Contri: “PICCOLO PRINCIPE, SEI IL RE DELLE PERVERSIONI” (2001)

Il Piccolo Principe: un libro adorato da generazioni di bambini e di adulti. Per Giacomo Contri, intellettuale, psicoanalista, a sua volta cattolico, è invece un libro ambiguo e perverso

di Giuseppe Frangi, Vita non profit magazine, 4 maggio 2001

Fa effetto pensare che un libro letto da milioni di bambini e di adulti che si illudono di essere ancora bambini, sia in realtà un libro dell’orrore. Ma per Giacomo Contri, psicoanalista di fama, allievo prediletto di Jacques Lacan e intellettuale fuori da tutti i recinti, è proprio così: Il Piccolo Principe, best seller mondiale di Antoine de Saint-Exupéry, favola magica che ha incantato il cuore e la mente di chissà quanti stanno leggendo anche queste righe, in realtà è un libro che potrebbe essere nato dalla fantasia di un Dario Argento. Il paradosso è proprio Giacomo Contri a proporlo. Il quale, per altro, è un personaggio molto riflessivo. Ma davanti alle 100 pagine di Saint-Exupéry non esita a infierire. Quasi che se ne sentisse toccato, o scottato, in prima persona: le giudica infatti sintomatiche della deriva culturale del mondo cattolico, di cui lui si sente parte. Così ha accettato di vuotare il sacco del suo disdegno. «è un discorso al massimo livello, quello del Piccolo Principe. Vale più di un trattato di Kant. Per la corruzione che nasconde, è un modello esemplare. Si fa passare un messaggio religioso attraverso forme smussate, innocenti. Il messaggio è, però, quello di un pensiero legato al panteismo, legato a una forma di religiosità precedente al cristianesimo. “Tutto è mistero”, viene detto qui. Ed è di una gravità equivalente al dire che “tutto è grazia”. Esiste la grazia, quella lì. Non è vero che tutto sia grazia. Se esiste, è ben individuabile. I padri della Chiesa erano acuti. Sapevano che, per attaccare le cose cristiane, il modo migliore era corromperle, non confutarle. Bisogna corrodere l’intelletto dei cristiani, anche attraverso forme di questo tipo. Per questo detesto Il Piccolo Principe».

A quando la sua prima lettura del libro di Saint-Exupéry? 
Esattamente non ricordo, anche se ricordo bene la prima volta di un libro che io assimilo per molti motivi a questo: il Parsifal. Mi imbattei in lui a nove anni, quando ero un bambino “tutto casa, chiesa e strada”. Da bravo chierichetto sapevo cos’era il calice, quello della Consacrazione. Come in tutte le chiese il calice era bello, d’oro o d’argento e soprattutto pieno. Il calice della Chiesa è sempre pieno. Dopo la messa andavo di regola all’oratorio adiacente. Ecco che un giorno comparve uno stampato. Era raffigurato questo eroe a cavallo. Si diceva che se ne andava in giro a cercare un calice. Era lo scopo della sua vita: cercare il Graal, il calice di Cristo. Io non lo conoscevo prima, ma notavo che il suo calice era vuoto, mentre il mio era pieno. È tutto qui. Ero ostile a Parsifal per questo motivo. Solo più avanti ho capito che era un feticcio. Ripensandoci da adulto, mi sembra di rivivere una storiaccia. Una di quelle storiacce davanti alle quali non ci si può meravigliare se qualcuno butta la fede alle ortiche. Non c’è niente di peggio di questo: essere ingannati nell’infanzia. Vale per qualsiasi cosa. Gesù diceva che non bisognava dare scandalo ai bambini: meglio sarebbe stato impiccarsi. Questo è un vero caso di corruzione della gioventù.
Per Il Piccolo Principe vale lo stesso giudizio?
L’argomento è davvero identico. Ammetto che leggo le pagine di quest’opera con un certo disgusto. È una vera repulsione, la mia. Come esiste la repulsione visiva od olfattiva, la mia è intellettuale. Sono un intellettuale anche per avere questo tipo di repulsioni. Per me quest’opera è l’enciclopedia del peggio. Ho annotato certe frasi e le ho commentate. A fianco a certe espressioni, mi sono scritto: “questo significa che…”. Ne è praticamente risultata una lista di attentati all’umanità.

«Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile» «Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare con il cuore». «È molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». 

Iniziamo a scorrere questa lista… 
Innanzitutto lo ritengo un occultista. Ti presenta la scatola, ma sul contenuto non dice nulla, garantisce lui. Cioè il contenuto resta sempre occulto. C’è una frase emblematica: «L’essenziale è invisibile agli occhi». Se uno mi proclamasse questo, uscirei immediatamente, affermando di non appartenere alla comunità riunita lì dentro. Invece lui è proprio mistificatorio nei confronti del mistero. Il mistero, ci dice, è l’occulto, il nascosto. È come l’oggetto nella scatola: non si vede e, se sai cosa è, è solo perché te l’ho detto io. Per il cristianesimo accade proprio il contrario: il mistero è così poco occulto, che ha un nome. Faccio un esempio: il Padre. Non si tratta di una paternità astratta. C’è una relazione vera. È padre, nel senso che è Qualcuno che ha un figlio. È una ragione elementare. Non ha il genoma o il modello ideale della paternità, ma ha un figlio. Non è, dunque, occulto.
Una delle pagine che le provoca più contrarietà è quella del baobab, quando il Piccolo Principe teorizza che i semi delle piante cattive vanno estirpati appena spuntano… 
Sì, è proprio quello il passaggio. Dal seme può venire fuori la rosa. Oppure un baobab. Ecco, qui si tratta di sopprimerlo fin da piccolo. Si tratta di epurare una razza: un’affermazione detta come una teoria dettagliata, precisa. è favorevole alla pulizia, nel senso di pulizia etnica. Questa è la sua raccomandazione: «Quando si ha finito di lavarsi il mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. è un lavoro molto noioso, ma facile». Il suo orizzonte geografico è un orizzonte concentrazionario. A prima vista potrebbe sembrare che non è così. Infatti il pilota che lo incontra vede la pecora e afferma l’utilità della corda da mettere al suo collo. E il Principe gli replica quasi contrariato. Sembrerebbe liberale nel reagire così. Poi scopriamo il suo vero pensiero: ma dove vuoi che vada la pecora su questo pianeta? Il pianeta è un campo di concentramento. è un atollo di venti metri di raggio. Non si può andare da nessuna parte.

«C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi del baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene».

Quindi la visione di un piccolo principe buono e pacifico per natura è una visione da rivedere? 
Semmai è un guerrafondaio. Prendete la pagina della pecora e la rosa. Sono nemici, la prima vuole mangiare la seconda. Questo è l’unico schema di rapporto che lui concepisce: la guerra. La pecora è un nemico da imprigionare, da controllare con la museruola. Il finale del racconto lo mostra bene: su richiesta del Principe, il pilota ha costruito la museruola. Però s’accorge, in ritardo, di aver dimenticato il laccio che la tenga ferma. Così pensa, la pecora ora è uscita e forse ha già mangiato la rosa. Esiste dunque solo la guerra in questo testo.

(Dialogo tra il Piccolo Principe e il pilota) «Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?». «Una pecora mangia tutto quello che trova». «Anche i fiori che hanno le spine?». «Sì, anche i fiori che hanno le spine». «Ma allora le spine a che cosa servono?». «Le spine non servono a niente, è pura cattiveria da parte dei fiori». 

Eppure il Piccolo Principe è sempre stato recepito come un personaggio amico da chi ne ha letto le storie.
Invece è un tipico melanconico, nel senso tecnico. Non gli importa avere alcun partner o alcun universo. È contro il concetto di partner. Lo si capisce quando incontra un personaggio come il lampionaio. È l’unico adulto che apprezza, dato che gli altri sono dei personaggi ridicoli. Il lampionaio è uno che continua ad accendere lampioni la sera, fedele al suo compito, ma senza saperne l’utilità. Il lampionaio viene lodato, perché è fedele alla consegna; ma è fedele a chi? A nessuno. La consegna ha un’origine e ragioni ignote. È una pura consegna. Per il Principe la solitudine è un dogma. Ode solo l’eco delle sue parole. È un indizio preciso: si chiama ecolalia. Il Narciso mitologico era così.

«Ebbe un respiro di rammarico e si disse ancora: “Questo è il solo di cui avrei potuto farmi amico. Ma il suo pianeta è veramente troppo piccolo, non c’è posto per due…”». 

