Introduzione a Freud – Intervista a Giovanni Jervis (1996)

di Redazione, EMSF RAI, 7 marzo 1996

Professor Giovanni Jervis, cominciamo questa analisi della figura di Sigmund Freud descrivendo il contesto storico-culturale che influisce sulla sua opera.
La questione del contesto è di importanza centrale proprio perché Freud si pone come punto di convergenza di una serie di temi, che sono centrali della cultura dell’Ottocento e, al tempo stesso, come punto di snodo e di svolta. In primo luogo, è opportuno parlare del tema più importante, cioè la crisi della concezione classica dell’individuo. Freud viene in questo senso avvicinato giustamente, come pensatore, come fondatore di una corrente ideologica, ad altri pensatori: i più importanti che vengono in mente, da questo punto di vista, sono Nietzsche, Marx e Darwin. Essi costituiscono quella che Paul Ricoeur ha chiamato la «scuola del sospetto». Che cos’è il sospetto? È il dubbio sistematico sulla autolegittimazione della coscienza. Il precursore ideologico più palese di Freud è Nietzsche, anche se Freud affermava di non aver letto le sue opere; forse però non era vero. Infatti molto chiaramente in Nietzsche – e prima Francis Bacon, in Hume e in Schopenhauer, che Freud aveva letto -, c’è una concezione della crisi dell’individuo, della «crisi dell’io». L’io -dice già Nietzsche- non è qualcosa che è dato, ma è qualcosa che è fatto: anzi l’uomo si gioca nel suo io. C’è qualche cosa dall’interno che lo domina e determina il suo io, o meglio determina il suo io come illusione di essere individuo intero, autolegittimato e autodeterminato.
Questo era un punto centrale per Freud, anche se non basta a definire l’intera prospettiva della sua riflessione; ci sono quindi altri elementi ideologici che contribuiscono a delinearla. Uno è certamente dato dall’influenza del darwinismo. Darwin oggi è una figura largamente rivalutata nella scienza moderna, proprio per l’influenza che ha avuto su tutto il corso della psicologia del Novecento e anche sulla biologia. Con Darwin comincia una critica sistematica alla concezione idealistica dell’individuo e comincia anche la demolizione del modo ingenuo di concepire la coscienza. Darwin afferma esplicitamente che le differenze fra l’uomo e gli animali sono sì differenze qualitative, ma anche che si determinano in processo evolutivo, in cui non c’è niente di sostanzialmente nuovo che venga immesso dall’esterno. In sostanza l’uomo è animale o figlio di animale e Freud ha chiara in mente questa definizione. Il materialismo e il positivismo di Freud risentono indirettamente, ma in modo molto evidente, della crisi della concezione dell’individuo generata dal darwinismo. In questo senso Freud si pone sulla strada aperta dalle teorie darwiniane.
Bisogna anche evidenziare il fatto che la cultura di Freud e la nascita della psicoanalisi si situano nel contesto ideologico-culturale della cultura centro-europea, in particolare viennese, fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento. Ci si può chiedere se la psicoanalisi avrebbe potuto nascere altrove?
Ci si potrebbe interrogare all’infinito su questa questione. La risposta più plausibile mi sembra essere: «probabilmente no». La cultura mitteleuropea, viennese è di estremo interesse, sia per la qualità dei suoi prodotti – basti pensare a Hofmannsthal, a Musil, all’Espressionismo, a Klimt -, sia anche per la sua ideologia, che è al tempo stesso di crisi e di esaltazione di certi aspetti dell’individuo, che non sono certamente aspetti classici, ma sono piuttosto aspetti legati, indirettamente, alla tradizione romantica. Occorre ricordare anche l’interesse notevole della centro-europea, negli ultimi decenni del secolo, per la problematica del corpo e della sessualità. Freud in questo senso è stato un precursore, se non altro perché ha introdotto e in qualche modo fatto accettare l’idea di una sessualità infantile. La sua rivalutazione della sessualità – che è strettamente legata a una concezione materialistica dell’individuo ed è il sigillo del «materialismo biologico» di Freud – è coerente con un grande interesse della cultura, non specialistica, dell’epoca per i temi della sessualità, basti pensare a Schnitzler. È coerente inoltre con una serie di ricerche – di Kraft-Ebing e altri – sulle radici della sessualità umana e sull’importanza, sul piano psichico, della vita sessuale nel costituirsi dei rapporti sociali. Freud è fondamentalmente un razionalista. La sua riflessione è caratterizzata da una forma di scientismo, di positivismo, dalla fiducia nella scienza; questa comunque interpreta la scienza in una maniera abbastanza particolare e originale. Certamente ci sono in Freud anche delle influenze romantiche, soprattutto in quanto egli rivaluta, sia pure con delle ambivalenze e con molte cautele, i diritti del corpo, i diritti degli istinti. Sia ben chiaro, in ogni caso, che per Freud gli istinti devono essere subordinati alla ragione. Al tempo stesso, è altrettanto chiaro – si potrebbe dire che sia il contenuto centrale dell’insegnamento freudiano – che la ragione non è libera rispetto ad una continua influenza segreta, sotterranea, pervasiva, da parte degli istinti stessi.
