Un padre chiamato Lacan, le intermittenze dell’odio –

di Giuliano Gramigna, corriere.it, 2 dicembre 1994

È difficile avere un padre, quando si chiami Jacques Lacan, uno dei maggiori psicoanalisti dopo Freud: sarà la prima frettolosa conclusione ricavata dalla lettura del libretto Un père, scritto da Sibylle Lacan e pubblicato da Digraphe in Francia. Ma a una più meditata considerazione di quello che vi si racconta a spizzichi, a flash, si dovrà forse fare un’aggiunta: che è altrettanto difficile essere padre per chi si chiami Jacques Lacan. Sibylle è la terza figlia (dopo Caroline e Thibaut) nata dal primo matrimonio di Lacan con Marie Louise Blondin. I due si sposarono nel 1934 ma già nel 1940, anno di nascita di Sibylle, marito e moglie non vivevano più insieme: “Un incontro in campagna, fra due coniugi ormai separati, quando tutto era già finito, è all’origine della mia nascita” scrive Sibylle. “Io sono il frutto della disperazione. Altri diranno: del desiderio; ma io non credo…”. Si può capire quale problema supplementare abbia inserito questa filiazione, ambigua e imprevista, sul dramma di fondo dell’ assenza paterna. Ma il dottore Lacan non è né il dottor Mabuse né il dottor No. Anche quando si fece un’altra famiglia con Sylvie Bataille (già moglie dello scrittore Georges Bataille) ed ebbe ancora una figlia, Judith, egli non smise di amare Sibylle e gli altri, sia pure “alla sua maniera”: “C’était un père intermittent, en pointillé”, un padre intermittente, in filigrana: come quando si disegnava improvvisamente nel vano di una porta, figura imponente e un poco estranea, ingrandita dal cappotto o dalla pelliccia. Una frase di Sibylle condensa bene lo status di questo padre presente e assente, che ogni giovedì aveva l’abitudine di pranzare in casa dell’ ex moglie, che agli anniversari non mancava mai di mandare regali sontuosi: era come se, ogni volta, “sbarcasse dal nulla”. S’intende che Lacan era fin troppo familiarizzato con le lacerazioni interpersonali, per non capire i guasti causati dalla sua “intermittenza” di figura parentale; ma vi reagiva con esprit de Lacan. Mentre qualcuno osservava a Sibylle: “Così, questo e’ vostro padre…”, lui chioso’ con un sospiro: “Oh, padre così poco…”. Questo dossier d’accusa (o forse di difesa) ha il carattere di un puzzle. Non segue un discorso filato, magari polemico; nasce da un accumulo di foglietti, appunti messi insieme secondo umore e ricordo. “Questo libro non è un romanzo o una (auto)biografia romanzata. Il mio scopo era altro: far riemergere dalla memoria tutto ciò che di importante, di forte – tragico o comico – avvenne fra mio padre e me…”. Uno di tali foglietti comincia: “Ho odiato mio padre per parecchi anni…”. Nessuno ha la possibilità di giudicare i fondamenti di quest’odio, la sua lenta elaborazione nel tempo. Era stata inferta una ferita originaria, l’abbandono, non certo risarcita dai pranzi settimanali, dai doni; era stato sottratto un elemento essenziale della maturazione, dell’equilibrio di Sibylle. Nel gioco delle presenze e delle assenze, aveva portato un di più di tracollo la nascita della figlia del secondo matrimonio di Lacan, Judith, la bella, l’intelligente, la perfetta Judith, involontario ma continuo paragone. Quando Sibylle scopre nello studio del padre la sola fotografia di Judith, è un colpo: “Ai suoi pazienti, a noi, a me per vent’anni mio padre è sembrato voler dire con quel ritratto: “Ecco mia figlia, ecco la mia figlia unica, ecco la mia figlia prediletta”. Sibylle Lacan tocca tutta questa materia distruttiva con una discrezione, perfino con un distacco né finto né ostentato, che assegnano al libretto un valore non appena di testimonianza ma di verità interna. Certo Sibylle non risparmia questo padre grandiosamente fuori misura eppure inesistente; che può per un attimo prendere le penne del padre poule, del padre chioccia, che raccomanda ansiosamente alla figlia di star bene attenta rientrando a casa nella notte, e di telefonargli non appena al sicuro. Per poi rispondere, poco dopo, alla telefonata con tono meravigliato e un po’ infastidito: “Ma chi è? Che cosa è successo?”. “Dovetti ricordargli tutte le sue preoccupazioni, ormai svanite…”.
Di un’altra faccia del pianeta Lacan, si occupa il libro uscito ora in Italia, presso Cortina, di Louis Althusser, Sulla psicoanalisi. Freud e Lacan, a cura di Olivier Corpet e Franois Matheron. Testimonia l’incontro fra due protagonisti della cultura europea del secolo, il filosofo legato poi a un destino di follia e di delitto, e lo psicoanalista capace di riprendere, con vera novità, la lezione di Freud. Il volume raccoglie una serie di scritti sulla psicoanalisi (come il ben noto Freud e Lacan, 1964), lettere, note, articoli e un carteggio con Lacan. Frammenti, se si vuole, di un’opera non compiuta – e forse mai pensata come possibile; ma che testimoniano l’interesse, anche in corpore suo, di Louis Althusser verso la psicoanalisi. Il primo incontro fra i due avvenne la sera del 3 dicembre 1963. Curiosamente, Althusser scriveva a un’amica, di avere trovato un uomo geniale ma “distrutto dai suoi nemici, a pezzi… e con il torto di vivere rinchiuso in un mondo assolutamente artificiale, il mondo della medicina…”. Curiosamente, dico: almeno gli ultimi dieci anni del lavoro teorico di Lacan furono spesi per fuoruscire, nonché dalla medicina, dalla psicoanalisi stessa come la si conosceva. Uscirne verso dove, è questione ancora aperta.

http://archiviostorico.corriere.it/1994/dicembre/02/padre_chiamato_Lacan_intermittenze_dell_co_0_9412029739.shtml

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