Galimberti: “Quel che resta di Freud” (2006)

Finito il tempo delle terapie alternative, c’è voglia di tornare ai maestri. Ma i disagi degli individui sono cambiati, e servono nuove regole

di Umberto Galimberti d.repubblica.it, 21 gennaio 2006

Sembra sia in fase di esaurimento la moda delle terapie brevi (quattro o cinque incontri perché ho bisogno di parlare), delle terapie via Internet o via telefono (per avere un paio di consigli intorno a un problema che non si sa come affrontare). Sembra anche in via di esaurimento l’entusiasmo per le terapie alternative, dall’ippoterapia alla musicoterapia, alle tecniche di rilassamento, ai massaggi dai mille nomi e dalle mille varianti. E in questo svaporare delle illusioni (ci si mette trent’anni a rovinarsi e poi si pretende di guarire in tre settimane) sembra riprenda quota l’antica pratica della psicoanalisi con tutto il suo rigore e la sua serietà. Non c’è che da compiacersene, se è vero che non si ottiene alcun risultato apprezzabile seguendo le scorciatoie che la cultura della facilitazione ci ha da qualche decennio abituato.

Ma, tra l’antica frequentazione degli studi psicoanalitici e la nuova frequentazione a cui oggi si assiste, qualcosa è radicalmente cambiato, perché la cultura americana dell’efficienza, della visibilità, del successo ha contagiato anche noi europei, trasformando a tal punto la qualità della sofferenza psichica, da modificare la forma stessa della nevrosi, per come l’abbiamo conosciuta leggendo i testi di Freud e dei suoi ortodossi ed eterodossi seguaci. Di questa trasformazione è bene che gli psicoanalisti se ne rendano conto per non fallire gli incontri con i loro “nuovi” pazienti. La psiche, infatti, non è qualcosa di immutabile, ma di profondamente immerso nella storia, da cui si lascia contagiare fin nelle sue più intime pieghe. E allora è inevitabile, per seguire l’anima nei suoi percorsi, ora lineari ora tortuosi, diventare sensibili alla storia.

Si prenda ad esempio il concetto di “nevrosi” che, come Freud ce l’ha descritto, è un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Come conflitto, la nevrosi trova il suo spazio espressivo in quella che potremmo chiamare la “società della disciplina” com’era quella di Freud, che si alimenta della contrapposizione permesso/proibito. Una macchina che regolava l’individualità fino a tutti gli anni Cinquanta e Sessanta. Poi, a partire dagli anni Settanta, per l’influenza della cultura americana, la contrapposizione tra il permesso e il proibito tramonta, per far spazio a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il possibile e l’impossibile.

Che significa tutto questo agli effetti del disagio psichico? Significa che nel rapporto tra individuo e società, la misura dell’individuo ideale non è più data dalla docilità e dall’obbedienza disciplinare, ma dall’iniziativa, dal progetto, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L’individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo centrale delle sofferenze psichiche), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato, guadagnando, per effetto di quella valutazione, un adeguato o inadeguato concetto di sé. In questo modo dagli anni Settanta in poi il disagio psichico ha cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione con conseguente senso di colpa, ma in uno scenario sociale dove non c’è più norma perché tutto è possibile, il nucleo depressivo origina da un “senso di insufficienza” per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso.

Questo mutamento strutturale della sofferenza psichica si segnala anche nella sintomatologia dove la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa passano in secondo piano rispetto all’ansia, all’insonnia, all’inibizione, in una parola alla fatica di essere se stessi. E questo perché in una società dove la norma non è più fondata, come in passato, sull’esperienza della colpa e della disciplina interiore, ma invece sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, sull’autonomia nell’azione, il disagio psichico tende a configurarsi non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una “patologia dell’azione”, e il suo asse sintomatologico si sposta dalla tristezza all’inibizione, alla perdita di iniziativa, in un contesto sociale dove “realizzare iniziative” è assunto come criterio decisivo per misurare e sigillare il valore di una persona. Di qui la corsa ai nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l’insonnia e l’ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l’inibizione dell’azione, il senso di fallimento e di scacco. Fattori questi che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi.

Per effetto di questo mutamento delle attese sociali oggi il disagio psichico non si presenta più come un conflitto e quindi come una nevrosi, ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell’impossibile. E quando l’orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie della sofferenza psichica non è più: “Ho il diritto di compiere quest’azione?”, ma “sono in grado di compiere quest’azione?”. Quel che è saltato nella nostra attuale società è il concetto di “limite”. E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con l’immagine che la società richiede a ciascuno di noi. E la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e dell’iniziativa, o anche sul piano del mancato sfruttamento di una possibilità, amplifica i confini della sofferenza e dell’inadeguatezza che i modelli sociali dominanti rendono ancora più dolorose, talora insanabili. Se la serietà della psicoanalisi sembra avere oggi la sua rivincita sulle terapie brevi, per non dire “fai da te”, analoga serietà si richiede alla psicoanalisi nel seguire i cambiamenti avvenuti negli ultimi trent’anni nella nostra storia circa il modo di concepire l’individuo e le possibilità della sua azione.