Soffermiamoci sul corpus freudiano in generale: come ci si presenta complessivamente?
Il tema e il problema del significato delle opere di Freud, è di estremo interesse ed è anche molto complesso. Se noi esaminiamo il corpus delle opere freudiane, notiamo che esso è raccolto, generalmente, in una diecina di volumi, in cui ci sono le sue opere di interesse psicoanalitico. Vengono lasciate fuori alcune opere giovanili, che non sono direttamente rilevanti riguardo alla psicanalisi. Freud ha scritto delle opere importanti, a cominciare dal 1895, fino all’epoca della morte, fino al 1937-1938; si tratta di una serie di scritti, di lavori, che spaziano in un arco di anni piuttosto vasto. C’è subito da dire una cosa: l’opus freudiano ufficiale non comprende l’epistolario, perché semplicemente non è abitudine unirlo agli altri scritti. Gli epistolari, che sono però di estremo interesse, sono stati pubblicati soltanto di recente. Ci sono altri scritti di Freud, in particolare alcune lettere, che ancora non sono state rese pubbliche da quelli che ne sono gli eredi e che sono conservate negli Stati Uniti. Questo fra l’altro provoca molte polemiche. Gli epistolari – ad esempio la corrispondenza con Jung o con Fries – sono importanti in quanto possiamo cogliere il formarsi delle idee freudiane e il nascere della psicoanalisi stessa. Altre parti degli epistolari sono di interesse più specialistico, più marginale, tra cui l’epistolario tra Freud e Ferenczi, di cui è stata cominciata recentemente la pubblicazione. Gli scritti di Freud sono eterogenei: tra essi troviamo degli scritti sistematici, lavori occasionali, a carattere didattico e altri scritti che non ebbe voglia né tempo di rileggere e che quindi furono pubblicati in forma di abbozzi. Il livello di lavorazione è quindi molto vario. In più c’è da osservare che attraverso questi scritti registriamo un’evoluzione nel pensiero di Freud, ma anche una ramificazione, nel senso che alcuni temi chiaramente si modificano, ad esempio la concezione della mente la struttura della mente, quella che si chiama la «metapsicologia». Altri temi si aggiungono nel corso del tempo nel quadro della ricerca di Freud; egli si è occupato di temi di estremo interesse a carattere antropologico, filosofico e sociale, soprattutto negli ultimi due decenni della sua vita. Queste diramazioni del suo pensiero, a carattere non strettamente clinico, non soltanto ci aiutano a capire il suo pensiero più in generale, ma ci danno un quadro più chiaro dei suoi orientamenti. Freud modifica le sue idee; c’è da dire che a volte anche negli scritti tardi si trovano idee nuove che convivono con altre già consolidate o addirittura «vecchie» e superate. Ci sono degli spunti da cui si può dedurre che Freud si orienta sempre di più verso concezioni psicologiche, svincolate da considerazioni di natura scientifica, biologica e neurologica. Per altri versi, ci sono anche, negli ultimi scritti, dei riferimenti alla natura biologica dell’uomo e a certi aspetti che Freud riteneva fossero importanti del rapporto fra cervello e funzioni psichiche. Ci sono negli ultimi scritti degli aspetti di superamento delle concezioni apparentemente più ingenue della psicoanalisi come scienza esatta, ma, al tempo stesso, ci sono delle tesi che rientrano in questa generale concezione; in uno degli ultimi scritti Freud dice infatti: «La psicoanalisi è una scienza come la chimica o la fisica», cosa che oggi riteniamo un po’ assurda, ma che già a quell’epoca in fondo si poteva ritenere discutibile.
Nell’ambito del linguaggio, che tipo di scrittura e di terminologia usa Freud nelle sue opere?
