Recalcati: “Osare oltre le catene del passato” (2002)

di Massimo Recalcati, il manifesto, 31 marzo 2002

Un eccesso di verità stronca la vita, avverte Nietzsche, per agire bisogna avere la forza di dimenticare. Parole che suonano come una critica alla psicoanalisi. Eppure, per Freud e di più per Lacan, il problema non è mai ritrovare l’esattezza del passato, bensì riscrivere una storia del paziente, che incontri la sua adesione e produca mutamenti significativi nel suo inconscio

Friedrich Nietzsche ci ha avvertiti sul possibile danno della verità storica nei confronti della vita. Nella Seconda delle sue Considerazioni inattuali – titolata significativamente Sull’utilità e il danno della storia per la vita – la dimensione del sapere storico può giungere a paralizzare la vita laddove la riduca ad un effetto di ciò che è già stato. L’orizzonte del futuro si restringe, lo slancio progettuale si comprime, il divenire del desiderio lascia il posto ad una sapere d’archivio che anziché essere utile alla vita la spegne. L’esistenza storica finisce così per vivere nel segno del passato, incatenata al già stato, e la conoscenza storica diventa “un’istruzione senza vivificazione”. In questo senso, la “febbre storica” può diventare una malattia che attenta l’essere della vita, dando luogo ad una “ripetuta ruminazione” – simile a un'”insonnia” cronica – in cui “l’essere vivente riceve danno e alla fine perisce”. La ruminazione storica non è assente in un certo modo di intendere la pratica analitica. Essa è in fondo già presente nella concezione freudiana dell’inconscio e ha condizionato pesantemente gli sviluppi del post-freudismo. Aveva poi così torto Jean-Paul Sartre quando nelle pagine finali de L’essere e il nulla accusava la psicoanalisi freudiana di avallare una sorta di “determinismo verticale” nel quale il peso del passato finiva per schiacciare la trascendenza dell’esistenza? Questo vincolo deterministico che incatena il soggetto alla storia della sua infanzia, non è forse veramente un punctum pruriens della concezione freudiana dell’inconscio? “Solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo: ma in eccesso di storia l’uomo viene nuovamente meno, e senza quell’involucro del non storico non avrebbe mai incominciato e non oserebbe mai cominciare” – scrive Nietzsche. Dunque, solo nella trasformazione attiva della storia passata risiede l’umanità dell’uomo. Altrimenti, un eccesso di verità storica stronca la vita. L’uomo viene meno e in questo venire meno dell’uomo la capacità di agire – che come tale richiede sempre “la forza di dimenticare ” – si atrofizza. L’uomo non può osare – incatenato al passato – nulla. L’idealizzazione del passato è in effetti una malattia della conoscenza storica che dà luogo ad una clinica complessa: nostalgia melanconica per il tempo perduto, afflizione depressiva, inibizione, ruminazione compulsiva del senso, impossibilità di separazione, rispetto rabbioso dell’autorità e della tradizione, paralisi della creatività, regressione, sacrificio del proprio desiderio, annullamento e distruzione…La dottrina psicoanalitica può davvero sottrarsi alle critiche nicciane alla conoscenza storica?

Ritorniamo a Freud. Ritorniamo ad un concetto ancora di grande attualità com’è quello di “costruzione”. Con questo concetto nell’articolo Costruzioni dell’analisi Freud intende definire una modalità di intervento dell’analista nel corso della cura che per un verso emancipa l’azione dell’analista dal binomio metafisico vero/falso. Il problema, in ogni cura, non è infatti mai quello di condurre il paziente a cogliere una verità storica obbiettiva, esatta, un’anamnesi senza scarti della proprie vicessitudini – il ricordo, ci insegna Freud, è in questo senso sempre ricordo di copertura – ma di condurlo a realizzare una costruzione inedita della propria storia.

