatta a descrivere il mondo fisico dove tutte le cose mutano. Lacan cerca di fare adesso, tenendo conto degli ambiti diversi, un po’ la stessa cosa: egli scommette sul barocchismo per descrivere scientificamente l’inconscio. Negli ultimi anni egli ha lavorato molto sulla scrittura di James Joyce, di cui si è occupato anche come caso clinico, in quando James Joyce certamente aveva un inconscio abbastanza particolare, psicotico potremmo dire. Ma era anche un grande scrittore, e Lacan era convinto che Joyce fosse riuscito, attraverso la propria scrittura, a descrivere il mondo attraverso uno strumento freudiano, potremmo dire una scrittura del lapsus, sfruttando al massimo giochi di parole, allusioni, ecc. Il fatto di usare un linguaggio gongorista, normalmente ambiguo, per Lacan era un modo per parlare veramente dell’inconscio, non per aggirarlo, ma per far parlare l’inconscio nella teoria. Se l’inconscio procede per associazioni, per metomimie e metafore, le due figure retoriche fondamentali che, secondo gli strutturalisti, regolano il flusso del linguaggio, allora – pensava – bisognava scrivere anche sull’inconscio in questo modo. Altrimenti si tradisce l’inconscio: parlare dell’inconscio con il linguaggio delle scienze positive era per lui una forma della rimozione. Quindi, dietro l’apparente confusione della sua scrittura, c’è l’esigenza etica di trovare un tipo di scrittura adatta al proprio oggetto.

Per concludere, in uno degli Scritti di Lacan, vi sono delle pagine dedicate al concetto della verità: c’è la verità che parla. Ecco, è strano ritrovare questo concetto di verità all’interno di una discussione psicoanalitica. Che cos’era la verità per Lacan?
Lacan si è occupato spesso della verità, egli ha scritto anche un saggio che si chiama La scienza e la verità. Ovviamente Lacan cerca di ridefinire il concetto di verità in senso freudiano. Lacan è convinto che Freud non sia semplicemente uno specialista degli affetti come molti post-freudiani pensano che sia. Lacan in un certo senso ha idealizzato Freud: egli pensa che Freud abbia creato una vera spaccatura nel pensiero occidentale, e che le altre scienze debbano avere a che fare con la psicoanalisi. Questo è molto importante perché, negli ultimi anni soprattutto, anche in Italia si diffuso un dibattito molto vivace, in cui ci si chiede se la psicoanalisi, quella freudiana in particolare, sia una scienza o no. Possiamo dire che Lacan si è occupato di questa questione della scientificità e quindi della verità scientifica della psicoanalisi, però ribaltando dialetticamente la questione. Egli ha detto: «Cosa potrebbero essere le scienze, tutte le scienze, fisica compresa, se tenessero conto del contributo di Freud?». Il problema non è tanto di verificare fino a che punto il pensiero di Freud sia scientifico, cioè se si adatti al modello della fisica – che rappresenta ancora oggi per noi l’ideale della scienza – ma che cosa potrebbe essere la stessa fisica se incorporasse le verità di Freud. Il concetto di verità di cui Lacan si occupa non è la verità della lunga tradizione metafisica che nasce da Platone e Aristotele, e che tende a vedere la verità come adequatio rei et intellectus, adeguazione o adeguatezza del pensiero alla cosa. Quando parla di verità, Lacan parla sostanzialmente della verità del desiderio o del godimento. Noi continuamente nella nostra vita facciamo delle scelte d’oggetto. Per esempio quando ci innamoriamo, abbiamo l’impressione che la donna di cui ci innamoriamo – o l’uomo per una donna – sia l’oggetto che andavamo cercando da sempre, sin da quando eravamo bambini. E a un certo punto ci possiamo rendere conto, anche grazie all’aiuto del nostro analista, che in realtà questo oggetto non era il vero oggetto. Qui Lacan parla di verità, in un senso non meno concreto di quello della scienza. Noi abbiamo spesso la sensazione che la nostra scelta d’oggetto non sia autentica, che il suo oggetto non sia il vero oggetto. Lacan si interessa della verità soprattutto nel senso della autenticità e non tanto dell’adeguazione di una rappresentazione alla cosa reale. Che cosa intendiamo quando ci rendiamo conto, per esempio, che la donna che amavamo non era il nostro vero oggetto, ma era uno schermo del nostro vero oggetto, perché la psicoanalisi dietro l’oggetto falso ci indica un oggetto più vero, la vera donna, il nostro vero oggetto? Lo stesso Freud ci insegna che i nostri primi oggetti sono oggetti infantili, ma, proprio in quanto oggetti infantili, sono oggetti che non ritroveremo mai. Compiere un’autentica scelta d’oggetto non significa tornare all’oggetto originario – che sarebbe in un certo senso la madre o il seno materno – perché la madre ormai è vecchia o morta, o semplicemente perché abbiamo superato il complesso edipico. Quindi in realtà la funzione etica dell’analista non è quella di indicarci il vero oggetto originario, ma di mostrarci che esistono oggetti-maschera, oggetti che la tradizione analitica chiama narcisistici, e oggetti più veri.

Che cos’è l’oggetto narcisistico? Lacan ha dato alla teoria del narcisismo un contributo importante, accettato universalmente anche dagli analisti non lacaniani, proponendo quella che lui ha chiamato la fase dello specchio. Lacan mette in evidenza il fatto che il bambino a pochi mesi, sei, sette, otto mesi, passa per una fase in cui si innamora della propria immagine allo specchio. Il bambino scopre lo specchio, cioè si rende conto che il bambino che vede nello specchio non è un altro bambino, ma è lui stesso, e incomincia a flirtare un po’ come un innamorato, comincia a corteggiare questa immagine di cui è estremamente contento. Per Lacan questo è molto importante perché è alla base di quello che poi lui chiamerà il registro immaginario: l’idea che il nostro rapporto con gli altri passa attraverso l’immagine speculare, che il nostro primo “altro” è la nostra stessa immagine. Ma il fatto che noi percepiamo tutti gli altri per differenza o identità rispetto a questa immagine con cui noi da bambini abbiamo fatto l’amore, non significa che essa sia il vero oggetto del desiderio inconscio. Ora, non possiamo dire che questo è il vero oggetto, perché è un oggetto che nella realtà non ritroveremo mai; ma capire che è un punto vuoto ci permette di sfuggire all’illusione del narcisismo. Che cosa si intende per illusione del narcisismo? È l’idea che si crede di amare l’altro, ma in realtà si ama soltanto la propria immagine. Ecco, questo è un altro punto fondamentale dell’etica della psicoanalisi che Lacan mette in rilievo. Ci sono degli esseri umani che confondono radicalmente gli altri con sé stessi, che li amano come la propria immagine: questi nella psicologia clinica si chiamano paranoici, pazienti di cui Lacan si è occupato a lungo, soprattutto quando era giovane. I paranoici sono persone che entrano in un rapporto di rivalità e di amore con gli altri solamente nella misura in cui gli altri sono loro immagini. L’etica dell’analisi ci mette in rapporto con questo oggetto che non potrà mai essere trovato, ma al quale, proprio perché non può essere trovato, occorre che restiamo fedeli.

http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=449



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