Di Ciaccia: “LACAN, LE PAROLE PER FAR PARLARE L’INCONSCIO”

Il grande psicoanalista francese di cui ricorre il centenario guardava all’Es come a un linguaggio

di Antonio Di Ciaccia, l’Unità, 25 maggio 2001

Un profondo legame unisce Jacques Lacan a Roma: se la sua attività di psichiatra prima e di psicoanalista poi si è svolta quasi esclusivamente a Parigi, è a Roma che nel 1953, con un intervento congressuale che ormai è conosciuto tra gli specialisti come Il discorso di Roma, egli ha dato inizio a un insegnamento in nome di «un ritorno a Freud» che ha portato a un rinnovamento della psicoanalisi. È dunque a Roma che la Scuola lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano ha organizzato un congresso a cui sono stati invitati a partecipare non solo personalità della cultura, ma anche, e per la prima volta in Italia, psicoanalisti freudiani e junghiani. Il problema «Lacan» ha infatti un doppio risvolto: da un lato esso investe uomini della cultura ma, dall’altro, esso interroga positivamente o negativamente coloro che sono a pieno titolo nel movimento psicoanalitico. Chiariamo prima di tutto un equivoco: Lacan non è stato né intendeva essere un filosofo. Come non intendeva essere né un linguista, né un matematico, né un antropologo. Lacan è stato uno psicoanalista, «un piccolo psicoanalista» come si definisce nel Seminario XVII, dal titolo Il rovescio della psicoanalisi (ora in libreria per i tipi di Einaudi). Uno psicoanalista che si occupava della sua pratica clinica e che si preoccupava di rendere trasmissibile il sapere psicoanalitico. Perché allora questi ripetuti riferimenti, nel suo insegnamento, alla filosofia, alla linguistica, alla matematica, alla topologia, ma anche alla letteratura, alla poesia, e perfino alla teologia e alla mistica? Riferimenti innegabili, eventualmente discutibili, sempre curiosi e spesso criptici.

In realtà già Freud era ricorso alla letteratura, soprattutto nella sua versione teatrale, a certe letture antropologiche, teologiche, anche mitologiche per rendere conto della sua scoperta, l’inconscio. Noi ora sappiamo che l’uso di questo ricorso da parte di Freud era sovente errato, fuori luogo, esagerato. Mitico nel senso più fantasioso del termine. Era a volte falso. Eppure toccava sempre un reale. Reale che clinicamente si presenta come un impossibile da sopportare e che è quindi il segreto del sintomo stesso. Freud è riuscito a illustrare questo reale solo in modo allusivo, prendendo a prestito dal teatro greco il personaggio di Edipo o inventando di sana pianta un mito inedito come è quello del Padre dell’orda primitiva in Totem e tabù. In questo modo però egli è arrivato a dire qualcosa che si manifesta nel sintomo analitico, un sintomo che agisce sul soggetto, rendendolo succube di una ripetizione fastidiosa ma a cui tiene saldamente: già Freud aveva notato questa disposizione del soggetto di lamentarsi del sintomo pur essendo incapace di separarsene. È come se il soggetto non arrivasse a fare a meno di un sottile e intimo piacere che il sintomo gli assicura, pur nella sofferenza e nel dolore. Con Freud, Lacan si interessa di sapere come è composta, di che stoffa è fatta questa macchina che ha nel sintomo la sua punta di diamante. Con la regola dell’associazione libera Freud scopre che il sintomo, il sogno, il lapsus, l’atto mancato, il motto di spirito, insomma, tutto ciò che la letteratura analitica chiama formazioni dell’inconscio hanno tutti la stessa struttura: sono articolate tra loro e interrogano il soggetto sul suo senso o non-senso. Riassumendo in un assioma, Lacan ricorda che l’inconscio freudiano è strutturato come un linguaggio. Questo spiega perché l’interpretazione dell’analista non rimane lettera morta. Questo è un punto fermo della scoperta freudiana: l’inconscio, se è strutturato come un linguaggio, vuol dire che è dell’ordine del sapere.

A questo punto, si profila un duplice orientamento nel movimento psicoanalitico. C’è un orientamento che mette in parallelo, in connessione, in rapporto di similitudine quanto l’inconscio racconta e quanto è detto, qui e là, nella cultura umana. C’è poi un altro orientamento che è quello di non occuparsi dei contenuti di questo sapere, che effettivamente sono confrontabili e paragonabili tra loro sebbene siano numericamente ristretti, ma di occuparsi del funzionamento e della logica di questo sapere. È questo l’orientamento che ha imboccato Lacan, fin dall’inizio. Per questo motivo egli ricorre a tutto lo scibile umano. Non già, come si potrebbe pensare, per sottoporre il pensiero e il sapere umano al giudizio della teoria analitica, oppure per psicoanalizzare le opere di letterati o di poeti, poiché la psicoanalisi ha invece molto da imparare dal filosofo, dal matematico, dal poeta. L’intento di Lacan è invece quello di servirsi del sapere umano per gettare una qualche luce su un sapere che abita l’essere che parla, ma a sua insaputa, e che si chiama inconscio. Per questo Lacan potrà dire nei suoi Scritti (Einaudi) che la psicoanalisi si iscrive e persegue un solo dibattito «che, a doverlo datare, si riconosce come il dibattito dei lumi».

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