Galimberti: LACAN GENIO E BUFFONE PENSÒ IN GRANDE AL DESTINO DELLA PSICOANALISI (2001)

di Umberto Galimberti, repubblica.it, 14 aprile 2001

Si celebra quest’anno la nascita di Jacques Lacan (1901-1981), lo psicoanalista francese che, pur provenendo da una formazione medico-psichiatrica, a differenza di tutti gli psicoanalisti del Novecento, non si è trattenuto nell’ambito ristretto della clinica e della terapia, ma ha iscritto con forza e potenza questo ambito nello scenario più vasto della filosofia dell’Occidente, prescindendo dal quale non è possibile comprendere l’uomo occidentale, la sua salute e la sua malattia. So che gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti, qualunque sia la scuola di appartenenza, non amano la filosofia, anzi ne diffidano, basta leggere i loro libri, basta guardare i programmi delle loro scuole di formazione dove non compare un solo insegnamento di filosofia. Eppure gli psicoanalisti usano parole come “Io”, “inconscio”, “desiderio”, “realtà”, “immaginazione”, “simbolo”, che hanno avuto nella filosofia il loro atto di nascita, il loro sviluppo, l’orizzonte del loro significato. Per effetto di questa loro diffidenza nei confronti della filosofia, parlano di “anima” e ignorano Platone che questa parola ha inaugurato, parlano di “Io” e ignorano che questa parola ha tre secoli di vita (da Cartesio in poi), parlano di “pulsione” e ignorano Schopenhauer che questa parola ha introdotto e a cui Freud concede un ampio riconoscimento: “Molti filosofi – scrive Freud – possono essere citati come precursori della psicoanalisi, soprattutto Schopenhauer la cui “volontà inconscia” può essere equiparata alle pulsione psichiche di cui parla la psicanalisi”. Poi arriva quel grande seduttore che è James Hillman che tanto piace a quanti non hanno il coraggio di arrivare alle vette vertiginose della poesia e quindi si fermano a metà strada (a James Hillman, appunto) a dire che, dopo Cento anni di psicoterapia il mondo va sempre peggio (Raffaello Cortina, 1998, lire 36.000), coronando con questo libro l’opinione diffusa che la psicoanalisi è alla fine. A crollare sarà invece la psicoanalisi che non pensa, quella che non esce dall’ambito ristretto di una clinica che tende al benessere di coloro che Nietzsche chiamava “i piccoli uomini” le cui aspirazioni si risolvono in “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”.
Jacques Lacan esce da questo asfittico recinto e pensa la psicoanalisi in grande, in un fitto dialogo con le acquisizioni più avanzate della filosofia (Hegel, Kojève, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre, Foucault), della linguistica (Saussure, Jakobson), dell’antropologia (Lévi-Strauss e lo strutturalismo), della logica, della letteratura (il surrealismo e Joyce), della psichiatria fenomenologica (Clérambault, Jaspers, Binswanger). A differenza di tutti i popoli della terra, l’uomo occidentale un giorno ha detto “Io”: l’ha sussurrato con Platone e l’ha esplicitato con Cartesio. La psicologia ha catturato questa parola e ne ha fatto il centro della soggettività, dispiegando una visione del mondo a partire da questo centro. A mettere in crisi questa centralità fu nell’Ottocento la filosofia romantica: Schelling prima di tutti, e dopo di lui in modo esplicito Schopenhauer, per il quale ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per il suo interesse che è poi quello della propria conservazione e riproduzione, e la soggettività dell’individuo che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita è l’immodificabile esigenza della specie. Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi dalle parole “Io” e “inconscio”. Nell’inconscio è custodita la verità dell’esistenza, nell’Io e nella sua progettualità l’illusione concessa all’individuo per vivere. La psicoanalisi, quindi, strutturando il suo edificio sulla dialettica tra le due soggettività che la filosofia romantica ha evidenziato come tratto tipico dell’antropologia occidentale, è un evento del pensiero romantico.
