Roudinesco: “I viaggi di Freud” (2006)

di Elisabeth Roudinesco, Lettera Internazionale, 1 ottobre 2006

Sulla sua febbre per i viaggi, Freud ci ha lasciato lettere e cartoline piene di aneddoti, redatte nella gran parte dei casi in stile telegrafico: mangiare, bere, dormire, lavarsi, spendere, risparmiare, contare, raccontare, descrivere i luoghi (città, paesaggi, musei), spostarsi, studiare percorsi, consultare le guide (la famosa Baedeker). Dal più forte entusiasmo alla delusione più viva, dalla descrizione più minuziosa allo slancio più sensibile, questa corrispondenza ci consegna come prima cosa una magnifica testimonianza sulla vita privata di un intellettuale europeo dell’inizio del XX secolo: un Freud prima della pulsione di morte, un Freud prima del grande disastro tra le due guerre, un Freud raggiante, poliglotta, cosmopolita, impregnato d’ellenismo, di cultura classica, di egittologia, di mitologia, di etnografia, un Freud mitteleuropeo che percorre con diletto le rive della Divina Commedia e i luoghi prestigiosi del romanticismo di Goethe o dell’Aufklärung oscuro. Insomma, un Freud abitato da un desiderio ardente di attraversamento delle frontiere, un Freud che potrebbe essere Dante, Ulisse o Lord Jim.
Nessuno meglio di Stefan Zweig ha descritto questo “mondo di ieri” che potremmo definire “freudo-europeo”, e che ci sembra oggi così vicino dal momento che, di nuovo, l’Europa è entrata tra le nostre utopie possibili. Fiduciosi nei valori del progresso e dell’Illuminismo liberale, gli abitanti di questo mondo antico erano convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. E dunque guardavano con disprezzo al passato, fatto di carestie, di guerre e di rivolte, rifiutandosi di vedere come quelle stesse certezze arroganti fossero già il segno premonitore di futuri cedimenti.
Roma, l’Italia, il Sud- In una lettera del settembre del 1900 indirizzata alla moglie Martha, Freud scrive una frase che riassume il significato profondo della sua passione per i viaggi: «Perché dunque lasciamo questo luogo ideale per bellezza e tranquillità, e ricco di funghi? Perché ci resta ancora solo una settimana e il nostro cuore, come abbiamo constatato, volge al Sud, verso i fichi, i castani, l’alloro, i cipressi, le case ornate di balconi, gli antiquari e così via».1
«Il nostro cuore volge al Sud (Unser Herz zeigt nach dem Süden)». Quando Freud scrive queste parole, soggiorna a Lavarone, in compagnia di Minna Bernays, sorella di Martha. Ha già pubblicato L’interpretazione dei sogni, senza essere ancora riuscito a raggiungere Roma, città di tutti i suoi desideri e di tutte le sue inibizioni, e di cui non smette di parlare nella sua opera. Roma – la Roma antica, più che la Roma barocca – è presente in lui attraverso i sogni, le letture. Ed è verso questa città, che gli aprirà in seguito la via verso il Sud – la strada per Napoli, Pompei, Ravello, Paestum, Positano, la Costiera Amalfitana fino a Palermo e Agrigento – che il suo sguardo si volge, come per fondersi con l’ago calamitato di una bussola che intima a lui, viaggiatore perduto nei suoi fantasmi, di prendere il cammino per una vera terra promessa: una terra libera da ogni chiusura, senza frontiere né sciovinismo, una terra simile all’immensa distesa dell’inconscio.
Roma è per Freud ciò che Israele è per Mosè. Quando contempla nel 1912 la famosa statua di Michelangelo nella chiesa di San Pietro in Vincoli, scrive a Martha: «Rendo visita tutti i giorni al Mosè di S. Pietro in Vincoli, sul quale forse un giorno scriverò qualcosa». In una lettera precedente aveva annunciato il desiderio di diventare romano: «Roma era certamente la cosa migliore per me. Mi piace più che mai, probabilmente anche perché sono magnificamente alloggiato. Ho deciso che il luogo dove trascorrerò la mia vecchiaia non sarà un cottage ma Roma».