Con Freud la psicoanalisi discosta la nozione di verità da quella di esattezza. Un’interpretazione può in effetti rivelarsi vera senza per questo essere esatta. La verità di un’interpretazione non si giudica in base al criterio metafisico dell’adeaguatio intellectus et rei, ovvero della perfetta corrispondenza tra il concetto e la cosa, ma in base ai suoi effetti di trasformazione della vita pulsionale del soggetto. E’ ciò che classicamente Strachey aveva definito “interpretazione mutativa”: la verità di un’interpretazione analitica non è nella sua esattezza ma nella sua capacità di produrre una mutazione effettiva nei materiali inconsci prodotti (sogni, associazioni, ecc) e nell’economia di godimento di un paziente. La costruzione freudiana è una articolazione di sapere che l’analista produce nel corso della cura al fine di comunicarla al paziente. Da questo punto di vista essa appare come una sorta di interpretazione superiore. Se l’interpretazione analitica è per struttura legata al frammento e interviene sul materiale grezzo fornito dal paziente, la costruzione offre all’aleatorietà del materiale in frammenti una specie di Gestalt ideale: nel senso che la costruzione non è riducibile ad una interpretazione del frammento perché si configura come un’interpretazione che ha la pretesa di unificare tutti i frammenti, di ricomporre, come nel gioco del puzzle, i singoli frammenti in una immagine sola. Ecco un esempio di costruzione analitica formulato da Freud stesso: “Fino all’anno n della sua vita, Lei si considerava l’unico e incontrastato possessore di sua madre; poi arrivò un secondo bambino e con lui una grave disillusione. Lei fu abbandonato per un periodo da sua madre, che anche in seguitò non si dedicò mai più esclusivamente a lei. I Suoi sentimenti nei confronti di Sua madre divennero ambivalenti e Suo padre acquistò un nuovo significato…”

La dimensione dell’esattezza lascia qui il posto alla necessità di produrre una sorta di verità narrativa che, però, nella pratica di Freud è compito dell’analista ordinare. E’ cioè l’attività dell’analista che ha il compito di restituire ai frammenti dispersi della memoria soggettiva una configurazione narrativa coerente. In questa prospettiva, la costruzione finisce per diventare una pratica ermeneutica totalizzante che punta a ricomporre i vari frammenti di cui si compone il discorso del soggetto in un tutto coerente, nonostante Freud insista sempre anche sul carattere provvisorio (Lacan direbbe “inconsistente”) della costruzione, che se da una parte è un’attività ispirata dal raggiungimento di un “quadro completo”, dall’altra è necessariamente votata a lasciare un residuo, un resto di reale che non si piega alla composizione simbolica. Per questo, già in Freud la costruzione appare, almeno per un verso, come una pratica epistemica in ultima istanza “debole”, perché destinata a costruire non tanto i frammenti del discorso del soggetto ma costruzioni preliminari di questi frammenti. La pratica della costruzione suppone infatti sempre altre costruzioni, è una pratica della costruzione di costruzioni. Questo significa che – secondo un principio di lettura che caratterizza l’orizzonte contemporaneo del dibattito epistemologico – non esistono fatti ma solo interpretazioni e che i fatti come tali sono già da sempre strutturati in un insieme prospettico che dipende dal soggetto dell’interpretazione. In questo senso, lo stesso Freud ammette che la costruzione è una pura attività di selezione, di setaccio: “Dal materiale grezzo dobbiamo estrarre ciò che ci interessa”, afferma espicitamente.

Per Freud l’inconscio è conservazione del passato, di tutto il passato. Il “tutto” a cui punta la costruzione come attività dell’analista trova qui la sua giustificazione teorica di fondo: la costruzione freudiana mira al “tutto” perché “tutto” è da sempre conservato nell’inconscio. L’inconscio freudiano coincide in questo senso con la memoria storica del soggetto. E’ nota, a questo proposito, l’insistenza e la passione con la quale Freud accosta la pratica della psicoanalisi alla pratica archeologica. Psicoanalisi e archeologia sono infatti “scienze delle tracce” (Spürenwissenchaften), scienze che a partire da frammenti, residui, resti, tracce, appunto, puntano a ricostruire l’insieme perduto. Ma la psicoanalisi, come ricorda Freud, gode di un “privilegio straordinario” rispetto all’archeologia, perché se l’archeologia è condannata dall’irreversibilità del tempo cronologico, a non poter più ritrovare l’insieme perduto ma solo frammenti dispersi (l’archeologia si basa in fondo sul presupposto tragico che l’originario come tale sia perduto), la psicoanalisi suppone invece che l’inconscio del soggetto sia una memoria dalla capacità di ricezione e di conservazione illimitata, poichè “nell’oggetto psichico – come afferma Freud – tutto è conservato” – configurandosi come una pratica di ricerca in grado di ritrovare l’identità dell’originario, in grado di “fare emergere la storia passata”.

