FREUD E L’ISTERIA. INTERVISTA A PAUL-LAURENT ASSOUN (1994)

di Redazione, emsf.rai.it5 maggio 1994

Potrebbe raccontare, almeno nelle sue grandi linee, la storia della scoperta della femminilità da parte di Freud?
Per questo basterebbe ricordare una parola: “isteria”, o più esattamente “isterica”. Non possiamo qui sorvolare sul fatto che all’origine della psicoanalisi ci sia stato l’incontro di Freud con un soggetto particolare che si chiama soggetto isterico. Il discorso sull’isteria esisteva a partire da Ippocrate: dunque vi erano duemila anni di discorso medico, filosofico sull’isteria, ma Freud – riassumendo – è probabilmente il primo che, usando la tecnica dell’ipnosi, abbia dato spazio alla parola “isterica” della donna isterica, mettendo fine al discorso sull’isteria intesa come sindrome e come malattia.
Come è noto, Freud scrive, con Breuer, un testo alla fine del secolo scorso intitolato Studi sull’isteria, nel quale la diagnosi formulata è che l’isterica soffre essenzialmente di reminiscenze. Le reminiscenze sono ricordi che si mantengono senza che si sappia che si tratta di ricordi, e che provocano, mettono in atto, comportamenti paradossali, chiamati “sintomi”. Ebbene, Freud è il primo, credo, a non considerare l’isteria come una sindrome medica, come una patologia nel senso medico del termine, perché capisce che il soggetto isterico vuol sempre dire qualcosa: che si tratti del sintomo corporeo, o della dissociazione della coscienza, egli esprime qualcosa di impossibile a dirsi, di impossibile a viversi.
Talvolta dico – anche se la cosa appare un po’ provocatoria – che l’isterica è la co-fondatrice della psicoanalisi. In fondo, è sotto il pungolo del desiderio e della malattia isterica, dell’isterica come soggetto, che Freud ha dovuto creare la psicoanalisi intesa anche come dispositivo di ascolto. Del resto, si deve tenere presente una definizione della psicoanalisi data da Freud, secondo cui essa consiste in un metodo psicologico che permette di analizzare processi psichici altrimenti inaccessibili, vale a dire dei processi psichici inconsci. La psicoanalisi, all’inizio, non parla di inconscio ma – è importante sottolinearlo – di processi psichici inconsci, cioè di processi psichici particolari che si possono analizzare scientificamente, sulla base di un’esperienza clinica di ascolto del sintomo.
Ora, ci si può chiedere come Freud sia riuscito a costruire questa nuova teoria dello psichismo inconscio sulla base della sua esperienza terapeutica delle nevrosi, attraverso cui la psicoanalisi, per allargamenti progressivi, giunge a costituire una nuova teoria del sapere dell’uomo. Non è un caso se la psicoanalisi riguarda le scienze sociali, la filosofia, l’arte, la concezione della cultura: essa ha infatti provocato una rivoluzione “antropologica”.