Nella storia dell’odissea freudiana, Roma occupa un posto centrale: «L’avido viaggiatore che è Freud – scrive Carl Schorske – non riesce a recarsi nella città che tuttavia agita i suoi sogni. Per raggiungerla, bisognerà esumare, attraverso l’analisi dei sogni, la Roma che si trova in lui».2
Nell’Interpretazione dei sogni Freud racconta in effetti che, in occasione del suo ultimo viaggio in Italia, un anno prima, mentre passava per il Lago Trasimeno, a ottanta chilometri da Roma, aveva dovuto tristemente fare marcia indietro. Data l’identificazione con Annibale, l’eroe favorito dei suoi anni del ginnasio, si era impedito di realizzare il suo desiderio più ardente: il generale cartaginese, come è noto, non era mai riuscito a raggiungere la città imperiale.
Riandando con la memoria a questo periplo, Freud ricorda un episodio della sua infanzia divenuto celebre. Un giorno suo padre Jacob gli aveva raccontato un vecchio aneddoto a dimostrazione che i tempi presenti fossero migliori di quelli passati: una volta, un cristiano gli aveva «gettato con un colpo il berretto nel fango, gridando: “Giù dal marciapiede, ebreo!”» Freud aveva allora domandato al padre quale fosse stata la sua reazione e Jacob gli aveva risposto: «Ho raccolto il berretto». A questa scena, che gli era dispiaciuta, il figlio ne aveva opposto un’altra, più conforme alle sue aspirazioni: quella, storica, in cui Amilcare fa giurare al figlio Annibale che lo vendicherà dei romani e che difenderà Cartagine fino alla morte.
Mito fondante dell’epopea psicoanalitica, questo aneddoto narra della debolezza di un padre di fronte all’antisemitismo, descrivendo allo stesso tempo l’itinerario di un figlio che si dà per missione quella di rivalutare la funzione paterna attraverso un atto di ribellione “annibaliana”, un atto che mette in causa l’attaccamento per il “mondo di ieri”, cioè per quell’idealismo liberale e progressista professato dalla generazione dei padri. In questa prospettiva, ogni figlio deve non solo sorpassare il padre per diventare un eroe, un artista o un capo-scuola ma, se è ebreo, deve anche cambiare cultura senza tradire il suo ebraismo.
E tale fu proprio il destino di questo figlio della borghesia ebraica, che faceva commerci nell’Impero austro-ungarico. Costretti a “de-ebraicizzarsi” per esistere, gli ebrei avrebbero adottato allora la cultura greca, latina e tedesca – le sole capaci di esiliarli dal ghetto.
La colpa dei padri – Prima di diventare la città di tutti i desideri, e di tutti i passaggi di frontiera, Roma fu dunque per Freud un oggetto di odio, una fortezza imperiale che bisognava espugnare per cancellare l’umiliazione paterna. Quanto alla psicoanalisi, Freud le darà per compito, attraverso la rilettura della tragedia di Edipo, di reinventare una funzione simbolica della paternità, proprio nel periodo in cui la figura del vecchio pater familias era sul punto di disfarsi nella società occidentale, e più ancora in quella Vienna fin de siècle agonizzante sotto il peso di una monarchia di altri tempi.
Più era grande il potere del padre nella famiglia antica, afferma Freud, più il figlio, suo successore naturale, doveva sentirsi suo nemico, e più forte doveva essere la sua impazienza di vederlo morire. Al contrario, aggiunge, questo desiderio è attenuato nella famiglia borghese moderna, perché il padre, avendo perduto gli attributi della sua antica onnipotenza, non può impedire ai figli di accedere alla loro indipendenza. E tuttavia, davanti a questa realtà, i padri continuano a comportarsi come patriarchi morbosamente autoritari, favorendo così la comparsa delle psiconevrosi.
Ma la Roma di Freud non è solo il simbolo di una rivincita da realizzare, è anche un territorio archeologico, un luogo di incontro con le profondità dell’inconscio, e ancor più una sorta di natura remota della femminilità. Per Freud, Roma è un antidoto a Vienna, un rimedio, una droga, un frammento di autoanalisi. Terra promessa, città gloriosa, regno dei papi e del cattolicesimo, Roma restituisce Freud alla sua ricerca di un’alterità, di un altrove. Città bisessuale, città amata, perfino adulata, tanto per la sua potenza maschile quanto per il suo fascino femminile, ecco la Roma freudiana: «La sua concezione di Roma – sottolinea Schorske – è ebraica, è quella di uno straniero, ma è anche duplice. Da una parte, Roma è maschile, è la cittadella del potere cattolico, e il sogno-desiderio di Freud – come liberale e come ebreo – è quello di conquistarla. Dall’altra, allo stesso tempo la sogna come donna, Santa Madre Chiesa, ricompensa promessa che si visita con amore».