La questione più interessante degli scritti di Freud è proprio relativa alla peculiarità della sua scrittura. Egli ci ha lasciato delle opere, degli scritti, che nell’insieme sono un po’ come una testo sacro, nel senso ne è stato fatto, all’interno del movimento psicoanalitico, un uso «sacramentale». Il movimento psicanalitico si articola anche in un insieme di scuole e di organizzazioni, a carattere essenzialmente privato. Qui la parola del fondatore è in qualche modo il testo-base, con un la tendenza talvolta a scivolare nel mito della parola ispirata, per cui questa non va messa mai in discussione. In realtà poi ci sono molte cose che evidentemente, sulla stessa base dell’idea di Freud, si sono evolute, anche all’interno del movimento psicoanalitico. C’è però un po’ di disagio a considerare, che su alcuni argomenti, le sue teorie potevano essere errate e non condivisibili; gli psicoanalisti fino a pochi anni fa lo ammettevano a malavoglia. L’aspetto principale dello «stile» di Freud consiste nel fatto che i suoi scritti sono molto seducenti, molto interessanti e catturano facilmente l’interesse del lettore. Il suo stile espositivo non è dimostrativo, non ha un carattere scientifico. È uno stile molto catturante, delineato dalla retorica, dal tentativo di convincere, di persuadere. Questa è una ricchezza e in un certo senso anche una debolezza, perché, se ad una prima lettura molti scritti di Freud sono facili da capire, a una lettura più attenta invece ci si rende conto che molti termini da lui coniati non sono rigorosi. Ci sono molte contraddizioni, e addirittura, si può dire apertamente, alcuni ragionamenti sono speciosi. Questo però non va considerato con troppa severità. Certamente il valore degli scritti di Freud è molto diseguale; ce ne sono alcuni molto interessanti e non sono sempre quelli più approfonditi e limati da un punto di vista teorico. Altri sono invece più limati, ma sono più piani. Freud, nel discutere dell’«inconscio», quindi di nozioni complesse, si avvale del linguaggio di tutti i giorni.
Nel suo linguaggio freudiano l’uso di termini tecnici è veramente molto limitato. Questo non sempre è stato colto con chiarezza. In particolare la traduzione dei testi di Freud dal tedesco all’inglese ha tecnicizzato fortemente il suo linguaggio; egli invece usava dei termini di uso quotidiano, intuitivi, o spesso in modo metaforico. Per esempio quando Freud utilizza i concetti di «investimento libidico» – la libido è una energia istintuale, che va verso l’oggetto – l’«investimento» è indicato con termini generici e approssimativi. Questo termine, fra l’altro, è una traduzione discutibile, perché Freud utilizza il termine «presentium», «occupazione», come «occupazione militare»: è un modo per farsi capire più facilmente. Qui sta anche un po’ la trappola degli scritti di Freud; egli gioca un po’ fra il «non spiegare», in modo tale da farsi capire con una modalità di tipo immaginativo-metaforico, e una spiegazione in cui questi concetti immaginativo-metaforici si riferiscono invece a cose reali e concrete. La prima cosa da dire è che per lui non c’è molta differenza, in quanto lui stesso gioca un po’ su questa ambiguità. La sua stessa concezione di ciò che è reale, è una concezione in cui il descrittivo, il metaforico, l’immaginoso e il designativo si fondono, ma non sempre con chiarezza. Non si sa sempre leggendo alcuni scritti freudiani a quale ambito ci si riferisca. Vari studiosi moderni hanno sostenuto che Freud non distingueva chiaramente fra realtà e ipotesi e fra ipotesi e metafora: proprio questo rende molto affascinante il suo modo di esporre. È come se lui volesse dimostrare delle cose, ma che sono al di là di ciò che lui dice.
Può parlarci dell’evoluzione del pensiero freudiano ripercorrendo alcune tappe centrali?
Cominciamo dalle opere freudiane, scritte prima del Novecento e che gettarono le basi della psicoanalisi. Possiamo distinguere non soltanto all’interno della produzione freudiana, ma anche tra gli eventi della vita di Freud, che poi sono strettamente legati alla sua produzione intellettuale. Possiamo, nella maniera più semplice e più schematica, distinguere quest’arco di tempo, di vita, in decenni; abbiamo così il periodo che va fino al 1900, i decenni 1900-1910 e 1910-1920, e così via, fino alla fine degli anni Trenta (Freud muore nel ’39). Prima della fine dell’Ottocento noi abbiamo sia una serie di scritti in cui prende forma l’idea psicanalitica, sia l’opera che resta forse la principale di Freud, cioè L’interpretazione dei sogni, che viene pubblicata esattamente nel 1900. Occorre ricordare l’amicizia tra Freud e Breuer, un medico amico di Freud, più vecchio di quattordici anni. Con Breuer prende forma la prima opera di interesse psicoanalitico, Studi sull’isteria, che è del 1892-95.