Uno dei passaggi più famosi e più ammirati del libro è il racconto dell’incontro con la volpe che implora il Piccolo Principe di addomesticarla. Come lo interpreta?
Certamente l’incontro con la volpe è interessante. Lì il Principe si mostra comportamentista. Il meccanismo stimolo-risposta è chiaro. La volpe chiede: «Addomesticami». Come? Con dei passaggi precisi. C’è una serie di operazioni codificata, in cui consiste la tecnica del condizionamento classico. La volpe dice: hai i capelli d’oro, biondi. Quando mi avrai addomesticato, amerò l’oro dei tuoi capelli. Questo è il primo passaggio del condizionamento. Poi da lì – condizionamento di secondo grado – la volpe dice: «Amerò l’oro delle spighe di grano». È l’amore per la natura. Poi passerò al vento che agita il grano e ad altro. Tutto questo processo come accade? Con una mistificazione: l’amore è diventato l’abitudine alla presenza. Un giorno ti avvicinerai di un poco, dice la volpe, poi di un altro poco e così via. È una serie meccanica. È la teoria dell’amore così come è concepita in questo libro. È in realtà una psicologia del comando, senza bisogno immediato di usare il bastone. Nel Piccolo Principe, solo le cose sono amate. Perché si ama una cosa? Perché stando lì ad averne cura, le ho dedicato del tempo. «In ragione del tempo perso per essa, l’amerai», si dice. Si fonda quindi l’amore sul rancore. Il tempo perso fonda l’amore. è un’opera squisitamente teoretica, questa. L’addomesticamento è proposto come il mezzo per creare legami. Il legame è quello meccanico del condizionamento. Si arriva anche al grottesco. Cito alcuni passaggi: le galline si assomigliano e così anche gli uomini. E ancora: le parole sono fonte solo di malintesi. Altro esempio: l’amore si fonda sul sacrificio. Se c’è l’uno, c’è l’altro. Si nega che il sacrificio è eventuale, è un’occasione per la riapplicazione dell’amore. Per la rosa, è importante il tempo, ma è tempo perduto. Spero non amiate i figli per questo motivo: il tempo perduto per loro.

(La volpe al Piccolo Principe): «La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto la terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai capelli del color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato, mi farà pensare a te. Per favore addomesticami…».

Siamo alla conclusione. Il Piccolo Principe muore, lascia il suo corpo, vola tra le stelle e lascia al pilota il regalo di un sorriso. Alla fine un amico se l’è conquistato? 
Macché, il Piccolo Principe si mostra o pazzo o perverso. «Quando sarò morto sarai sempre mio amico», dice in sintesi al pilota. «Avrai voglia di ridere con me, ma non ci sarò. Gli altri si stupiranno, quando guarderai il cielo e sorriderai. Ti crederanno allora un pazzo». Appunto. Oppure è perverso: questa è una beffa. È l’ultimo inganno: amerai un morto.

Chi è Saint-Exupéry – Tra Caschi, eliche e macchina da scrivere Antoine de Saint-Exupéry è uno dei più popolari scrittori francesi di questo secolo. Nato nel 1900, era un provetto pilota d’aereo. Morì cadendo con il suo apparecchio durante un’azione di guerra nel 1944. Tra i suoi libri più famosi Volo di notte (1931) e Terra degli uomini (1939). Nel 1943 scrisse il libro che lo ha reso famoso nel mondo, il Piccolo Principe, storia di un aviatore che per un’avaria è costretto ad atterrare in pieno deserto dove s’imbatte in una creatura misteriosa, un Piccolo Principe pellegrino degli spazi…

Chi è Giacomo Contri – Una lunga fedeltà a Sigmund Freud – Uno degli allievi prediletti di Jacques Lacan, freudiano, e oggi tra i più famosi psicoanalisti: questo è Giacomo Contri, nato a Milano nel 1941, fondatore di una scuola, Studium Cartello. è un’associazione che promuove il dibattito culturale, organizza convegni, pratica l’insegnamento, la formazione e la supervisione, offre consulenze a singoli e istituzioni. Tra i suoi testi più recenti L’aldilà il corpo (Sic edizioni, 2000). Il testo completo della conversazione di Contri verrà pubblicato sul mensile 30Giorni.

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