«Arrivato a Roma dopo le due, mi sono cambiato alle tre, dopo il bagno, e sono diventato romano. […] È incredibile che non siamo mai venuti qui prima. Mezzogiorno davanti al Pantheon, ecco dunque ciò di cui ho avuto paura per anni. Fa caldo in modo quasi delizioso, e ciò è in relazione al fatto che una luce stupenda si diffonde ovunque, perfino nella Sistina. Per il resto si vive divinamente, se non si è costretti a sfiancarsi per risparmiare. Acqua, caffè, cibo, pane: eccellenti […]. Oggi ho infilato la mano nella Bocca della Veritàgiurando che sarei tornato qui»: è con queste parole che Freud, accompagnato dal fratello Alexander, prende infine possesso, nel settembre del 1901, della città tante volte evitata, aggirata, rifiutata, desiderata.
Dentro le sue viscere e per le sue rovine, Freud si accosta alle dolcezze e alle violenze di un sapere vietato. Nella sua topografia, scopre il segreto di piaceri infiniti: piacere della bocca, dell’occhio, dell’udito, dell’anima. Come Goethe prima di lui, Freud si sente trasformato dall’Italia romana. E, dopo essersi finalmente impadronito di Roma, più scende verso Sud, e più si sente penetrato dalla bellezza dei paesaggi e dei luoghi, dagli odori, dai profumi, dai sapori di cui ignorava l’esistenza. Questo non gli impedisce tuttavia di esprimere, appena può, il suo disprezzo per la religione: «Non posso sopportare la menzogna della redenzione degli uomini – scrive a Fliess – che innalza così orgogliosamente la testa verso il cielo».
Atene – Nel settembre del 1904, nel corso di una visita di cinque giorni ad Atene, e dopo una lunga traversata per mare che lo conduce da Trieste a Corfù, Freud visita finalmente l’Acropoli: «Ho messo la camicia più bella per la visita all’Acropoli […]. Supera tutto quello che avevamo visto sin qui e ogni immaginazione».
Arrivando ai piedi del Partenone, Freud ancora una volta pensa a suo padre. Ma, nel paese degli dèi olimpici, non si tratta tanto di vendicarlo, come a Roma, quanto di esprimere come la conoscenza della cultura greca gli abbia permesso di superarlo. Sotto la pioggia, Freud sussurra all’orecchio di Alexander le parole che Bonaparte aveva pronunciato il giorno della sua incoronazione rivolgendosi al fratello: «Che cosa avrebbe detto nostro padre?»
E, nel momento stesso in cui si identifica con Napoleone, uno dei suoi eroi preferiti, si sente attraversato, come in una narrazione proustiana, da un forte senso di colpa. Aderendo con fervore alla cultura classica, non ha forse rinunciato all’identità ebraica?
In realtà, nella grande querelle degli Antichi e dei Moderni propria della Kultur tedesca, che ha opposto per un secolo intero, dal 1800 al 1900, gli avversari e i partigiani di un ritorno all’Antico, Freud occupa una posizione mediana. Come gli Antichi, legati a una visione positivistica del mondo, sottomette ogni pratica interpretativa – e dunque la psicoanalisi – all’imperativo della scientificità. Ma, come i Moderni, plasmati di valori estetici, si crede il conquistatore di un immaginario speculativo staccato dalle piattezze del realismo.
Da qui la riattualizzazione operata da Freud della potenza fondante dei miti, che lo condurrà verso l’Egitto, al di là di Roma, al di là di Atene, al di là dei Titani e degli dèi dell’Olimpo.
Londra – Se Freud intrattiene con Roma una relazione ambivalente e possessiva, e se Atene incarna la sua condizione colpevole e olimpica di ebreo de-ebraicizzato, Londra esercita su Freud, sin dalla sua giovinezza, una vera fascinazione, anche se per un breve periodo avrebbe preferito diventare romano che abitare in un cottage.
Tutto ha inizio da un’attrazione per la lingua inglese: «Leggo di storia inglese – scrive all’amico Eduard Silberstein, il 6 agosto 1873 – scrivo lettere in inglese, declamo versi inglesi, ascolto descrizioni dell’Inghilterra e aspiro a sguardi inglesi». Due anni più tardi, dopo aver fatto visita al fratellastro Emanuel a Manchester, aggiunge: «Preferirei abitare in questo paese che a Vienna, nonostante la nebbia e la pioggia, l’ubriachezza e il conservatorismo. La conoscenza che ho acquisito delle opere scientifiche inglesi avrà la conseguenza di tenermi sempre dalla parte degli inglesi, per ciò che riguarda i miei studi».