La lezione fu accolta da Nietzsche che considera Schopenhauer suo “educatore” e da Freud che lo considera suo “precursore”. L’assunto di Schopenhauer è che la vita” e la “verità” non possono coesistere, perché se la verità della vita dell’individuo è nel suo essere strumento della conservazione della specie, l’individuo per vivere deve illudersi, indossando quella maschera che chiama “Io”, e quindi fuoriuscire dalla verità della sua vita. In questa condizione ineludibile Nietzsche scorge l’essenza del “tragico”. Freud non conosce la “tragedia” perché, da clinico, guarda alla “salute”, alla salute dell’umanità media che la maschera della religione e di certa filosofia aveva già salvato prima di lui, sottraendola alla visione del tragico, in cui è custodita la “verità” dell’esistenza che rende la “vita” impossibile. Dopo avere elencato le due grandi mortificazioni che l’umanità ha conosciuto nella sua storia: la prima “quando ha scoperto che la sua terra non è il centro dell’universo”, la seconda “quando la ricerca biologica gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale togliendogli la pretesa posizione di privilegio nell’universo”, Freud enuncia la terza: “La più scottante mortificazione l’umanità è destinata a subirla da parte dell’odierna indagine psicologica, la quale ha l’intenzione di dimostrare all’Io che egli non è padrone in casa propria. Questo richiamo non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con materiale clinico”. Il riconoscimento di Freud tende ad abolire una distanza che rimane abissale, ricopre la verità con un’altra maschera, la maschera della guarigione e della salute per quanti non hanno il coraggio del tragico.
Nietzsche è più coerente con Schopenhauer, suo “educatore” di quanto non lo sia Freud che pure lo considera suo “precursore”, perché, gettando la maschera dell’illusione, che sola consente la vita, Nietzsche getta anche la verità: “Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!”. Non c’è più storia e non c’è più sapere se non come liberazione di tutte le maschere, senza nessuna serietà, perché il tragico è stato visto nella sua essenza ineliminabile e non addolcito nella metafora della malattia da cui si può anche guarire. Con Schopenhauer il disincanto ormai è accaduto e con le maschere si può solo giocare. Freud, buon lettore di Schopenhauer, è stato cattivo lettore di Nietzsche: “Nello sforzo di capire un filosofo – scrive Freud – ho sempre pensato che sarebbe stato inevitabile impegnarsi nelle sue idee e sottoporsi alla sua guida durante il proprio lavoro. Per questo ho rifiutato lo studio di Nietzsche, anche se mi era chiaro che potevano essere trovate in lui concezioni molto simili a quelle della psicoanalisi”. Simili sì, ma divaricanti. Infatti una volta assunta l’ipotesi schopenhaueriana restano due vie praticabili: o la “rinuncia” ad assecondare il gioco della natura, come vuole l’ascesi di Schopenhauer che, scoperto l’inganno, non vuole restare irretito nella sua trama, o l’”accettazione” del gioco della natura con conseguente liberazione di tutte le illusioni, di tutti gli inganni: in termini nietzscheani, come liberazione del dionisiaco, perché “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, e quindi: “Dammi ti prego una maschera ancora, una seconda maschera”. Di fronte a queste due vie, Freud tenta l’ipotesi più ardita: la “scoperta delle regole del gioco” che obbliga la natura a cedere il suo segreto. L’ipotesi è illuministica, la categoria che la presiede è il progresso della civiltà sulla natura, la metafora che fa da sfondo è il colonialismo. Scrive infatti Freud: “L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io, di renderlo più indipendente dal Super-io di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es. Dove era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera della civiltà come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee” che è il mare bonificato dagli olandesi lungo le loro coste. La morale che ne scaturisce non è più quella degli asceti (Schopenhauer) ma quella dei conquistatori. L’inconscio non è eterna creatività di forme (Nietzsche), ma landa da civilizzare.
Con Freud nasce una morale del tutto nuova regolata non più dall’ascesi (Schopenhauer), ma dal lavoro, dall’opera di civiltà. Il suo dover-essere non ha in vista un altro mondo, ma la colonizzazione di questo mondo, il suo ordinamento. La ragione umana, che era “rappresentazione” finché la natura conservava il suo segreto, ora diventa la “verità” del mondo che è stato strappato alla natura. Espansione del cosmo e riduzione del caos. Freud non ha scoperto l’inconscio, che semmai ha scoperto Schopenhauer, Freud ha scoperto “le regole per aver ragione dell’inconscio”; la sua psicologia è una celebrazione della potenza della ragione. Qui si inserisce Lacan che riconosce a Freud il merito di aver destituito l’Io e la sua ragione dalla centralità che sempre ha avuto in Occidente da Platone a Hegel e, dopo aver accolto la lezione freudiana secondo cui: “L’Io non è padrone in casa propria”, Lacan ritiene che l’individuo sia vissuto e abitato da una “X” loquente e profonda (l’inconscio o Es) nei cui confronti si trova in uno stato di radicale assoggettamento, per cui non è possibile dire che l’uomo parla ma piuttosto che “l’uomo è parlato”. Partendo da questo atteggiamento anticartesiano Lacan prosegue dicendo che: “Penso dove non sono, dunque sono dove non penso”, e ancora: “L’Io è strutturato esattamente come un sintomo. Non è altro che un sintomo privilegiato all’interno del soggetto. È il sintomo umano per eccellenza, la malattia mentale dell’uomo”.