La formazione di Freud è essenzialmente medica: neurologica e psichiatrica. Possiamo vedere l’evoluzione di una carriera che parte dalle ricerche neurologiche di laboratorio e giunge fino ad interessi più strettamente clinici, cioè propriamente curativi. Emergono così le questioni della definizione dell’isteria, della sua possibile cura, del funzionamento dell’ipnosi; la formulazione di una teoria del trauma psichico come causa dell’ipnosi; la formulazione della teoria secondo cui un trauma dimenticato e rimosso è la causa dei disturbi isterici. L’idea che l’eventuale guarigione da disturbi isterici passi attraverso un meccanismo di «abreazione», implica il far ritornare attivo il ricordo del trauma. La nascita della psicoanalisi ha come base proprio questo studio sull’isteria. In conseguenza di questo studio si apre un discorso intorno all’inconscio, a quali sono le forze che agiscono in esso, da un punto di vista clinico, psicologico e, in qualche modo, anche neurologico.
Qual è stato il contributo di Freud alla definizione di «inconscio»?
C’è da dire, in primo luogo, che Freud non scoprì l’inconscio; di «inconscio» infatti si discuteva molto già alla fine del secolo e al fondo di questa nozione c’è tutta una serie di antecedenti filosofici. Il merito di Freud consiste nell’aver introdotto il concetto di «inconscio» all’interno della psicologia. Si deve sottolineare come la psicologia, negli ultimi decenni dell’Ottocento, fosse essenzialmente una «psicologia della coscienza», una «psicologia dell’introspezione» ovvero si fondava sull’analisi dei contenuti coscienziali. La psicologia nel nostro secolo ha invece trasformato la sua fisionomia ed è diventata una analisi delle strutture del comportamento e, negli ultimi decenni, dei rapporti fra comportamento e soggettività, tra comportamento e struttura cognitiva. Freud quindi si rifà evidentemente alla psicologia della sua epoca – alla «psicologia della coscienza» -, però in qualche modo apre una prospettiva sull’inconscio e propone una psicologia che va al di là della coscienza stessa: per questo la chiama «metapsicologia». Egli ipotizza alcune strutture e forze dell’inconscio; il punto centrale non è però tanto che esiste una forza dell’inconscio, quanto che l’inconscio influisce sulla coscienza. C’è da dire che Freud in fondo – e in questo senso è un «cartesiano» – non si chiede mai cosa sia la coscienza e dà quindi per scontata la sua definizione: da ciò forse deriva la differenza più netta fra Freud e la psicologia di oggi. Oggi ci si chiede che cos’è la coscienza, mentre quest’ultimo parte dalla coscienza, per esaminare l’inconscio, così come parte dall’adulto, per esaminare il bambino. In qualche maniera, attraverso questo viaggio teoretico nell’inconscio, assesta un colpo alle idee tradizionali sulla coscienza.
Nel primo decennio del nostro secolo, si assiste all’assestamento della teoria psicoanalitica. È uscita L’interpretazione dei sogni, abbiamo altri casi clinici; abbiamo soprattutto la formulazione delle idee psicoanalitiche sulla natura sessuale dell’inconscio, cioè sul rapporto fra l’inconscio e sessualità, sulla sessualità infantile, sul fatto che esistono delle fasi dello sviluppo psicosessuale nel bambino, sulla presenza pervasiva dell’inconscio e sui suoi effetti, in alcuni casi, devastanti, sulla vita quotidiana. Viene formulata, come uno dei principi perenni della psicoanalisi che più hanno avuto influenza nella cultura del Novecento, l’idea che non esiste una distinzione netta tra normalità e patologia. Esiste una patologia della vita quotidiana – come dice il famoso testo di Freud, Psicopatologia della vita quotidiana- in cui esistono degli aspetti di piccolo deragliamento della ragione e della coscienza, dovuti al fatto che la coscienza è continuamente sollecitata da fattori inconsci, che hanno a che fare con la sfera della sessualità. Si ha perciò in qualche modo già il formarsi di una coscienza «analitica»; in questi anni si delinea anche il primo nucleo di allievi di Freud, tra cui Jung. Nel secondo decennio del secolo si ha il rafforzarsi della psicoanalisi, poi si ha la Grande Guerra; intorno a quest’epoca si forma il nucleo dei principali coallievi diretti di Freud.
Professor Jervis, possiamo prendere in esame all’interno della produzione intellettuale freudiana il decennio della guerra e del dopoguerra, il quale è caratterizzato dallo sviluppo della vera e propria tecnica psicoanalitica?
