… E ANCHE FREUD NON SI SENTE TROPPO BENE (2006)

A 150 anni dalla nascita del padre della psicoanalisi, che cosa rimane di una disciplina che ha segnato come una lingua comune la cultura del XX secolo?

di Gianni Vattimo, lastampa.it, 18 gennaio 2006

Se applicassimo a Freud, intendo al nome «Freud», il metodo delle libere associazioni che è uno dei ferri del mestiere dei suoi discepoli, che cosa ne verrebbe? Credo che intanto emergerebbero dalla nostra memoria tutte le battute e le spiritosaggini che, come un’ombra di dubbio e di diffidenza, o come mezzi di difesa, hanno accompagnato la psicoanalisi per una gran parte della sua storia trionfale nel secolo ventesimo. Tipo: la psicoanalisi è solo l’ultima risorsa prima di Lourdes (una battuta, si dice, dello stesso Freud). Oppure: ero alcolizzato e pieno di sensi di colpa; adesso sono in analisi, bevo ancora come una spugna ma non mi sento più per niente colpevole. Poi però potrebbero venirci in mente altri ricordi più seri. Per me, per esempio, un incontro a San Francisco, già una ventina di anni fa, durante il quale un’amica analista mi confessava di temere la disoccupazione, visto che ormai tutti ricorrevano alle pillole per combattere, non di rado con successo, varie forme di disagio e malessere psichico. Quest’ultima idea è quella che mi impressionò di più. Anche perché si accompagnava con una insofferenza che avevo già cominciato a provare, contro la mitizzazione del percorso nel profondo, una sorta di vera e propria «conversione» che mi sembrava costituire la base della ideologia psicoanalitica: se non ti sobbarchi alla lunga e costosa impresa di un’analisi (una o due volte la settimana? No, almeno tre sedute, di meno non è serio. E possibilmente presso un analista che stia lontano, anche il disagio del viaggio è utile alla cura..) non verrai mai a capo dei tuoi mali.

Già, ma quali mali? L’analista non prenderà mai in cura uno schizofrenico, non si impiccerà con malattie psichiche gravi, curerà al massimo le nevrosi ma non certo le psicosi. Si potrebbe persino vedere nella psicoanalisi una esplicita testimonianza di quel che si dice anche della medicina, cioè che cura principalmente i sani, se sono malati è già troppo tardi, può solo tagliar loro via qualche pezzo. Tutte queste (e altre simili) idee mi sembravano orientate verso una concezione «secolarizzata» della vita psichica, che intanto mi si andava formando anche su basi filosofiche; dove il termine di secolarizzazione era appropriato anche in considerazione del fatto che i sostenitori del «percorso nel profondo» erano ormai quasi soltanto, insieme con gli analisti, i preti e i confessori. La fatica e la vera e propria sofferenza dell’analisi corrispondevano fin troppo bene al «dolorismo» che permea ancora molta spiritualità cattolica, che quando deve manifestare stima e rispetto per qualcuno dice spesso che «ha sofferto molto». L’ideologia delle comunità di recupero dei tossicodipendenti era pericolosamente vicina a tutto questo, un misto di dolorismo, residui spesso mal digeriti di cultura psicoanalitica, anche talvolta interesse materiale di prolungare la cura, giocati contro le più sane visioni antiproibizioniste favorevoli alla riduzione del danno senza pretese di redenzione definitiva. Niente Muccioli, porcilaie, una dipendenza dal guru (o dall’analista) sostituita a un’altra dipendenza..