Questa impostazione antiegologica si accompagna alla tesi del primato dell’ordine simbolico, ossia alla concezione, tipicamente strutturalista, secondo cui l’individuo è attraversato da un’impersonale trama di simboli e di significanti che lo costituiscono e che egli non ha creato, ma da cui è piuttosto catturato come nei retaggi della propria storia e della propria cultura. In questo senso, scrive Lacan: “Tutti gli esseri umani partecipano all’universo dei simboli, vi sono inclusi e lo subiscono molto più che non lo costituiscono, ne sono molto più i supporti che gli agenti”. La cultura, in cui il sociale e il simbolico che lo descrive si esprime, appare a questo punto come un ordine di significanti “altro” dalla matrice originaria che custodisce la natura dell’uomo che nella cultura, dunque, è sempre alienato. Attestandosi al discorso, all’Io, al comportamento sociale, il soggetto prolifera in forme multiple che egli stesso si dà o che gli vengono imposte: esse equivalgono ad altrettante maschere sotto le quali si nasconde ciò che è stato rimosso, vale a dire la natura. Con l’accesso al linguaggio, scrive Lacan: “Si sovrappone il regno della cultura a quello della natura” e questa sovrapposizione si ripercuote a tutti i livelli. La non coincidenza irriducibile tra natura e cultura fa sì che il linguaggio non riproduce la verità, ma la distorce, e d’altra parte la verità non ha altro modo di dirsi se non nella distorsione linguistica. In questo senso la verità è inconscio e si fa strada nel sintomo di cui l’Io è il rappresentante per eccellenza.
A questo punto Lacan capovolge l’intenzione di Freud: non più la colonizzazione dell’inconscio da parte dell’Io, come è sempre stato nel percorso culturale dell’Occidente, ma il ritorno dell’Io all’inconscio. Ma se l’inconscio o Es è il luogo dove l’Io deve ritornare per scoprire la matrice del proprio essere, per Lacan non si dovrà tradurre l’affermazione freudiana: “Wo Es war, soll Ich werden” come solitamente la si traduce: “Là dove era l’Es, deve venire l’Io”, ma: “L’Io deve avvenire là dove era” ossia deve percorrere a ritroso il sentiero che porta all’inconscio. Anche se Nietzsche non rientra negli autori di riferimento di Lacan, l’itinerario dischiuso da Lacan a me pare profondamente nietzscheano, e ciò fa di Lacan, a differenza di Freud, un testimone della nostra epoca che potremmo chiamare “postuma” perché viene dopo l’illusione, che Platone ha inaugurato, di dominare il mondo con la ragione, e quindi di aver ragione del mondo. Anche il trionfo della scienza e della tecnica, che sono le punte avanzate della razionalità dell’Occidente non riescono a rivivificare l’illusione platonica che Lacan, dopo Nietzsche, smaschera, denunciando l’inconciliabilità tra natura e cultura, in termini schopenhaueriani: tra la soggettività della specie (la natura) che inesorabile cadenza il ritmo della vita degli individui, e la presunta soggettività dell’Io (la cultura) che per vivere produce le sue illusioni. In termini nietzscheani: l’essenza del tragico. Per una più completa comprensione di Lacan, che in queste rapide note non ho potuto dare se non nella sua trama essenziale, rinvio a un ottimo saggio di Antonio Di Ciaccia e Massimo Recalcati che ha per titolo Jacques Lacan (Bruno Mondadori, pagg. 248, lire 22.000) e che ha il merito di rendere chiaro lo stile criptico e oscuro di Lacan, scimmiottando il quale, si sono esercitati tutti i lacaniani degli anni Settanta, con il risultato di rendere definitivamente incomprensibile il loro maestro.

http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/010413e.htm

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