Gli scritti più importanti sulla tecnica psicoanalitica sono proprio di questo periodo, cioè dell’inizio del secondo decennio. C’è la formulazione del concetto di «transfert» e di «controtransfert», ci sono le prescrizioni che Freud dà ai suoi allievi su come condurre la psicoanalisi. Si tratta di uno dei grandi lasciti del pensiero freudiano alla terapia clinica del nostro secolo. Come tutti sappiamo, il pensiero freudiano ha dato dei contributi e dei lasciti differenziati; c’è il movimento psicoanalitico, che è un insieme di associazioni private e di fedeltà freudiana, il quale fino a pochi anni fa si è sviluppato in modo largamente indipendente sia dagli studi della psicologia, sia delle accademie universitarie. C’è l’influenza di Freud sulla cultura – che forse è l’elemento più importante -, sulla concezione che l’uomo occidentale ha di se stesso (se oggi parliamo di Freud, lo facciamo essenzialmente per questo motivo). C’è l’influenza di Freud sulla clinica moderna, sul suo modo di trattare i pazienti, sul modo di concepire le nevrosi.
Ci sono alcuni punti principali, che riguardano proprio la struttura del rapporto fra terapeuta e paziente, o per meglio dire più in generale fra chi si pone nel ruolo di porgere aiuto e chi si pone nel ruolo di chiedere aiuto. Qui le considerazioni di Freud hanno un’attualità e un valore che non riscontriamo invece in altri aspetti del pensiero freudiano riguardante la clinica e la terapia. Freud ci mette in guardia, in qualche modo, sulla complessità di questo rapporto da un punto di vista psicologico.
Egli ci dice che il paziente, o qualsiasi persona che chieda aiuto per motivi personali a qualcun altro, si colloca in un mondo di aspettative, di fantasie rispetto all’altro, che è di grande importanza per il suo stato psichico e che può essere anche molto rilevante per la sua guarigione finale: questo è, in sostanza, il processo del transfert. Il soggetto sofferente proietta nel medico, in colui che deve aiutarlo, un’attesa salvifica e lo investe in qualche modo della caratteristica, «magica», dell’onnipotenza: proietta i propri affetti su una figura idealizzata, di tipo genitoriale. La cosa più interessante è che Freud si rende conto di un problema -, che poi verrà riproposto in termini diversi in uno degli ultimi suoi scritti, Analisi terminabile e analisi interminabile -, relativo al fatto che anche chi porge aiuto ha le sue problematiche inconsce. Chi porge aiuto, il medico psichiatra o psicoanalista, si pone verso il suo paziente con una serie di aspettative e vede se stesso in una certa ottica. Per esempio, anche il medico può avere tendenza a ritenersi più potente di quanto non sia; può darsi che egli accolga una certa attribuzione idealizzante oppure può avere sentimenti di insicurezza, perché sa che i suoi strumenti terapeutici sono meno efficaci di quanto il paziente non pensi. Tutto questo determina una serie di problemi psicologici che sono particolarmente importanti. Freud si rende conto del problema del «controtransfert», cioè delle tematiche psicologiche, risolte o irrisolte dal terapeuta, anche se questo verrà analizzato in tutta la sua importanza soltanto a partire dagli anni Cinquanta, cioè molto tempo dopo la sua morte.
Quando vengono formulati i concetti dell’Io e dell’Es?
Una prima formulazione dei concetti dell’Io e dell’Es avviene nell’opera Al di là del principio di piacere (1920), in cui viene introdotto il concetto, molto discusso, di «pulsioni innate» ed emerge il tema del masochismo primario verso l’autodistruzione. Poi nell’opera L’Io e l’Es – siamo all’inizio degli anni Venti, precisamente nel 1922 – Freud opera una revisione proponendo una riformulazione del rapporto fra coscienza e inconscio in termini certamente più maturi e più interessanti. Prima la distinzione era essenzialmente giocata sulla formula inconscio, preconscio, conscio. Ne L’Io e l’Es, Freud propone invece una distinzione diversa. Esiste un Es, che è la parte primordiale della psiche, legata al corpo, agli istinti, alla sessualità, a fantasie di distruttività primitive, che in parte è inconoscibile e in parte può essere conosciuta direttamente: in sostanza si tratta di una concezione profonda dell’inconscio. Accanto all’Es esiste un Io. Che cos’è l’Io? L’ Io in Freud è una «struttura». Le parti che compongono la psiche, nella teoria freudiana, sono sostanzialmente oggetti, figure e non sono funzioni. Egli infatti non conosce il concetto moderno di «funzione psichica» (che nasce negli anni Trenta) e, più in generale, il concetto stesso di «funzione» gli è estraneo. Freud ne L’Io e l’Es utilizza un concetto di «Io» non fenomenologico, che quindi non riguarda la soggettività. In questo sta una caratteristica generale dell’impostazione degli scritti e dello stesso pensiero freudiano; la psiche non è qualcosa di soggettivo, non è legata all’esperienzialità o all’esistenzialità. Questi concetti non appartengono al sistema delle sue categorie, anche se sono più estranei alla sua teorizzazione che al modo in cui lui considera i casi clinici, che si riferiscono al sentire esistenziale dell’individuo. In Freud la psiche è un mondo oggettivo e si definisce in base ad un modello neurologico. L’Io, che è una struttura oggettiva della psiche, non è principalmente il centro dell’esperire, come era stato considerato con grande chiarezza prefenomenologica già da William James nell’Ottocento.
