L’analista anima e corpo

di Luciana Sica, repubblica.it, 24 aprile 2003

Una volta a François Truffaut chiesero come scegliesse un film. «Come le donne, d’istinto», rispose lui. Una battuta, ma non solo puro gusto del paradosso, perché è così, è d’istinto che si fanno tante cose più o meno importanti nella vita. D’istinto, ad esempio, si sceglie anche il proprio analista, spesso senza saperne niente, neppure la Scuola di appartenenza, e comunque ignorando totalmente di che “pasta umana” sia fatto. Eppure, proprio perché l’inconscio non è acqua, ci sono pochi dubbi sulla centralità dell’analista in quanto persona, così pochi che è questo il tema scelto per il congresso europeo di Sorrento. I relatori italiani e stranieri ne parleranno a modo loro, con un linguaggio spesso inaccessibile a noi profani. Ma intanto nessuno immagina più l’analista come uno “specchio”, un signore plumbeo ed enigmatico, afasico e sospettoso, pronto ad abbattere rimozioni e meccanismi difensivi da archeologo disseppellitore di un passato remotissimo. Ed è escluso che un analista valga l’altro solo perché appartiene alla stessa Società o perché ha avuto la stessa formazione.

Ci sono vari elementi che fanno la differenza nel lavoro clinico, e uno di questi – per niente secondario – è la stessa soggettività dell’analista. Personne s’intitola la relazione introduttiva di Domenico Chianese, presidente della Società psicoanalitica italiana e autore di un saggio raffinato come Costruzioni e campo analitico (uscito da Borla). Ed è lui, con la sua aria da ragazzo napoletano a dispetto dei 55 anni, a non consegnare certezze: «Siamo dentro a un paradosso irrisolvibile, perché di fatto – per dirla con la Sechaud – l’analista è personne, nell’accezione duplice che questa parola ha nella lingua francese, di persona e di nessuno. Si può anche ricorrere a Marc Augé che – definendo il concetto di persona – evoca le nozioni di personalità e di personaggi. Questo cade a pennello per l’analista che diventa un personaggio determinato dal transfert del paziente, dalla riproduzione di relazioni affettive che risalgono all’infanzia, dalla proiezione di fantasie inconsce». Transfert: non si può evitare questa parola tecnica che – come spiega lo stesso Chianese – è comunque per Freud un “fenomeno umano generale”, una specie di perdita della propria libertà nei confronti dell’Altro, quell’immaginaria idealizzazione che si stabilisce con il leader, con l’amato, con il maestro. E ovviamente con l’analista. Ma in questo caso, c’è da chiedersi quanto – nella stessa attivazione del transfert – entrino in gioco certi elementi esterni che attengono al corpo (l’aspetto fisico, l’età, il sesso) e all’essere dell’analista, alla sua verità umana più profonda e più nascosta che il paziente sa cogliere con misteriosa puntualità. Nella comunità psicoanalitica, dove sono caduti dogmi e tabù, e non sembra ci siano più santuari dove si svolgano riti esoterici, questo è uno dei temi su cui vistosamente affiorano posizioni e sensibilità diverse. «Un bravo analista – dice Chianese – è uno capace di essere se stesso mantenendo però la giusta distanza da se stesso, uno sempre in grado di “uscire di scena”.

L’elemento centrale della sua persona è il costante contatto durante la vita con l’inconscio, e dunque la sua mente e il rapporto con i propri affetti. Siamo soggetti in trasformazione: dobbiamo comprendere come stiamo cambiando e quanto questo può incidere nella relazione col paziente. Gli elementi esterni entrano in gioco per le vie privilegiate che assume il transfert. Ne sono convinto, anche per quello che riguarda la mia esperienza: via via che passano gli anni, sono sempre meno un fratello dei miei pazienti e sempre più un padre che li accompagna». Ma nella stanza d’ analisi quanto conta, oltre all’età, il genere sessuale, il corpo dell’analista donna? Una buona, o forse una pessima domanda per Lorena Preta, direttrice di Psiche (l’ultimo numero, uscito dal Saggiatore, è intitolato “Figure della mente”). Osiamo dirlo: la Preta non è solo un’analista affermata, ma anche una bella donna. Sarà un elemento davvero così irrilevante? «La vicenda analitica – dice lei – adotta una riproposizione e allo stesso tempo una sospensione del corpo. La sessualità, i caratteri personali sono sempre in scena, ma a diversi livelli e a seconda delle circostanze comunicative, e la differenza di genere finisce a volte in primo piano e a volte sullo sfondo. Come analista mi sento esposta, ogni volta in seduta, proprio in prima persona, ma senza dimenticare che l’analisi è soprattutto un intreccio di eventi interni tra due persone».

