Massimo Fagioli, la sinistra, la psicoanalisi (2006)

Ritorna Massimo Fagioli. Metto la Sinistra sul lettino

«L’opposizione soffre ancora per la morte del comunismo. E per curarsi deve tornare ai valori della Rivoluzione francese»

di Valeria Gandus, Panorama, 10 marzo 2006

Negli anni settanta incantò migliaia di giovani convogliando i loro sogni rivoluzionari in grandi sedute psicoanalitiche di massa. I colleghi lo chiamarono eretico. Ma ben presto come tutte le polemiche. anche quelle sullo psicoanalista Massimo Fagioli si esaurirono. Per riaccendersi qualche anno dopo. quando il suo nome tornò alla ribalta accanto a quello del regista Marco Belloccbio: il rapporto psicoanalista-paziente si era infatti esteso ai set dei film diretti dal regista fino a far parlare di plagio. «Menzogne. Stupidità» replica ancora oggi stizzito Bellocchio. Il diavolo in corpo fu l’ultimo film che il regista girò in collaborazione con lo psicoanalista. Ma il rapporto fra loro continua. Cosi come non sono mai cessate le grandi sedute collettive, che oggi si tengono a Roma nella sala (120 metri quadrati) approntata all’uopo. E tutto sarebbe andato avanti così, senza clamore, se nelle ultime settimane altri nomi noti, questa volta della politica (Fausto Bertinotti) e dell’editoria (Ivan Gardini), non fossero stati accostati al suo. Così Fagioli è tornato a essere il guru che con il suo carisma influenza, se non determina, la svolta non violenta del leader di Rifondazione. Lo stesso che pochi giorni fa ha provocato l’allontanamento, dopo appena un numero, di Adalberto Minucci e Giulìetto Chiesa, direttore e condirettore di Left, settimanale di sinistra nato dalle ceneri di Avvenimenti.
Fagioli, ci risiamo è tornato il guru….
Si, purtroppo il Corriere della sera è tornato a definirmi così. Ma è stata l’unica sbavatura: questa volta, a differenza del passato. mi ha trattato con rispettosa attenzione. Chissà perché. Non è difficile da capire: qui non siamo sul set dl un film ma in piena campagna elettorale. Già, un momento cruciale per la sinistra; in preda a sbandamenti pericolosi. invece di risorgere rischia di prendere strade che la porterebbero all’estinzione.
Facciamo che la sinistra italiana sia una sua paziente. Faccia la diagnosi e dia la cura.
Ma non è una cosa seria!
Diciamo che è un gioco serio. Per esempio: la sinistra sembra soffrire della sindrome di personalità multiple…
In effetti la morte del comunismo (e che sia defunto sono d’accordo tutti, anche Bertinotti) ha causato reazioni diverse. Dopo questo fallimento, tutti vorrebbero fare risorgere la sinistra. Ma la maggioranza, e cioè gli ex comunisti diventati Ds, sembra orientata ad andare verso la fondazione del cosiddetto partito democratico, che avrebbe molto in comune con i valori del Cristianesimo e poco o nulla con quelli della sinistra. Gli altri, quel 7 per cento di Rifondazione e quel 2,5 per cento dei Comunisti italiani, vorrebbero invece tenere ferma la barra a sinistra, ma ciascuno a suo modo. Poi c’è l’altro 2,5 per cento dei radicali, che a sinistra hanno voluto tornare ma con valori diversi da quelli di Francesco Rutelli o Clemente Mastella e pure di Bertinotti e Oliviero Diliberto.
E qui arriva il suo turno: come si cura questa sinistra divisa?
