Pontalis. I miei conti con Freud (2000)

Parla il celebre analista francese

di Pascale Frey, repubblica.it, 15 marzo 2000

Avrebbe potuto fare il camionista o il maestro elementare in qualche villaggio, calcare le scene o prestare una voce vellutata ai microfoni della radio. Ha esitato molto, ma il suo amore per le parole lo ha spinto verso un divano – quello di Jacques Lacan – con l’idea di fare della psicoanalisi il proprio mestiere. Oggi, Jean-Bertrand Lefèvre Pontalis, divenuto J.- B. Pontalis, si divide tra tre professioni, tre passioni sulle quali regna il linguaggio. Ogni mattina, per andare da Gallimard gli basta attraversare la Rue du Bac (nel VII arrondissement di Parigi). Per questa casa editrice ha creato due collane: Connaissance de l’Inconscient e L’un et l’autre, oltre alla rivista la Nouvelle Revue de Psychanalyse, oggi scomparsa. Qui esamina decine di manoscritti, partecipa alle riunioni del celebre comitato di lettura e conversa con tutti, con una leggerezza che lo riposa delle parole e dei silenzi del pomeriggio. Dopo colazione, riattraversa la strada per andare nel suo studio di analista, al piano di sopra del suo appartamento. La letteratura, un po’ sacrificata durante l’anno, si prende la sua rivincita d’estate, quando J.- B. trascorre lunghe ore davanti a una finestra a immaginare piccoli testi che si scavano un posto sempre più importante tra i lettori.