A Sorrento Lorena Preta ha invitato Giulio Giorello e Paolo Fabbri a un incontro con i direttori delle riviste europee di psicoanalisi, e intanto un analista italiano sarà – da settembre – l’editor per l’Europa dell’International Journal of Psychoanalysis. Succede per la prima volta e non sorprende che l’incarico sia stato affidato a Antonino Ferro, conosciuto com’è all’estero: il suo ultimo libro, Fattori di malattia fattori di guarigione (Cortina), sta per uscire in inglese, francese, spagnolo e portoghese. E’ bella la relazione conclusiva di Ferro a Sorrento, quasi un modello per limpidezza concettuale e capacità di restituire l’ intensità dell’esperienza analitica. Qui dice: «Bisogna intendersi su cosa vuol dire la persona dell’analista. Io sono soprattutto interessato alle specifiche caratteristiche del suo funzionamento mentale in seduta, e dunque a una delle variabili del processo analitico. Il modo di funzionare (o disfunzionare) dell’analista dipende da una serie di fattori come la qualità del suo assetto interno, la capacità di ricevere le emozioni del paziente, di porsi sulla stessa lunghezza d’onda, di mettersi in gioco o anche di modulare il proprio narcisismo. Ma fanno la loro parte anche una serie di contingenze, comprese le vicende esistenziali. L’analista ha forse qualche strumento in più per evitare che la propria sofferenza tracimi verso il paziente, in ogni caso il suo funzionamento mentale è tra i fattori di guarigione e dunque è necessaria una manutenzione di questo strumento, anche ricorrendo – qualora ce ne fosse bisogno e come del resto suggeriva Freud – a una tranche di analisi».

Quel che conta è la mente dell’analista nella sua relazione profonda con il paziente, mentre scarsissimo rilievo avrebbero certe sue caratteristiche esterne, visto che il motore dell’analisi è in ogni caso il transfert. E qui Ferro riporta un aneddoto molto spiritoso: un ottimo candidato, tutt’altro che avvenente, raccontava a Luciana Nissim di una sua paziente ammaliata da uomini bellissimi, con chiari riferimenti al proprio analista. «Potenza del transfert!», fece lei, guardando con malcelato stupore il valente giovanotto “in supervisione”. Ed è ancora Ferro a ricordare la battuta di un’analista che, dovendo scegliere per una carica societaria tra un uomo e una donna, disse: «Essendo femminista, voto per il collega maschio perché lo trovo molto più femminile della collega femmina». Un modo intelligente, e direi realistico, per declinare il femminismo oggi. Ma è sul transfert che torna a insistere Sarantis Thanopulos, cinquantenne molto apprezzato, segretario scientifico a Napoli, tra gli autori di Stati caotici della mente, un saggio curato da Luigi Rinaldi e appena uscito da Cortina. «Non ha tanto importanza – dice – se io sia greco o turco, uomo o donna, giovane o vecchio, ma se ciò che sono lo sono in modo autentico. Il paziente ha bisogno di scovare, dentro di me, senza chiedermi il permesso, la generosità e l’ avarizia, la sensibilità e l’ottusità, l’amore e l’odio perché lui possa tirare fuori ciò che ha dentro, per esprimere la sua verità privata e rinnovare la sua esistenza. Esiste una certa tendenza a sopravvalutare le qualità “relazionali” dell’analista, requisiti piuttosto ovvi e generici come l’empatia, il calore o l’immediatezza del contatto che possono scivolare in atteggiamenti paternalistici e presuntuosi bloccando ogni processo di crescita». Un rischio da evitare, per Thanopulos, è associare le qualità personali dell’analista ai buoni sentimenti. Non è questo che serve: «L’analista non deve innamorarsi né dei suoi strumenti né del suo modo di essere come persona, ma accettare l’uso originale e anche relativamente arbitrario che il paziente fa di lui. Una volta Winnicott scrisse che l’analista deve fare cose che non rientrano nella specificità del suo lavoro, e le deve fare perché servono al paziente. Ma non intendeva esaltare il rapporto “diretto e personalizzato”, il suo era piuttosto un preciso invito all’umiltà».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/04/24/analista-anima-corpo.html

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