E che c’entro io? Posso solo offrire idee a chi, come Bertinotti, Piero Sansonetti o Rina Gagliardi, ha espresso interesse per le mie teorie. Per esempio quella che denuncia la truffa storica di Sigmund Freud con la sua «scoperta» dell’inconscio: l’ha chiamato così in quanto, appunto, inconoscibile. Io sostengo invece che è conoscibilissimo perché non è anima spirituale e non è oggetto di fede ma di ricerca. E quel che manca a sinistra è proprio la ricerca di nuove strade utili a perseguire gli ideali della rivoluzione francese.
Libertà, uguaglianza, fraternità, siamo sempre lì.
Sì, perché quei principi fondamentali sono stati affrontati da un punto di vista giuridico. E l’irrazionale del sogno utopistico che diventa razionale è fallito. Quindi bisogna ricominciare da capo, ritrovare lo spinto del socialismo delle origini.
Non l’aveva già detto Bettino Craxi, qualche decennio fa. quando teorizzò il ritorno al socialismo utopistico di Pierre Joseph Proudhon?
Brava. Ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la storia italiana. Craxi ha avuto l’intuizione, ma non la teoria. È quello che dico sempre a Bertinotti.
Lei una teoria ce l’ha?
La mia teoria della nascita dice che tutti gli esseri umani nascono uguali, con la propria immagine e il proprio pensiero. Non si diventa uguali grazie al comunismo o alla fede. Per creare una società di uguali, e dove la parola libertà non stia a significare solo libertà commerciale, bisogna confrontarsi con la realtà umana, dove ogni soggetto, unico e originale, si confronta dialetticamente con i diversi sulla base del fondamentale rapporto uomo-donna, ignorato dall’illuminismo e dal marxismo.
A sinistra nessuno s’è mai occupato della realtà umana?
Purtroppo no. Se n’è occupata, invece, la Chiesa, ma appellandosi a valori diversi. Valori che una parte consistente della sinistra, in mancanza di un’elaborazione originale, vuole fare propri: che cos’è il partito democratico se non uno strisciante ritorno a don Luigi Sturzo e alla Dc? Per contro, il vecchio comunismo ufficialmente ateo, quello che considerava reato essere cristiani, non ha mai affrontato la dimensione religiosa della realtà umana. Il principio «siamo tutti fratelli, siamo tutti uguali» dovrebbe essere una concezione d’amore. Amore cristiano, cioè assistenza, per i credenti. Un amore che riesca a far realizzare a tutti gli esseri umani la propria identità per i laici.
Ma nell’Unione non a sono anche i radicali di Marco Pannella. I primi e per lungo tempo solitari paladini del primato della non violenza?
Sì, e condivido le loro battaglie per i diritti civili: ieri il divorzio e l’aborto, oggi l’abolizione del Concordato e la difesa della scuola pubblica. Ma quando si tratta di socialità, di riscatto delle classi più deboli, non ci stanno. Sono diversi, hanno un’origine liberale che non si concilia con il socialismo.
Nessun cedimento alla Chiesa, al liberalismo, al comunismo: ma a chi e a che cosa deve guardare il «paziente», cioè la sinistra, per guarire?
Alla realtà umana, ai rapporti fra uomini e donne. Con uno sguardo rigorosamente laico. Si può, si deve. Anche chi è credente può farlo. Prodi, per esempio, è molto più laico di tanti politici più a sinistra di lui.