L’Io raccoglie le energie, gli stimoli e gli spunti che provengono dall’Es. e li filtra, li disciplina attraverso una serie di meccanismi di difesa e li restituisce alla coscienza dell’individuo in parte modificati. L’Io restituisce soprattutto l’operatività normale dell’individuo; è l’insieme delle strutture della mente, che permettono all’individuo di essere realistico in tutti i sensi, di rendersi conto sia di cosa richiede la realtà, sia di che cosa gli dice l’inconscio in modo tale da non esserne devastato. Se l’Io infatti non funziona -dice Freud- le forze dell’Es lo devastano. Questa è un’immagine che in fondo mantiene ancora oggi la sua efficacia. Il Super-io è invece un insieme di istanze morali rigide, derivate dalle vicende del complesso edipico; non è un’istanza realistica, ma, in qualche modo, l’istanza, per certi aspetti primitiva, della paura, che è legata per Freud all’immagine terrorizzante di un padre castrante: «Tu non devi giacere con tua madre», questo dice lo schema fondamentale del Super-io. L’istanza centrale della psiche è, in ultima analisi, l’Io. Questa è una sistematizzazione che, per quanto abbia un carattere metaforico, è di grande utilità anche nel linguaggio comune. Potremmo dire che buona parte del successo della psicoanalisi nella cultura dell’Occidente è data proprio da immagini e sistematizzazioni di questo tipo, che sono semplici, facilmente comprensibili e che si rifanno alle esperienze di tutti i giorni: ciò è però, al tempo stesso, il loro limite.
Parliamo degli ultimi anni di Freud, gli anni che vanno dal 1930 in poi. Quali riflessioni caratterizzano questi ultimi anni di vita?
Gli anni Venti e Trenta vedono il successo della psicoanalisi in ambito culturale; il suo successo è innanzitutto successo di proselitismo, perché si crea il Movimento psicoanalitico. In questo periodo si verifica la grande diaspora degli psicoanalisti ebrei, negli Stati Uniti; le idee di Freud entrano inoltre a far parte della cultura d’avanguardia, in parte della cultura artistica, della cultura letteraria, attraverso il surrealismo. Il dato interessante e importante è che le idee psicoanalitiche negli anni Venti e Trenta vengono recepite non soltanto all’interno dell’alta cultura in generale, ma soprattutto negli ambienti culturali anticonformisti. In quest’epoca le idee della psicoanalisi vengono associate molto spesso alle idee del marxismo, a idee anarchiche e in genere a tutte quelle prospettive ideologiche basate su principi libertari, anche nel campo dell’educazione dei bambini.
All’interno dell’evoluzione freudiana meritano di essere ricordati una serie di scritti importanti, che riguardano la concezione della società e l’analisi della nevrosi in rapporto alla civiltà. Freud dà una formulazione estremamente interessante e ancora, per certi lati, accettabile. Originariamente Freud riteneva che il trattamento psicoanalitico dovesse mirare essenzialmente a portare alla coscienza il «rimosso» e che da ciò derivasse la guarigione del paziente. Egli in seguito si rende conto che i pazienti non guariscono tanto facilmente e che il trattamento psicoanalitico deve mirare ad altre cose, cioè sostanzialmente a una ristrutturazione delle difese dell’Io, a una modifica di certi aspetti della personalità.
All’origine di questo cambiamento nella concezione delle modalità e della finalità della psicoanalisi, ci sono diversi fattori, tra cui, probabilmente, i contrasti con molti dei suoi allievi. Nel 1911 avviene la rottura con Adler, seguita nel 1913 dalla rottura con Jung, e poi da quella con Otto Rank ed altri. C’è anche un ripensamento sulla saggezza dello psicoanalista; in Analisi terminabile e analisi interminabile Freud afferma che lo psicoanalista non deve essere considerato un «dispensatore di saggezza». In qualche modo dovrebbe scendere dal piedistallo su cui facilmente viene messo e su cui qualche volta si adagia, perché spesso «non è portatore di maggior salute mentale dei suoi stessi pazienti». Freud per certi lati è un intollerante e un dogmatico, ma al tempo stesso fu una persona così profondamente onesta con se stesso, da costringersi a delle continue autocritiche, per lo meno parziali.
Sulla sua dimensione interiore e sul suo atteggiamento incidono la vicenda del nazismo e anche una condizione personale, più o meno pesante, cioè il fatto che per molti anni ha sofferto a causa di un cancro della bocca, che poi lo ha portato alla morte. Ricordo che Freud è morto per eutanasia nel ’39; è stato il suo medico a iniettargli, seguendo sue precise istruzioni, una dose eccessiva di morfina.
