Galimberti: “Freud. Quest’uomo ci ha cambiato la vita?” (2006)

di Umberto Galimberti, repubblica.it, 5 maggio 2006

Nel 1927, a 71 anni, quando la vita di ciascuno incomincia a rivelare a chi l’ha vissuta il suo segreto Freud scrive: «Dopo 41 anni di attività medica la conoscenza che ho di me stesso mi dice che in verità non sono mai stato propriamente un medico. Sono diventato medico essendo stato costretto a distogliermi dai miei originari propositi, e il trionfo della mia esistenza consiste nell’aver ritrovato, dopo una deviazione tortuosa e lunghissima, l’orientamento dei miei esordi. Non so nulla, dei primi anni della mia vita, che deponga per un mio bisogno di aiutare l’umanità sofferente; d’altra parte la mia innata disposizione sadica non era particolarmente forte, ragion per cui non necessariamente doveva svilupparsi questo suo derivato.
Neppure ho mai giocato al ‘dottore’, giacché palesemente la mia curiosità infantile seguiva altre vie. Negli anni della giovinezza divenne predominante in me l’esigenza di capire qualcosa degli enigmi del mondo che ci circonda e di contribuire magari in qualche modo a risolverli. La via migliore per soddisfare questa esigenza mi apparve allora l’iscrizione alla facoltà di Medicina, ma, dopo essermi cimentato senza successo con la zoologia e la chimica e dopo aver superato tutti gli esami medici, continuai a non interessarmi ad alcuna branca della medicina fino a quando il mio venerabile maestro von Brucke mi esortò, in considerazione della mia pessima situazione economica, a rinunciare alla carriera puramente scientifica. Passai allora dall’istologia del sistema nervoso alla neuropatologia, e poi, in base a nuove sollecitazioni, alle ricerche sulle nevrosi».

Ma che cos’è una nevrosi? Freud che, contrariamente a quanto si crede, non si appassiona alla medicina di stampo positivista in voga al suo tempo, rifiuta la tesi che la nevrosi sia una malattia del sistema nervoso, e avanza l’ipotesi che la nevrosi sia un “conflitto” tra il mondo delle pulsioni (da lui denominato Es) e le esigenze della società (denominate Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo. In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell’umanità e il suo disagio che Freud condensa in queste rapide espressioni: «Di fatto l’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’di sicurezza».
Ma da dove Freud trasse questa sua concezione, a dir poco rivoluzionaria, di nevrosi? Non dalla medicina del suo tempo ovviamente, ma dalle intuizioni filosofiche del romanticismo, da Goethe, da Schelling e soprattutto da Schopenhauer, che Freud considera suo “precursore” e a proposito del quale scrive: «Probabilmente pochissimi uomini hanno compreso che ammettere l’esistenza di processi psichici inconsci significa compiere un passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Affrettiamoci comunque ad aggiungere che un tale passo la psicoanalisi non l’ha compiuto per prima. Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui “volontà” inconscia può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi».
Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la “soggettività della specie” che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la “soggettività dell’individuo” che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie.

Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole io e inconscio. Nell’inconscio occorre distinguere un inconscio “pulsionale” dove trovano espressione le esigenze della specie, e un inconscio “superegoico” dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società. Sono esigenze della specie la sessualità, senza di cui la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l’aggressività che serve per la difesa della prole.
Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l’io le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue “passioni”, che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti. Ciò avviene attraverso l’educazione, durante la quale, interiorizzando i divieti genitoriali, ciascun individuo acquisisce gradatamente i divieti sociali che svolgono una funzione di contenimento dei moti pulsionali.
Tra le esigenze della specie (Es o inconscio pulsionale) e le esigenze della società (Super-io o inconscio sociale) c’è il nostro io, la nostra parte cosciente, che raggiunge il suo equilibrio nel dare adeguata e limitata soddisfazione a queste esigenze contrastanti, la cui forza può incrinare l’equilibrio dell’io (e in questo caso abbiamo la nevrosi) o addirittura può dissolvere l’io sopprimendo ogni spazio di mediazione tra le due forze in conflitto, e allora abbiamo la psicosi o follia. La psicoanalisi, che per curare ha bisogno dell’alleanza dell’io, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell’io, mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione.
Scopo della psicoanalisi è che l’io (la nostra parte cosciente) sia in grado di guadagnare sempre più spazio all’inconscio, come gli olandesi (l’esempio è di Freud) hanno guadagnato un’estensione della terra sottraendola al mare, perché, scrive Freud: «L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l’io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es. Dove era l’Es, deve subentrare l’io. è questa l’opera della civiltà».

Il pessimismo di Schopenhauer, da cui Freud era partito per smascherare la trama delle motivazioni che l’individuo conscio dà del proprio pensare e agire, si risolve nell’ottimismo della ragione, la quale, scoperto il segreto della natura, non è più rappresentazione illusoria, ma struttura d’ordine che trasforma il caos in cosmo, la natura in cultura. Nasce così, con Freud, una morale del tutto nuova, regolata non più dall’ascesi, ma dal lavoro, dall’opera di civiltà. Il suo dover essere non ha in vista un altro mondo, ma l’ordinamento di questo mondo.
Espansione del cosmo e riduzione del caos. Freud non ha scoperto l’inconscio, che semmai ha scoperto Schopenhauer, Freud ha scoperto le regole per aver ragione dell’inconscio. La sua psicologia è una celebrazione della potenza della ragione sulle pulsioni che la minacciano. Il pensiero di Freud, che tutti si affannano a superare o a dichiarare superato, su questo punto, che è poi il nucleo portante della sua teoria, va rigorosamente mantenuto e gelosamente custodito, a meno che il nostro futuro non ci prepari una regressione dell’umanità nell’insofferenza ai divieti e nella più sfrenata espressione delle pulsioni, perché questo significherebbe il declino della civiltà e insieme l’infelicità dell’individuo.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/05/05/freud-quest-uomo-ci-ha-cambiato-la.html

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