Lo psicoanalista d’assalto. Fagioli alla Bertinotti 

C’è un nuovo capitolo della pirotecnica vita del guru dell’anima: il colpo di fulmine con il leader comunista

di Stefania Rossini, L’Espresso, 10 marzo 2006

Chi l’avrebbe detto che Massimo Fagioli avrebbe ritrovato la strada della politica in così tarda età e con tanto fracasso mediatico? Chi poteva immaginare che il suo incomprensibile carisma avrebbe compromesso il rilancio del settimanale “Left-Avveninenti”, consumato nel giro di due numeri in livide battaglie intestine, risolto con il licenziamento dei due direttori e con il suo personale trionfo?
Erano almeno vent’anni che Fagioli operava quasi in clandestinità, dimenticato dai giornali, ignorato come sempre dal mondo scientifico, venerato soltanto da un fedelissimo gruppo di adepti, che si componeva via via di reduci dei movimenti giovanili in cerca di senso, di cineasti in cerca di pace, di architetti in cerca di ispirazione. Lui, psicoanalista eretico che si era conquistato la notorietà dando dell’imbecille a Freud e conducendo mastodontiche assemblee di cosiddetta “analisi collettiva”, non aveva perso la grinta, ma certo non aveva più trovato la presa su un pubblico vasto.
Finita la stagione dei movimenti, dove gli era sembrato possibile dirigere le anime di affaticati reduci della sovversione, logorata dall’abitudine la lunga unione con Marco Bellocchio, che aveva tallonato sul set di tutti i film, lo psichiatra si era dato alle arti varie, firmando mobili, sculture, piazze, fontane e disegnando persino un edificio a uso abitativo. Come Leonardo da Vinci, lo consolavano i fedeli, ma lui vivacchiava: la grandeur dei giorni migliori sembrava persa per sempre.
Poi, l’incontro fatale che gli cambia la vita e lo riporta in orbita. È uno di quegli incontri che non ti aspetti più e che proprio per questo sono più intensi, come gli amori tardivi che riaccendono i perduti sensi. In casa di amici, una sera dcl 2004, Fagioli conosce Fausto Bertinotti. I due si annusano un po’, scrutano le idee reciproche, si piacciono. Sono due grandi seduttori e si seducono a vicenda. Bertinotti, alle prese con il mutamento della politica e con la meditazione sui testi di San Paolo, ha grande sensibilità per i nuovi linguaggi. Fagioli gliene fornisce a iosa, da apparentemente nuovi, come ‘l’inconscio mare calmo” di sua personale invenzione (una specie di fantasia ricordo originata dal rapporto del feto con il liquido amniotico) alle triade Liberté, Égalité, Fraternité, che proprio sua non è, ma che lui ha risciacquato in acque psichiche.
Per qualche tempo la nuova talpa scava in silenzio nella coscienza del leader comunista. Poi, a novembre dello stesso anno, i primi frutti. Davanti a un’affollata pia-rea di fagiolini (così vengono chiamati i seguaci dello psichiatra) in cui è stato coinvolto anche il vecchio Pietro lngrao, Bertinotti presenta un suo libro ed esalta per la prima volta la non violenza, senza alcuna riserva per la propria tradizione politica. 11 dado è tratto e lo psichiatra già ne gongola.
Ma il compimento dell’incauto salto dalla “Lettera ai romani” alla “Teoria della nascita e castrazione umana” (fondamentale e indecifrabile saggio di Fagioli del 1971) si consuma a luglio del 2005, quando il leader comunista sceglie l’elegante libreria al centro di Roma Amore e Psiche, disegnata dallo stesso Fagioli e suo luogo di culto personale, per annunciare con linguaggio desiderante la partecipazione alle primarie dell’Ulivo. Al termine Fagioli lo abbraccia e lo spinge verso la folla gridando: «Votatelo! E vostro!». Ai cronisti dirà più pacatamente: «Lui stesso lega la scelta della non violenza alle mie teorie».