Non dimentichiamo che Freud negli ultimi anni dell’Ottocento faceva uso di cocaina, con grossi rischi, forse anche con qualche conseguenza sulle sue condizioni. Fondamentalmente però Freud, anche in questi ultimi anni, in cui ci sono queste revisioni, perplessità e amarezze, si conferma essenzialmente, dal punto di vista della personalità, come il tipico grande intellettuale dell’Ottocento.
Mi sembra importante prendere in considerazione l’«eredità freudiana».
Dal punto di vista degli studi più autorevoli su Freud si può individuare un mutamento avvenuto essenzialmente a partire dagli anni Settanta. Fino a tre decenni fa, c’erano, da un lato, gli eredi dei figli di Freud, che scrivevano di psicoanalisi, con delle diramazioni più o meno eretiche, dall’altro lato psicologi e clinici influenzati dalla psicoanalisi, come quella sviluppatasi negli Stati Uniti, che non si occupavano di Freud. In sostanza chi si occupava di Freud erano i suoi allievi, gli allievi di allora. Su questo giocava anche un po’ una sorta di interdizione, una sorta di intimidazione. In fondo non tanto Freud, quanto i suoi allievi teorizzavano che per parlare in modo equilibrato di psicoanalisi, bisognasse essere stati psicoanalizzati, perché, altrimenti, si avevano dei complessi. La cosa importante che succede è che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a prodursi una serie di scritti biografici su Freud e una serie di scritti teorici sulla psicoanalisi, sui fondamenti della psicoanalisi, che non sono opera di psicoanalisti, ma sono opera di studiosi che operano in campi diversi. Posso citare un paio di titoli: nel ’70 esce un grosso volume di uno studioso canadese, Ellenberger, che racconta la storia, la nascita della psicologia, dalla fine del Settecento fino a Freud e oltre. Per la prima volta, questi viene collocato in un contesto di ricerche, a volte non solo essenzialmente cliniche. Questo libro, che è molto amato in Italia, comporta una certa revisione e il tentativo di inserire Freud in alcuni versanti del pensiero dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Questo comporta in parte anche una sorta di demitizzazione della sua figura, anche se non è uno scritto ostile in alcun modo.
Un secondo scritto importante, molto noto, compare alla fine degli anni Settanta, ed è il libro di Frank Sulloway, Freud biologo della psiche. È uno studio biografico importante, in cui Sulloway sostiene che Freud rimane fino all’ultimo ancorato a una visione essenzialmente biologistica della conoscenza e della natura umana. Sulloway accentua la critica nei confronti del cosiddetto «mito di Freud», e ne parla in maniera più aperta. Tuttora si sente dire, soprattutto da parte degli autori francesi, che sono più legati in questo senso alla tradizione del freudismo, che Freud fu incompreso. Non è del tutto vero. Il fatto che Freud ricevette un unico riconoscimento, il Premio Goethe nel 1930, è indicativo, ma si deve ricordare che questo non ha poco valore e non è un premio letterario, come molti pensano, e che gli fu assegnato per l’importanza dei suoi metodi scientifici. Oltre a questi libri di larga diffusione, c’è una serie di ricerche specialistiche, come gli studi di Mahoney sul linguaggio freudiano, sulla terminologia freudiana, che hanno praticamente cambiato il modo di considerare Freud. Nell’incremento degli studi che lo riguardano, negli ultimi decenni e in particolare a partire dagli anni Ottanta, si sono anche moltiplicati gli studi critici e demolitivi. In parte è interessante osservare come alcune analisi che demoliscono determinati aspetti del pensiero freudiano siano nate anche dall’interno della psicoanalisi stessa, soprattutto dall’interno della psicoanalisi americana.
Professor Jervis, può parlarci dell’attualità del pensiero di Freud?