In che senso l’approccio di Freud allo studio non solo delle donne, ma anche degli uomini isterici è stato innovativo?
Lei ha ragione nel sottolineare che per Freud ci sono degli uomini isterici. È anzi un punto assolutamente essenziale, perché da Ippocrate fino a Freud si è femminizzato il sintomo isterico. Basti ricordare qui l’etimologia greca, hysteron : si tratta appunto dell’utero. Ovviamente non è falso dire che l’isteria riguarda in maniera privilegiata la femminilità, per ragioni di cui bisogna certamente discutere. Ma quel che diventa assolutamente essenziale è analizzare il soggetto isterico in quanto tale. Il discorso sull’isteria in qualche modo era stato condotto sulla base di stereotipi sociali su ciò che è una donna, e – aggiungerei – su ciò che è una donna folle. Freud forse è il primo a trattare la donna isterica in quanto soggetto, preda di un conflitto inconscio. E da questo punto di vista, certamente, c’è anche un’isteria maschile, e questo anzi ha stupefatto i colleghi di Freud, i colleghi cosiddetti “seri”, i medici, gli psichiatri. Costoro sostenevano che fosse addirittura una contraddizione in termini parlare di un’isteria dell’uomo. Questo mostra fino a che punto ci fosse uno stereotipo sociale sull’argomento.
Freud interroga il conflitto psichico che col suo intreccio ha prodotto il destino dell’isterico o dell’isterica. A questo proposito occorre forse ricordare che quel che viene chiamato “sintomo”, in psicoanalisi, non è – come in medicina – una lesione o una disfunzione di un organo, di una funzione fisiologica; è piuttosto una formazione inconscia, e da questo punto di vista possiamo dire che è un vero e proprio conflitto. Quindi, un sintomo dice sempre qualcosa di vero. Freud afferma spesso che la nevrosi non dice mai nulla di stupido.
Credo che questo sia essenziale all’esperienza analitica: il rendersi conto che, persino quando il soggetto dice qualcosa di folle, di incoerente, abbiamo i mezzi per capire il desiderio che si esprime in tutto ciò. Altrimenti, se il desiderio si potesse esprimere, non avrebbe bisogno del sintomo. Il sintomo isterico od ossessivo, il sintomo nevrotico o perverso o psicotico, nasce da conflitti la cui gravità è variabile: ma in tutti questi casi il desiderio è impedito, e può giungere ad esprimersi solo in questa forma, in quella formazione di compromesso qual è il sintomo. Dato che il desiderio è proibito, esso deve trovare una modalità di espressione che non sia diretta. Da questo punto di vista, credo che quel che mi ha interessato di Freud all’origine, quando ero filosofo, e poi come analista, è il suo rigore: il suo essere riuscito a decifrare con rigore il linguaggio del sintomo, elaborando una teoria muovendo sempre dal soggetto in quanto tale e non – contrariamente a quanto sostengono alcuni oggi – a partire da una pura e semplice finzione.
Così, il sintomo può esprimersi attraverso il corpo – ed avremo la conversione isterica – o può esprimersi con mezzi più direttamente psichici come l’ossessione. Ma ogni sintomo ha un significato. Si vede bene fino a che punto questo ci fa riflettere, anche in quanto filosofi. Infatti ci si può porre la domanda: “Che cosa è questo soggetto della nevrosi, che non può dire e che allo stesso tempo dice comunque qualcosa? Che cosa è questo soggetto che chiamiamo “soggetto diviso”?
Lacan riprenderà questa categoria importantissima di soggetto diviso, di un soggetto che vuol dire ad ogni costo, ma può dire solo prendendo in considerazione, se così posso dire, un modo di espressione mascherato, spostato. Così ogni notte diciamo attraverso il sogno quel che non abbiamo potuto dire durante il giorno, oppure lo diciamo attraverso il lapsus, gli atti mancati, che sono comunque il “sintomo quotidiano” della patologia dell’uomo normale; e poi c’è la patologia nevrotica.
Del resto, “nevrotico” è un cattivo termine, perché significa “malato di nervi”; ma il nevrotico, in realtà, è malato del suo desiderio di qualcosa che non può esser detto; e questa “malattia” ci dà la possibilità di conoscere noi stessi.

Quando Lei parla di “soggetto diviso”, intende con questa espressione un soggetto diviso tra la sua coscienza e il suo inconscio? Come si lega l’aspetto inconscio con quello della sessualità?
All’origine, il concetto essenziale in Freud è il concetto di “rimozione”. Per illustrare il significato di questo termine si può ricorrere ad un immagine molto concreta che Freud stesso suggerisce: è l’immagine di un cattivo odore che non vogliamo sentire. Abbiamo quasi un modello olfattivo della rimozione. Quando percepiamo una puzza, che ovviamente non vogliamo percepire, ma che sentiamo comunque, tendiamo ad allontanarcene. Ebbene, questa è la rimozione: è un’azione psichica che verte su qualcosa, la cosiddetta “pulsione”, che non vuol essere percepita, che non vuole essere riconosciuta. La pulsione è una tendenza a soddisfarsi per mezzo di un oggetto, che ad un certo punto trova un impedimento. Ora, la pulsione sessuale, per ragioni molto profonde, molto complesse, viene impedita in modo molto particolare. Questo stupisce le persone estranee alla psicoanalisi che si chiedono perché in psicoanalisi si debba sempre parlare della sessualità. E così si è accusato Freud di “pansessualismo”, sostenendo che vi sono altri elementi altrettanto importanti della sessualità. Resta il fatto che è in occasione della sessualità – della pulsione sessuale – che si esercita elettivamente la proibizione e l’azione della rimozione.

Lei può spiegare come Freud, trattando il fenomeno dell’isteria, abbia attribuito tanta importanza alla sessualità inconscia nell’uomo e nella donna, le cui pulsioni sessuali sono ritenute da Freud le vittime privilegiate della rimozione?
In effetti, è stata la donna isterica ad informare Freud sul ruolo particolare della sessualità nei conflitti psichici, ma bisogna ricordare che questo fatto ha stupito lo stesso Freud. Egli ha affermato che era molto lontano dal dare un’importanza simile alla sessualità, che è invece emersa dai casi concreti di nevrosi in cui si è imbattuto – in psicoanalisi bisogna saper apprendere innanzitutto dal sintomo – comprendendo che qualora la sessualità venga impedita può produrre degli effetti patogeni, ovvero dei sintomi. Quindi, la rimozione è un’azione psichica normale, ma solo in certe condizioni; quando la pulsione è troppo forte, quando essa viene impedita in modo particolare, quando incontra quella notissima formazione psichica chiamata “complesso di Edipo”, allora può diventare patogena.