Il primo cambiamento s’è registrato verso la fine degli anni Sessanta quando la parola d’ordine dell’intero continente giovanile era: “Emancipazione” all’insegna del “tutto è possibile”, per cui: la famiglia è una camera a gas, la scuola una caserma, il lavoro un’alienazione, e la legge uno strumento di sopraffazione di cui ci si deve liberare (“vietato vietare”). Una libertà di costumi fino allora sconosciuta si coniuga a un progresso delle condizioni materiali, e nuove prospettive di vita diventano una realtà tangibile nel corso del decennio. Se la follia, nel comune sentire dei primi anni Settanta, appare come il simbolo dell’oppressione sociale e non più come una malattia mentale, questo è appunto dovuto al fatto che tutto è possibile: il pazzo non è malato, è solo diverso, e soffre proprio per la mancata accettazione della sua diversità.

Su questa cultura preparata dal Sessantotto, ma che il Sessantotto aveva pensato in termini sociali, si impianta, per uno strano gioco di confluenza degli opposti, la stessa logica, di importazione americana, giocata però a livello individuale, dove ancora una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di performance, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, anzi con il concetto di limite spinto all’infinito, per cui oggi siamo a chiederci: qual è il limite tra un ritocco di chirurgia estetica e la trasformazione in androide di Michael Jackson, tra un’abile gestione dei propri umori attraverso farmaci psicotropi e la trasformazione in robot chimici, tra il riconoscimento dei diritti degli omosessuali e il diritto all’adozione, tra il diritto alla salute e al prolungamento della vita e la manipolazione genetica? E questo solo per fare degli esempi che dimostrano come le frontiere della persona e quelle tra le persone determinano un tale stato d’allarme da non sapere più chi è chi.

Come scrive Augustin Jeanneau in Les risques d’un’epoque ou le narcissisme du dehors (1986): “La liberazione sessuale ha sostituito la preoccupazione di sbagliare con la preoccupazione di essere normali”. Espressione sintomatica del cambiamento non dissimile da quella segnalata da Vidiadhar S. Naipaul, Alla curva del fiume (1979): “Non potevo più rassegnarmi al destino. Il mio destino non era di essere buono, secondo la nostra tradizione, ma di fare fortuna. Ma in che modo? Che cosa avevo da offrire? L’inquietudine cominciava a mangiarmi dentro. E allora psicofarmaci, amici miei, o se preferite cocaina”. Qui è possibile cogliere un parallelismo che approda alla complementarità. Oggi, sia il disagio psichico sia la tossicodipendenza, per differenti che possano apparire, esprimono la patologia di un individuo che non è mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di identità, perché troppo indeciso, troppo titubante, troppo ansiogeno, per cui di-sagio psichico e tossicodipendenza sono come il diritto e il rovescio di una medesima patologia dell’insufficienza. Il vissuto di insufficienza, causa prima della sofferenza odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga. Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il “tutto è possibile” e il “tutto è permesso”. Essi radicalizzano la figura dell’individuo sovrano, e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l’individuo si assegna. Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato dalle industrie farmaceutiche contro la sofferenza psichica alimentano l’immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi della tossicità delle droghe o gli effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della sofferenza, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati, accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali. In questo senso possiamo dire che il rimedio farmacologico è peggio del male, perché, mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione delle norme di società a cui fanno più comodo – e non è scoperta di oggi – robot depersonalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita e sulla fatica di vivere. Nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della follia, Nietzsche annunciava profeticamente l’avvento dell’individuo sovrano “riscattato dall’eticità dei costumi”.

Oggi a cento anni dalla morte di Nietzsche possiamo dire che l’emancipazione ci ha forse affrancato dai drammi del senso di colpa e dallo spirito di obbedienza, ma ci ha innegabilmente condannato al parossismo dell’efficienza, dell’iniziativa e dell’azione. E così la fatica depressiva ha preso il sopravvento sull’angoscia nevrotica. Se oggi i pazienti abbandonano la scorciatoia illusoria delle terapie brevi e tornano alla serietà della psicoanalisi, è bene che gli psicoanalisti, oltre a inabissare lo sguardo nell’interiorità dell’anima, lo sollevino anche per dare un’occhiata al sociale, la cui trasformazione potrebbe suggerire loro che la sofferenza psichica forse non è più pensabile, come un tempo, in termini di tristezza e sensi di colpa, bensì in termini di capacità e incapacità. La capacità di essere se stessi al di là delle richieste sociali di efficienza, iniziativa, rapidità di decisione e di azione, di cui non è dato scorgere il limite. E l’angoscia cresce.

http://d.repubblica.it/dmemory/2006/01/21/attualita/attualita/039fre48339.html

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