Il pensiero freudiano oggi resta come uno dei pilastri della cultura del Novecento per l’importanza che ha avuto sull’educazione dei bambini, sulla concezione di Dio. La maggior parte degli studiosi di oggi però ritengono che le teorie freudiane siano largamente superate. Io credo che sia vero. Alcuni di questi scritti demolitivi – che sono parecchi – probabilmente sono eccessivamente astiosi; essi cercano con insistenza di entrare nel merito degli aspetti eventualmente erronei del pensiero freudiano. Per esempio c’è un importante autore di matrice psicoanalitica che sostiene che Freud non conosceva il valore della statistica; il fatto è che egli non lo poteva conoscere, o per lo meno lo poteva conoscere solo per quanto riguarda la biologia. L’idea che la statistica si possa applicare anche ai problemi psicologici, legati alla coscienza dell’inconscio, è un’idea molto recente. Può sembrare un po’ strano, ma è così: non si può quindi rimproverare a Freud questo limite. Altri scritti si rifanno invece a problemi biografici; i rapporti di Freud con i suoi allievi non sono sempre limpidissimi e sono pieni di aspetti che possono essere criticabili. Volendo criticare però si può andare anche lontano. Attualmente poi ci sono quelli che vanno ancora più lontano, cominciano a esaminare se Freud per caso non potesse essere l’amante della cognata. Queste francamente sono cose su cui non è proprio il caso di soffermarsi, perché non cambiano in nulla quello che noi possiamo capire di del suo pensiero e della sua ricerca. Direi che sono nati anche però dei tentativi interpretativi più equilibrati. L’ultima biografia di Freud, molto nota in Italia, quella di Peter Gayl, è sostanzialmente riabilitativa. Da alcuni è stata considerata un’operazione «restauratrice», ma è in sé molto onesta e ha il merito di considerare molti pro e contro. In definitiva, direi che c’è oggi un notevole equilibrio nell’interpretazione delle teorie freudiane, che qualche decennio fa non c’era.
Che mito ha creato di Freud la ricezione più comune e diffusa delle sue teorie?
Questo è un problema complesso, perché Freud viene facilmente visto, da parte del pubblico semicolto e anche da parte di gran parte del pubblico colto, non specialistico, come l’unico grande genio della psicologia moderna. Direi che forse l’interesse della ricezione di Freud non riguarda tanto il pubblico più semplice, quanto il fatto che proprio negli ambienti invece di buona cultura la figura di Freud venga vista, forse per mancanza di conoscenza e di paragone, più isolata di quanto non dovrebbe essere. Gli vengono facilmente attribuite idee che non sono le sue; per fare un solo esempio, il concetto di «complesso» è un concetto di Jung e non di Freud. Le teorie di Freud vengono considerate la summa di tutto ciò che di più serio si può dire in tema di cura dei disturbi psichici; anche questa è un’idea che invece andrebbe ridimensionata.
Freud è un grande personaggio, ma ce ne sono tanti altri; egli è una specie di «santo laico». Da qui si apre, al di là della definizione della figura di Freud, anche la questione della ricezione di nozioni comuni della psicoanalisi. Ho già detto che, nel Novecento, l’importanza della psicoanalisi nella cultura europea, assai più che nella scienza, è enorme; questa si determina, da un lato, attraverso una penetrazione delle idee freudiane nell’alta cultura, negli anni Venti e Trenta, e, dall’altro, attraverso un’infiltrazione di queste nella media e bassa cultura, soprattutto americana, negli anni Quaranta e Cinquanta. Poi dall’America, questa popolarizzazione delle idee freudiane arriva in Europa e qui conosce un notevole successo fino quasi agli anni Ottanta. In Italia questo successo continua mentre in altri paesi ormai è quasi tramontato.
Le idee freudiane sono state idee fondamentalmente educative, cioè hanno aiutato le masse delle persone di buona e media cultura a crearsi una concezione laica dell’individuo, ad avere una concezione dell’individuo, del bambino, della donna e della sessualità, in cui si metta in dubbio la convinzione che una persona possa decidere di fare una cosa, e farla, solo in base alla sua volontà. L’uomo, nella prospettiva psicanalitica freudiana, non è pienamente padrone delle proprie decisioni, delle proprie risoluzioni intellettuali. Ne consegue un atteggiamento di fondo più tollerante verso l’individuo, più tollerante perché esso non viene più ritenuto interamente colpevole delle sue scelte. Queste non sono in sé «sbagliate», in quanto possono essere dominate da fattori extrarazionali, che l’individuo non riesce dominare completamente.
C’è stato certamente in questo anche un elemento di «accesso culturale». Una volta, in un articolo, scherzando ho detto che soprattutto in una serie di studi psicosociologici di francesi, fra cui Moscovici e Castell, risulta abbastanza chiaro che la psicoanalisi per molti è stato un modo per accedere alla media cultura scambiandola per alta cultura. Per molte persone che vogliono farsi una cultura, imparare qualcosa su Freud è una delle prime cose. Nessuno pensa di studiare qualcosa di chimica o di fisica o di sociologia. Ognuno pensa che se vuole elevare il proprio livello culturale deve conoscere qualche concetto psicoanalitico. In questo senso perdura il mito di Freud e molto spesso all’interno di una sostanziale ignoranza di quella che è la psicologia moderna. Molti sanno qualcosa di psicoanalisi, ma di psicologia moderna nessuno sa niente al di fuori dei tecnici.

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