La confusa vicenda di “Left-Avvemmenti” è così la quasi inevitabile conseguenza di questo incontrastato amore. Un nuovo editore, Ivan Gardini, che non si dice fagiolino, un nuovo direttore editoriale, Luca Bonaccorsi, che scriveva su “Liberazione”, organo del partito di Bertinotti, e che ritiene Fagioli «una delle voci più originali nel dibattito sui valori della nuova sinistra» mettono in pagina senza avvertire il direttore Adalberto Minucci, né il condirettore Giulietto Chiesa, una rubrica del vecchio psichiatra. Vi si parla di politica e religione, ma ci sono anche pillole di teorie personali, come quella che colloca l’inizio della vita nel momento in cui la luce stimola la retina. Ne nasce uno scandalo di modi e contenuti da cui escono scontenti tutti. I due direttori che si dimettono, sospettando una segreta liaison con Rifondazione comunista, ma anche i due editori che difendono la qualità del pensiero fagiolìano senza convincere nessuno e vedono scappare collaboratori come Vauro, Emergency, Nando dalla Chiesa e Marco Travaglio.
L’unico vincitore è proprio il vecchio guru che mantiene la rubrica e rivendica esplicitamente la paternità del rinnovamento del settimanale: «Certo, il progetto editoriale è loro, ma si lega alla mia ricerca psicoanalitica, è chiaro». Anche l’acronimo Left gli apparterrebbe, come riferimento alle parole chiave della Rivoluzione francese, più la “T” che sta per trasformazione e che viene da Marx, il quale però ultimamente non gode più i suoi favori. In verità, anni fa gli aveva attribuito l’inedito merito di «aver intuito la psicoanalisi», ma la caduta del Muro deve aver rimescolato i principi.
Ora, per capire se Bertinotti è davvero nei guai psicoideologici e se gli riuscirà facile sciogliersi dall’abbraccio di questo curioso affabulatore del secolo scorso, vale la pena di ripercorrere brevemente le tappe del suo pensiero e del suo istrionico cammino. Non è impresa difficile perché, arrivato all’età di 75 anni, Fagioli ha ripetuto all’infinito i punti chiave della sua ricerca, mentre è di questi giorni il suo quinto saggio intitolato semplicemente, come si addice ai grandi, “Lezioni 2002”.
I primi saggi, quelli fondativi, avevano invece titoli più fantasiosi come “Istinto di morte e conoscenza” o “La marionetta e il burattino”. Contenevano formule di non sense psicoanalitici e picconate così forti all’edificio freudiano che, nel 1975, gli costarono l’espulsione dalla Società psicoanalitica italiana, insieme al discepolo Antonello Armando. Troppa severità, si disse, ma non doveva esser facile per i paludati psicoanalisti dell’epoca tenersi uno che chiamava Freud lo scemo che non aveva capito niente e che spiegava così la “pulsione di annuIlamento” sua scoperta fondamentale: «Fa di ciò che è ciò che non è, cioè non esiste, e fa di ciò che è stato ciò che è».
L’espulsione segnò però l’inizio della fortuna mondana di FagioIi. Essere invisi al cosiddetto «potere borghese e normalizzante» era già una patente di sinistra e il nostro ne fece un’arma di seduzione per anime erranti orfane di ideologia. Riempì così mastodontiche assemblee dove distribuiva interpretazioni alla ventura su sogni, lapsus e manchevolezze, fustigando con violenza quelle che considerava «le tre streghe»: l’invidia, la bramosia e la fantasia di sparizione. Tutti sembravano capire quello che diceva, tremavano e invocavano salvezza e verità attraverso un continuo grido ritmato “Massimo, Massimo!”, che stringeva il cuore all’osservatore non incantato.
Trent’anni dopo, le ideologie sono ormai parolacce, ma i seminari, che lui paragona a «scopate liberatorie», sopravvivono anche se più quieti, mentre il nostro fa incursioni in altre discipline. Con Bellocchio scrive sceneggiature e si insinua nelle regie, come durante le riprese del “Diavolo in corpo” quando si rende inviso alla troupe per via di suggerimenti invasivi e troppo sboccati persino nel mondo del cinema. Con Paola Rossi, architetto, firma una palazzina romana a forma di prua. Con altri architetti prepara il restyling di una piazza romana e ne disegna la fontana. Ma quando prova a far tutto da solo, come nel caso del film “il cielo della luna”, da lui scritto, diretto, interpretato e musicato nel 1998, è un flop imbarazzante. Fagioli ha bisogno di una spalla per esprimere al meglio la sua poliedrica creatività. Così ora tocca a Bertinotti. Che San Paolo gliela mandi buona.

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