Ti odio papà Lacan (1994)

di Elena Guicciardi, repubblica.it, 10 settembre 1994

Si ignorava finora l’esistenza di Sybille, una delle figlie legittime di Jacques Lacan, da lui abbandonata fin dalla nascita. La si scoprirà attraverso un suo libro, che  uscirà a giorni da Gallimard sotto il titolo Un  père. Puzzle. Non è un ritratto del celebre  psicanalista. In questo senso non aggiunge nulla alla monumentale  biografia di Elisabeth Roudinesco o agli scritti esegetici di  Judith (altra figlia, ma illegittima, di Lacan) e di suo marito  Jean-Alain Miller (sic), i quali gestiscono ora la scuola lacaniana. Non è neppure un’autobiografia, ma una storia d’amore e  odio, schizzata a rapidi tratti, in cui l’amore finirà per trionfare. Il sottotitolo Puzzle traduce il carattere  frammentario di questo testo, scritto senza un piano premeditato. Seguendo l’ordine misterioso in cui i ricordi riaffiorano nella  memoria. Perché l’autrice si è accinta a questo  lavoro? Per affermare la sua filiazione legittima? Per snobismo? No, risponde: “Il mio proposito era di far rinascere dalla mia memoria quanto di importante e di forte – tragico e comico – è avvenuto fra mio padre e me”. Quando la piccola Sybille nasce nel 1940, sua madre è separata dal marito dal quale ha già avuto una bambina e un maschietto, e Lacan vive con Sylvie Bataille (la moglie, non ancora divorziata, del suo amico, lo scrittore Georges Bataille) e l’ha messa incinta. “Sono il  frutto della disperazione, altri diranno del desiderio, ma io non ci credo”, nota Sybille. Comunque è il frutto dell’ultimo incontro fra marito e moglie, quando fra loro tutto era già finito. La prima immagine che Sybille conserva del padre risale al dopoguerra: quella di un uomo “gigantesco, avviluppato in un ampio mantello, che compare nell’inquadratura  della porta, come oppresso da un misteriosa fatica”. Questo padre, del tutto assente nella sua prima infanzia,  prenderà poi l’abitudine di venire a colazione in  famiglia il giovedì. Ma è la madre che assume sempre il duplice ruolo paterno e materno, che rappresenta per i  figli l’amore, la sicurezza, l’autorità. Il padre si accontenta di far loro degli splendidi regali per il compleanno. In tutto e per tutto Sybille ha trascorso due sole vacanze con Lacan, e in quell’occasione ha conosciuto la sorellastra Judith, di cui fino a diciassette anni ha ignorato l’esistenza. Di queste vacanze le rimane il ricordo allucinante del padre che balla con Judith “come fossero due innamorati”. Judith è bella, intelligente, sicura di sé. E Sybille ne è gelosa. Il suo rancore si accresce quando scopre nel Who’s who che Judith vi figura come figlia unica di Lacan. E più ancora quando è ammessa per la prima volta nello studio  dello psicanalista, dove troneggia sul camino una sola fotografia quella di Judith. Dal canto suo Judith snobba la sorellastra: quando si incroceranno nei corridoi della Sorbona, finge di non conoscerla. Alla fine dell’adolescenza, Sybille comincia a  soffrire di un male misterioso: l’incubo del suicidio, esaurimento profondo, incapacità totale di concentrarsi, di provare desiderio o piacere. Il padre le suggerisce allora di staccarsi un poco dalla madre, e così lei, che studia lingue orientali, andrà per un anno a Mosca col proposito di perfezionare il russo. Ma questo soggiorno all’estero non risolve nulla. Al ritorno Sybille è ancora più  prostrata e si decide ad intraprendere una terapia analitica, che sarà lunghissima. Fino a trent’anni sarà incapace  di lavorare. Le circostanze della sua nascita e il rapporto ambiguo col padre sono all’origine del suo male. “Ho odiato mio padre per parecchi anni, dice, ma questo risentimento è emerso relativamente tardi nella mia analisi. Mi è occorso molto tempo per ribellarmi, per designar mio padre come responsabile del nostro disastro familiare e del mio collasso personale. Lui viveva la sua vita, e la nostra era un semplice incidente nel suo itinerario. A modo suo però ci amava”. Questo padre “intermittente” invita talvolta la figlia in qualche  ristorante chic e le propone piatti prelibati: ostriche, aragoste, tartufi. Può dimostrare una munificenza da gran signore, ma per natura è tirchio. Alla famiglia concede una magra pensione alimentare che “si dimentica” regolarmente di  adeguare all’aumento del costo della vita. E la moglie è troppo discreta per ricordarglielo. Divenuta adulta, Sybille si  rifiuta di “mendicare” dei sussidi dal padre. Tuttavia un giorno, non potendo sopportare la spesa di un’operazione chirurgica, si decide a chiedergli aiuto. Deve passare attraverso la segretaria  per avere un appuntamento. Il padre la riceve nel suo studio di analista e, udita la sua richiesta, risponde seccamente “no”.  Quindi, senza chiederle informazioni sulla sua salute, l’accompagna alla porta ripetendo solo “no”. Lei giura allora di  non rivederlo più. E infatti lo rivedrà, circa due anni dopo, soltanto sul letto di morte. La segretaria, al servizio dell'”altra” cioè di Judith, non si è preoccupata di informarla della sua fine imminente. Il funerale sarà un evento sinistro. Molti anni dopo, Sybille ritorna nel piccolo cimitero di Guitrancourt dove Lacan è sepolto. Fa freddo. Lei posa la mano sulla pietra tombale gelida e, d’un  tratto, questo contatto le produce una specie di effetto magico. Si sente finalmente vicina a quel fantomatico padre. Mormora: “Caro papà, ti amo. Tu sei mio padre e lo sai”. E’ convinta che egli possa ascoltare la sua voce. Il libro si chiude con il racconto di un sogno: “Ho sognato che mio padre guariva –  non era morto – e che ci amavamo. Era una storia unicamente fra noi due, una storia d’amore, di passione”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/09/10/ti-odio-papa-lacan.html

 

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