Può spiegarci come Freud, partendo da una femminilità abbastanza particolare legata al soggetto isterico, sia riuscito a formulare una specie di teoria della “femminizzazione”, vale a dire del divenir donna dal punto di vista psichico? Che ruolo ha in questo processo il cosiddetto “transfert”?
Direi che il transfert, lo chiamerei quasi “la passione di transfert”: è quel momento molto importante nel quale una paziente, così come Freud la descrive, si innamora del suo analista. È un amore particolarissimo, perché ha luogo nel quadro della cura. Freud dice che questo amore si scatena “come un incendio”. L’immagine adottata è quindi quella di un incendio durante una rappresentazione teatrale, dove bruscamente quell’amore infiammato per l’analista irrompe sulla scena. La paziente, dunque, dopo aver fatto progressi nell’analisi, nella ricostituzione dei suoi amori – perché la psicoanalisi ci dice proprio questo, che non rinunciamo mai ai nostri primi amori – proietta sulla persona dell’analista l’amore che si rivolgeva ai suoi vecchi oggetti d’amore genitoriali. Proprio questo processo di proiezione le permette di rivivere quell’amore primitivo e di liberarsene. Per questo, l’amore di transfert, di cui Freud ha avuto esperienza durante il rapporto con i suoi soggetti isterici, e in certo modo anche nel caso di Dora, è sicuramente molto importante.

Può allora parlarci, almeno per quanto riguarda l’aspetto del transfert, del famoso caso clinico di Dora?
Dora è una ragazza che – intorno al 1900 – viene mandata da Freud perché, in sostanza, crea molti problemi in famiglia, ed in effetti l’isterica è la donna che spesso, soprattutto all’inizio di questo secolo, viene presentata come una “piantagrane”: essa, infatti, turba l’ordine sociale e quello familiare, rovina l’immagine che la famiglia ha di sé – così come oggi accade in certo modo nel caso delle anoressiche.
Facendo riconoscere a questa ragazza di diciotto anni il desiderio di suo padre, e l’atteggiamento nei confronti della madre, Freud arriva quindi a farle riconoscere una parte da lei non conosciuta. In verità, quello di Dora non costituisce un esempio di analisi riuscita, perché la ragazza interrompe l’analisi solo dopo alcune settimane. Ma Freud ha riflettuto molto – direi per tutta la vita – sulla lezione da trarre dal fallimento della terapia di Dora. Questo gli ha permesso di capire perché l’isteria costituisce in qualche modo un accesso privilegiato alla questione della femminilità. L’isteria non è l’unica figura della femminilità. Ho accennato all’anoressia, potremmo parlare della psicosi, ecc. Ma l’isteria, forse, presenta una sorta di vignetta tragica su che cosa è il desiderio femminile in quanto qualcosa di impedito o non dicibile.
Spesso si cita una osservazione di Freud, che avevo messo come epigrafe del mio libro Freud e la donna., che presenta spesso la psicoanalisi come qualcosa che urta contro questo enigma della femminilità stessa. Nel 1930 – vale a dire trent’anni dopo il suo incontro con l’isterica – lo stesso Freud, dopo aver accumulato tanta esperienza sul desiderio della donna, dice qualcosa di sorprendente. In una sua nota fatta ad un’analista donna, Marie Bonaparte – una grande figura della storia della psicoanalisi, – egli in modo un po’ umoristico, afferma: “la sola domanda senza risposta, a cui io stesso non sono riuscito a rispondere, è: “che cosa vuole la donna?” . Se si partisse da qui, si direbbe “ecco, la psicoanalisi non ha risposto alla domanda: “che cosa vuole la donna?”” La mia ipotesi è che, appunto, la forza della posizione freudiana sulla donna consiste nel non sapere in anticipo quel che lei vuole – cosa che fanno invece tutti i discorsi ideologici, siano essi misogini oppure, al contrario, sostenuti da buoni sentimenti. La forza della psicoanalisi – e allo stesso tempo il suo limite riconosciuto – è di prendere la donna come soggetto. Dico spesso che la psicoanalisi non fugge di fronte all’enigma della donna. Forse si può capire che cosa desidera la donna, ma c’è come un punto oscuro. Lo si vede bene nelle analisi: nel soggetto “donna” c’è qualcosa come una mancanza, un punto oscuro che esige di essere riconosciuto. Per questa ragione tenderei a mettere l’accento sul lato “aporetico” – come lo chiamerebbero i filosofi – vale a dire quell’aspetto di fortissima contraddizione che organizza una perplessità singolare sulla donna. Ma si può porre la domanda di Freud in maniera positiva, prendendo le mosse da quel punto oscuro, per riconoscere il diritto – insisto su questo punto – alla specificità del desiderio della donna. Ma Freud ha compiuto un passo decisivo quando si è interrogato sul diventar donna, vale a dire sulle condizioni che una donna doveva riempire per diventare se stessa, aldilà del caso particolare dell’isterica.

http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=159

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