L’aria che si respira oggi intorno alla psicoanalisi, a 150 anni dalla nascita di Freud, non è tanto lontana dalla visione «secolarizzata» di essa che si esprime, malamente e approssimativamente, in riflessioni come queste. Se non si applica completamente anche ad essa la famosa battuta “«io è morto, Marx è morto…» con quel che segue, è però vero che, come il marxismo, anche la psicoanalisi ha perso la sua aura di koiné, di lingua o dogma comune di una certa fase della nostra cultura, per diventarne una componente, certo imprescindibile, ma piuttosto nel ruolo di un classico che nessuna persona colta può permettersi di ignorare. Una tale trasformazione della fisionomia culturale della psicoanalisi corrisponde a molteplici cambiamenti che ne toccano sia lo status scientifico in senso stretto, sia la posizione nell’ambito generale delle scienze umane. Quanto a quest’ultima, è constatazione comune che in molti ambienti la presenza delle idee di Freud è ormai largamente confinata al campo delle critica letteraria e artistica, della storia delle idee, della sociologia e anche della teoria politica. E quanto allo statuto scientifico, da un lato – soprattutto sul versante europeo – si sono andate sviluppando scuole di pensiero che l’hanno sempre più strettamente legata alla filosofia (si pensi a Lacan e ai suoi debiti verso Hegel, Heidegger, Kojève) isolandola progressivamente da ogni contatto con gli studi positivi e sperimentali di psicologia e psichiatria; mentre sul versante nordamericano il metodo psicoanalitico si è variamente contaminato con approcci meno ortodossi: abbiamo tutti visto nei film americani sedute analitiche in cui il paziente sta di fronte al terapeuta, che discute con lui e lo aiuta a capire i propri sintomi ma insieme gli suggerisce soluzioni e modifiche del suo comportamento. Niente di simile al lettino con l’analista seduto dietro – Lacan, disse una volta Ricoeur più o meno per scherzo, sbriga la sua corrispondenza mentre il paziente parla. Ma, come in altri casi di secolarizzazione, tutte queste trasformazioni non equivalgono affatto a una presa di congedo da Freud e dalle sue teorie, sono anzi un segno della loro vitalità e capacità di ispirare sviluppi ulteriori e nuovi usi terapeutici. Così, persino nel recente Livre noir de la psychanalyse (ed. Les Arènes), composto di saggi di una trentina di autori che si propongono di mostrare come «vivere, pensare e stare meglio senza Freud», non poche pagine suggeriscono una possibile collaborazione tra l’approccio analitico classico e l’uso degli psicofarmaci più recenti, che Freud non poteva conoscere.

In effetti, a parte la «culturalizzazione» della psicoanalisi, per la quale essa è divenuta patrimonio comune non solo del linguaggio quotidiano (chi di noi, ormai, non usa termini come «lapsus freudiano»?), ma delle scienze umane in generale, ciò che sembra aver scosso profondamente l’edificio psicoanalitico (con effetti non ancora tutti espliciti) sono le neuroscienze, con la loro capacità di studiare sperimentalmente il cervello e i suoi movimenti. Nel citato libro nero, ci sono persuasivi (ci pare) argomenti che giungono addirittura a negare la teoria freudiana dell’inconscio. Il quale si formerebbe anzitutto come deposito delle pulsioni rimosse, che riemergono nei sogni e nei sintomi nevrotici. Ma sembra sia stato dimostrato sperimentalmente (misurazioni di millisecondi) che in un atto semplicissimo come il sollevare una mano, la preparazione dell’atto nei neuroni accade ben prima che la coscienza lo registri come rappresentazione e muova il muscolo corrispondente. (E allora la coscienza non può cacciare niente nell’inconscio, il gioco è già fatto prima che essa se ne accorga). Se, come parrebbe da questo esempio, l’attività psichica è essenzialmente inconscia (J. Proust, nel volume citato), la teoria freudiana dell’inconscio, su cui poggia tutto l’edificio della psicoanalisi, dovrebbe essere messa da parte. Forse gli psichiatri e i terapeuti potrebbero farne a meno nella loro attività clinica, affidandosi ai farmaci; noi «laici», e tutta la nostra cultura, difficilmente la dimenticheremo.

http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=53&ID_articolo=30&ID_sezione=78

http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=6737099

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