Il suo ultimo libro, Fenêtres, non è una specie di versione privata del celebre Vocabolario della psicoanalisi, apparso trent’anni fa?
«Attratto come sono dalle parole, volevo effettivamente costruire un lessico ad uso personale. Ma quasi subito questo libro è diventato un’altra cosa, si è esteso a una serie di frasi che avevo sentito, a immagini che suscitavano in me altre immagini».
Lei ha pubblicato un primo romanzo all’età di venticinque anni, dopo di che ha atteso altri venticinque anni per scrivere il suo secondo testo letterario. Un lungo intervallo.
«Non rinnego quel mio primo romanzo, L’enfant d’un autre, ma devo dire francamente che non vale un granché. Avevo sfruttato alcuni elementi dell’infanzia, ma senza elaborarli. In seguito ho fatto il professore di filosofia, ho scritto cronache su Les Temps Modernes, e poi il mio impegno di analista mi ha fortemente assorbito. Infine, penso che Sartre sia stato, sia pure involontariamente, una delle cause di questa specie di inaridimento. L’ombra che proiettava su di noi era un po’ paralizzante – benché ci incoraggiasse molto a lanciarci. Ma era difficile stare accanto a un uomo come lui, che non smetteva mai di pensare e di scrivere. Per lui tutto era possibile, e lo ha dimostrato. Per me non era così».
Come ha incontrato Sartre?
È stato mio professore al liceo Pasteur per un trimestre, dopo la sua prigionia, nel 1940. Poi l’ho rivisto quand’ero all’Hypokhâgne, il corso preparatorio all’Ecole Normale. Se dovevo fare un tema o un elaborato, mi bastava andare per un’ora al Café de Flore! Benché non abbia mai fatto parte del cerchio ristretto, lo incontravo con una certa frequenza».
Ha seguito anche i seminari di Lacan?
«Sì, per vari anni, e ho fatto la mia analisi con lui. Si può dire che mi abbia fagocitato. Succedeva così con Lacan. Lo conoscevo un po’, perché era amico di Merleau-Ponty, che è mio parente. Quando, un giorno, gli ho parlato della mia intenzione di entrare in analisi, mi ha detto: “Venga da me domani alle 10.15”. Così ho incominciato con lui un’analisi didattica – cioè intrapresa con l’intenzione esplicita di diventare analista. Non avevo, allora, altra motivazione al di fuori della mia passione linguistica, poiché mi sembrava di stare benissimo. Una convinzione che non è durata a lungo!»
Ma si possono amare le parole senza scegliere questo mestiere!
«È ciò che ho fatto all’inizio. Ho vinto il concorso e sono diventato professore. Un giorno, un’allieva mi ha detto: “Le sue lezioni sono interessanti, ma si ha l’impressione che lei non ci creda”. Sul momento sono rimasto male, ma subito dopo ho capito che c’era del vero in quell’osservazione. Allora ho cercato un’altra via di espressione e di comunicazione. Avevo ventinove anni – l’età giusta per decidere di diventare analista, perché bisogna pure aver già superato qualche prova».
Si è reso conto immediatamente che era questa la strada giusta?
«Non ho mai rimesso in discussione questa scelta».
Che qualità deve avere un buon analista?
«La curiosità di sapere com’è fatto un altro essere umano. Uno che è al tempo stesso un mio simile e una persona completamente diversa da me. Mi accorgo quasi subito che questa persona ha un modo di pensare diverso dal mio, e mi interrogo: come può vivere in quel modo? Perché attribuisce tanta importanza a determinate cose? E poi scopro che io stesso sono limitato dal mio modo di pensare, e mi metto in discussione. Quella specie di condiscendenza, di superiorità che ostentano certi analisti è fuori luogo. Ciò che si propone, in un’analisi, è tentare di cambiare il punto di vista del paziente, necessariamente parziale e limitato, cambiando però anche il proprio, che è altrettanto parziale e limitato, sia pure in modo diverso».
È in questo senso che oltre a Freud, lei riconosce come maestri soltanto i suoi pazienti?
«Potrei far mia la dedica di Winnicott: “Ai miei pazienti, che hanno pagato per quanto mi hanno insegnato”. Io non sono un adepto della neutralità totale, di quella specie di distacco dell’analista. Mi affeziono ai miei pazienti. Non vedo come potrei trascorrere tanti anni ad ascoltare qualcuno nell’indifferenza».
E se un paziente le è antipatico?
«Potrei avvalermi del diritto di rifiutare di prenderlo in analisi. Ma se si tratta solo di qualche momento, si dovrebbe cercare di capire quale sia stata la manifestazione che ha provocato quell’esasperazione. Non ci si innervosisce per una persona qualsiasi. Ed è più facile interrogarsi sull’antipatia che sulla simpatia».
Lei ha affermato che l’analista è una non persona. L’aver acquisito una notorietà letteraria non rappresenta una deroga a questa regola?
«Non si è mai tanto in incognito quanto si crede. Penso, al contrario, che per un analista sia un bene dimostrarsi anche un essere umano, rappresentare qualcosa di diverso da quell’immagine raggelante, distante. Cominciavo ad averne abbastanza di essere sempre identificato come il coautore (con Jean Laplanche) di quel Dizionario della psicoanalisi, che è diventato quasi un libro canonico, un’opera di riferimento sull’apparato concettuale di Freud. Questo lavoro ha occupato uno spazio importante della mia vita, ma per molti è stato l’unico motivo di interesse. Mentre io non voglio più essere ridotto a un vocabolario».
Lei scrive che l’opera di Freud non è più sacra di qualsiasi altra. Intende dire che la si possa interpretare in relazione al suo tempo?
«Intendo dire: evitiamo di sacralizzare il testo, e lasciamoci piuttosto impregnare dall’opera, dato che quello di Freud è un pensiero in perpetuo movimento».
La psicoanalisi, oggi come ieri, non rimane riservata a una certa élite?
«No, io non penso che sia confinata a un’élite, né sul piano del denaro né su quello dell’intelligenza. È vero però che riguarda un campione limitato di persone. Innanzitutto, perché è necessario riconoscere la natura psichica della propria sofferenza; inoltre occorre sapere che il trattamento analitico esiste, sapere a chi rivolgersi, e non pensare che lo psichiatra serva solo per i matti. E inoltre, l’analisi presuppone una certa capacità di mettersi in discussione, una curiosità verso se stessi. E implica la volontà di comprendere la sofferenza che si prova senza rovesciarne sistematicamente la responsabilità sugli altri».
Che cosa pensa del moltiplicarsi delle terapie? È vero che in questo campo si può fare tutto e il contrario di tutto?
«La professione di psicoanalista non è riconosciuta (in Francia, ndr); non abbiamo uno status legale, e ciò comporta inconvenienti enormi. Comunque, preferisco questa situazione a una regolamentazione imposta dallo Stato. Quale istanza potrebbe essere abilitata a stabilire chi è un analista serio e chi non lo è? Tra i due mali – l’anarchia attuale e una normativa – preferisco ancora l’anarchia. La selezione avviene ugualmente. La gente si informa».
Lei ha scritto, in L’enfant des limbes (Limbo, che uscirà da Cortina in maggio, ndr), che per poco non si era messo a fare l’attore, oppure l’insegnante, il giornalista o il camionista. Prova qualche rimpianto?
«Mi sono sposato a ventun anni, e non sapevo bene che fare. Mia madre si mise in testa di presentarmi a un suo conoscente che si occupava di autotrasporti. Alla fine, ho lavorato alla radio come speaker; ma quello che veramente desideravo era fare l’attore. Ad Alessandria avevamo allestito uno spettacolo del quale ero regista e primo attor giovane. E la cugina del re Faruk mi ha trovato molto convincente!»
Forse non è troppo tardi per cambiare!
«È un po’ tardi – anche se mi piace tuttora fare imitazioni. Ma non ho rimpianti. L’analisi mi va benissimo. Direi anzi che è insostituibile».

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/03/15/pontalis-miei-conti-con-freud.html

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