Tuttavia, se la costruzione freudiana per un verso sembra impigliarsi nelle maglie immaginarie di una filosofia del “tutto” e dell'”originario”, d’altro canto – ed è la grande contraddizione che anima non solo questo testo ma l’intera dottrina freudiana – mostra come essa non sia affatto riducibile alla semplice attività di rimemorazione. In primo luogo perché l’analista costruisce “il materiale dimenticato” solo a partire “dalle tracce che di esso sono rimaste”. Questo significa che Freud distingue tra l’archè come materiale originario dimenticato (e come tale inattingibile) e le tracce significanti che di esso costituiscono il resto inobliabile. In secondo luogo perché la costruzione, una volta comunicata al paziente, non ha come obbiettivo la pura rimemorazione ma la produzione di un “convincimento” nel soggetto sulla verità della costruzione stessa: “Se l’analisi è stata svolta correttamente, otteniamo in lui un sicuro convincimento che, sotto il profilo terapeutico, svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato”. Questo spostamento dalla verità storica originaria alla produzione di un consenso del paziente nei confronti della costruzione dell’analista, mostra il carattere comunque “preliminare” della costruzione, che si completa solo attraverso la sua soggettivazione eventuale da parte del paziente stesso. E, soprattutto, mostra la differenza tra ciò che il soggetto incontra nell’analisi come evento di verità e l’esattezza della costruzione rispetto alla riproduzione fedele del passato.

La categoria di costruzione non è tra quelle riprese da Lacan nel suo “ritorno a Freud”. Il termine “analizzante” col quale Lacan definisce un soggetto impegnato nell’analisi opera un cambiamento di prospettiva radicale. Non è più l’intervento dell’analista a riunire i frammenti sparsi del discorso del paziente ma è l’attività di elaborazione del paziente stesso – in questo senso “analizzante” – a produrre una costruzione inedita della sua stessa storia. Questo significa che per Lacan l’inconscio non coincide con la semplice memoria del soggetto, che il lavoro archeologico dell’analista deve poter sottrarre dalle nebbie della rimozione, ma è esso stesso un prodotto del lavoro dell’analisi. Una tesi che sconcerta, effettivamente, l’idea della psicoanalisi come archeologia, perché non si tratta più di ritrovare il capitolo perduto della storia del soggetto quanto piuttosto di scrivere una nuova storia. Per Freud, in effetti, l’inconscio è il luogo dove tutto è già scritto. Questa scrittura originaria che costituisce l’inconscio freudiano come memoria storica subisce la censura della rimozione, dunque ciò che è scritto nell’inconscio non si lascia leggere a causa dell’azione della rimozione. Nel lavoro dell’analisi si tratta fondamentalmente di allentare la barra della rimozione per ricondurre alla coscienza ciò che dalla coscienza è stato esiliato. Il determinismo epistemologico che ispira l’orientamento teorico di Freud è qui in evidenza: tutto è già scritto in anticipo e il soggetto non è altro che l’effetto di questa scrittura. Ritroviamo qui la critica sartriana: ciò che è scritto nel passato decide e determina il corso dell’avvenire risucchiando la contingenza del soggetto in una necessità che risponde alla sola legge di una causalità lineare che esclude l’aleatorietà dell’imprevisto.

