Il codice di Edipo scritto sull’anima (2006)

di Leonetta Bentivoglio, repubblica.it, 5 maggio 2006

Esploratore accanito e sempre originale dei miti su cui poggia l’inconscio collettivo, lo psicanalista americano James Hillman (nato nel 1926 ad Atlantic City) è il pensatore junghiano più carismatico e abilmente mediatico del nostro tempo, capace di conquistare un successo planetario con testi come Il codice dell’animaPuer AeternusLa forza del carattere e il bellissimo Il sogno e il mondo infero. Un libro, quest’ultimo, lanciato a spada tratta contro i suoi due maestri, Freud e Jung, definiti «imperatori dell’anima» nel loro impulso alla razionalizzazione del mistero dell’inconscio.
E tuttavia per Hillman la grandiosità di Sigmund Freud non si discute, come ci spiega in quest’intervista. Ciò che conta, premette, è «distinguere tra le conquiste più autentiche e incisive di Freud e l’insieme di dottrine o dogmi derivati dal suo pensiero, che per me non hanno alcun interesse. Hanno invece tuttora un grande valore certi basilari svelamenti di Freud. Non c’è niente di più importante, per il percorso della psicologia moderna, dell’idea freudiana di inconscio. Freud ha saputo dire all’uomo occidentale: in te c’è molto più dell’ego, e in questo modo gli ha segnalato il dubbio e l’umiltà. In una società egocentrica e sfrenatamente orientata verso il profitto come la nostra, Freud ha dimostrato che nella mente umana, nelle sue intenzioni e motivazioni, c’è tanto di più dell’io. Nelle certezze granitiche dell’ego, e senza le salvifiche incrinature del dubbio, si arriva a una sorta di dimensione paranoica e malata, la stessa a cui oggi tende la nostra società. La stessa, per esempio, che sembra vivere perennemente il presidente Bush».

Lei ha lavorato molto sulla centralità del mito di Edipo. Lo considera ancora imprescindibile?
«Sì, ma non nel modo in cui lo intendono i freudiani. Secondo me non vale tanto come mito che riguarda i rapporti famigliari, anche se è comprensibile che quest’aspetto fosse considerato centrale nella Vienna del diciannovesimo secolo. La rilevanza del mito, a mio parere, è legata alla cecità e all’inconsapevolezza. Non m’interessa insomma l’interpretazione dei discepoli di Freud e tutto il sistema che hanno costruito attorno all’Edipo, ma considero fondamentale la scoperta, da parte di Freud, degli influssi del mito sulla psiche umana. Secondo me l’Edipo è importante in quanto parla della cecità del re e dell’effetto di questa malattia su tutta la società, che s’ammala come il suo sovrano. Inoltre è proprio la cecità il requisito del metodo edipico della psicologia del profondo, in quanto rappresenta il punto d’avvio del viaggio alla ricerca di sé. Uscire dal buio dello sguardo, cercare di scoprire chi siamo, è il primo atto di sconfitta dell’inconsapevolezza: l’analisi mira ad aprire gli occhi del paziente, in modo che egli scruti con chiarezza la propria vita, come un campo di proiezioni inconsce. La psicologia ci mostra i miti in vesti moderne, mentre i miti mostrano la nostra psicologia in vesti antiche. Il primo a riconoscere questa verità fondante per la moderna psicologia del profondo fu Sigmund Freud».

E Jung?
«Fu il primo a comprendere le implicazioni racchiuse nel riconoscimento da parte di Freud del rapporto tra mito e psiche, fra mondo antico e psicologia moderna. Per questo le mie fonti sono loro, Freud e Jung, entrambi con la stessa importanza. Ma è necessario leggere Freud con animo pacato e libero da pregiudizi, senza mediarne la lettura con le dogmatiche sovrapposizioni dei freudiani».

Quali considera le interpretazioni più devianti o perverse del pensiero di Freud?
«Non voglio rispondere a questa domanda. D’altra parte ciò che conta non è la dottrina e tutti, in pratica, l’hanno già attaccata. Non è piaciuta alle femministe né alla Chiesa né agli studiosi di biogenetica. Ed è stata ovviamente detestata dai farmacologi. Molto più della dottrina e delle sue varie derivazioni, vale il potere d’estensione della mente che Freud ha saputo indicarci. Egli ne ha ampliato i confini fino a includere l’ignoto, ponendo così limiti umilianti alla dimensione conscia. Ci ha insegnato che la vita va vissuta nel dubbio e nell’apertura dell’immaginazione. Un’altra sua conquista cruciale è stata la parola».

In che senso?
«Proprio nel senso di cura del parlare. I problemi della psiche, ci ha dimostrato Freud, possono essere affrontati parlando. Non con la farmacologia o con trattamenti violenti e invasivi oppure con la chirurgia, bensì con la purezza della parola, che grazie a Freud diventa strumento di soccorso e guarigione. E stato lui a inventare il “parlare terapeutico”. Tutti hanno storie da raccontare: la nostra intera vita è riflessa in una storia. Narrarla è già un passo verso il superamento del malessere. è questo il motivo per cui Freud non è mai stato apprezzato dall’industria farmaceutica, dalla neurologia e da tutte le scienze che trattano l’essere umano come meccanismo o forma biologica, e non come forma psichica. Freud era uno psicologo, non un biotecnico o un biogenetico. Perciò non è mai piaciuto agli scienziati».

E a lei, professor Hillman, cosa non piace di Freud?
«La riduzione dell’uomo alla sua infanzia. L’idea che le esperienze iniziali determinino lo sviluppo della vita successiva. Tutti i miei libri parlano della vita successiva e non di quella antecedente per due motivi. Primo: sono convinto che il ruolo della fase iniziale della vita sia stato sopravvalutato. Secondo: sulla nostra infanzia non si può più intervenire. Il passato resta tale».

Più volte, nei suoi saggi, lei si è occupato di uno dei testi chiave di Freud: L’interpretazione dei sogni.
«Lo considero un libro di valore immenso. Oggi, nel mondo, molti terapisti sembrano disconoscere l’importanza dell’attività onirica. Non gli junghiani, ma la maggior parte degli altri ha preso disastrosamente le distanze dal mondo dei sogni. Se si guardano i testi odierni delle facoltà universitarie di psicologia non si trova quasi più niente in proposito. Invece sarebbe decisivo, per il nostro futuro, tornare alla lettura di Freud, cioè di quelle che sono state le nostre prime fonti, e aprire di nuovo le porte alla ricchezza della dimensione onirica e immaginativa».

L’articolo è contenuto, con altri, nel Dossier Hillman, nella pagina Dossier.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/05/05/il-codice-di-edipo-scritto-sull-anima.html

Per leggere altri pezzi o dell’autore o con l’intervistato, clicca qui sotto, dopo “and tagged”, sul nome della persona che ti interessa.

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