Il lavoro che Lacan intraprende già con Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi consiste invece nell’introdurre nell’inconscio freudiano un’altra temporalità. Il riferimento fondamentale ad Essere e tempo di Heidegger serve a Lacan per mostrare come la temporalità dell’esistenza non sia affatto uno scorrere del tempo dal passato verso il futuro. Non tutto è già scritto nel passato perché ciò che dà senso al divenire del soggetto è solo l’orizzonte dell’avvenire, il suo poter-essere (Sein-können) come direbbe Heidegger, poiché solo dall’orizzonte trascendente dell’avvenire il soggetto può significare ciò che è già stato. E’a partire da questa articolazione ek-statica della temporalità heideggeriana – la quale è debitrice profondamente della meditazione nicciana sulla storia svolta nella Seconda Considerazione inattuale – che Lacan può introdurre il potere della parola come potere di significazione della storia del soggetto; che avviene solo attraverso l’orizzonte dell’Altro verso il quale la parola è indirizzata. Il soggetto non dimora in un inconscio-baule, nell’inconscio-memoria archeologico, ma si produce ek-staticamente nella trascendenza della parola, poiché solo a partire da questa trascendenza può significare gli eventi del passato. La costruzione della parola non è qui ritrovamento di una scrittura originaria, sepolta come una città antica dal passato, ma riscrittura della storia del soggetto dove lo stesso ricordare appare come un’attività di costruzione. Mentre, allora, la costruzione freudiana mette in gioco il sapere dell’analista sulla verità storico-biografica del soggetto, la costruzione lacaniana della parola costruisce “sotto transfert” tout court l’inconscio stesso del soggetto producendo una memoria che non è più un deposito archivistico ma il risultato dell’intreccio tra la sedimentazione delle tracce significanti impresse dall’Altro e la loro rielaborazione soggettiva. In questo senso, l’analisi è un’esperienza dove il soggetto non si limita solo a ritrovare il peso determinante del suo passato, ma dove può dare un nuovo senso a ciò che è già stato, riscriverlo in una modalità inedita. Il “peso più grande” – secondo Nietzsche – il peso del passato non è aggirato ma assunto in una modalità etica che giunge sino a porre l’inconscio freudiano nel futuro, nell’avvenire, in quanto effetto della parola del soggetto.

Nell’ultimo insegnamento di Lacan, l’analisi non si riduce affatto ad una ruminazione del senso storico ma punta ad incontrare una verità che è, come afferma Lacan stesso nel corso del Seminario XVII, “sorella del godimento”, ovvero una verità che non può più essere concepita nei termini di una ricostruzione anamnestica del passato ma che si incontra nell’analisi come un nocciolo irrappresentabile, il quale va non tanto simbolizzato, ma assunto eticamente. In fondo, la storia di un soggetto – per come l’esperienza dell’analisi la rivela – è veramente una storia, ovvero una elaborazione di sapere che tiene conto di ciò che pur essendo al cuore di questa storia non ha rapporti di corrispondenza diretta con quanto è già avvenuto.

Non siamo lontani, in fondo, dall’interrogativo che Jean-Paul Sartre si poneva intorno a Gustave Flaubert ne L’idiota della famiglia: come può un idiota diventare un genio? Questo è effettivamente lo scandalo della libertà di fronte ad ogni determinismo, foss’anche quello dell’inconscio freudiano. Come può un essere umano, preso com’è nelle maglie dell’Altro, scritto e determinato dall’Altro familiare, storico, sociale, come può essendo integralmente costituito dall’Altro, essere libero di scegliere il destino che lo determina? Come si può, nei termini dell’ultimo Sartre, fare qualcosa di ciò che l’Altro ha fatto di noi stessi, ovvero scrivere la propria storia? Porre l’inconscio in avanti e non all’indietro – effetto della parola del soggetto e non di rinvenimento di oggetti sepolti – implica, in fondo, tener conto radicalmente dell’avvertimento di Nietzsche: “per agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto la luce, ma anche l’oscurità. Un uomo che volesse sentire sempre e solo storicamente, sarebbe simile a colui che venisse costretto ad astenersi dal sonno, o dall’animale che dovesse vivere solo ruminando e sempre per ripetuta ruminazione”.

http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/020331a.htm

http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/uomo.htm

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