L’Inghilterra incarna per Freud l’accesso a un’altra lingua: quella delle poesie e delle tragedie di Shakespeare, quella della scienza e dell’empirismo. Ma l’Inghilterra è ai suoi occhi soprattutto un modello di libertà soggettiva, una sorta di Super-io indipendentista: «Aspiro dolorosamente all’indipendenza per poter infine realizzare i miei desideri – scrive a Martha il 7 agosto 1882 –. L’immagine dell’Inghilterra mi sorge davanti. Penso alla sua operosità, alla sua generosa dedizione al bene pubblico, al sentimento di giustizia persistente e ragionevole nutrito dai suoi abitanti, all’entusiasmo e all’interesse della gente che fa scoccare mille scintille sui giornali. Ripenso alla storia dell’isola, alle opere degli uomini che furono i miei veri maestri, inglesi e scozzesi, e penso al periodo storico che è ai miei occhi il più interessante, cioè il Regno dei Puritani e di Cromwell, o a un superbo monumento letterario come il Paradiso perduto dove, ancora di recente, in un momento in cui non mi sono sentito sicuro del tuo amore, ho trovato consolazione e conforto».
Freud ammira dunque la monarchia inglese sia per la sua tolleranza e onestà che per ciò che ha prodotto di più violento: Cromwell e i puritani. Allo stesso modo, rende omaggio all’espressione letteraria più forte prodotta in quell’epoca: il Paradiso perduto, poema epico di John Milton, pubblicato nel 1667, che esalta la libertà dell’uomo che prima sprofonda nel peccato e poi si redime. Caduta all’inferno e apologia di una ribellione necessaria. Tale è la dialettica che Freud prende in considerazione e che non manca di evocare quella dell’uccisione necessaria del padre da parte dei figli.
Il 10 settembre 1908, Freud si reca per la prima volta a Londra, stavolta senza alcun compagno di viaggio. Al suo arrivo si precipita al British Museum per rimpinzarsi di antichità egizie. Pieno di meraviglia per la città, confida la propria emozione in una lettera indirizzata alla moglie e ai bambini: «Non posso darvi un’idea della magnificenza, pulizia ed eleganza, né di come qui la gente renda facile ogni cosa. Gli inglesi sono gentili, anzi generosi. I sigari, poi, sono eccellenti, e oggi mi comprerò una piccola pipa […]. Come città Londra è una sfida troppo grande per pochi giorni, e dopo aver visto ciò che vi è di più importante nella city, il resto lo posso trascurare».
Se il cuore di Freud volge verso il Sud, la ragione lo trasporta verso il Nord e se Roma è odiata e temuta prima di essere gloriosamente posseduta, Londra deve essere conquistata lentamente – per tappe – come una regina alla quale si risponde urbanamente dopo una sfida a duello.
Costretto a lasciare Vienna il 3 giugno 1938, Freud, come è noto, si insedierà a Londra il 6 giugno, dopo una breve sosta a Parigi. Non in un cottage, ma in una bella casa del quartiere di Hampstead, sistemata dal figlio Ernst. Nei cinque anni precedenti, in Europa continentale, aveva assistito alla distruzione totale, da parte dei nazisti, del movimento psicoanalitico. Ecco perché, in una lettera sconvolgente del marzo 1939, sei mesi prima della morte, confida a Ernest Jones l’obiettivo di fare di Londra la nuova terra promessa della psicoanalisi: «Quando, prima della guerra, lei ha partecipato alla creazione di una società analitica a Londra, non potevo prevedere che un quarto di secolo più tardi avrei vissuto così vicino a questa società e a lei. […] Gli eventi di questi ultimi anni hanno voluto che Londra diventasse la capitale e il centro del movimento psicoanalitico. Possa la Società compiere molto brillantemente la funzione che così le tocca». E Jones risponde il 3 settembre: «L’ultima volta che l’Inghilterra ha combattuto contro la Germania, venticinque anni or sono, noi eravamo da una parte e dall’altra del fronte, ma abbiamo trovato il modo di comunicare la nostra amicizia. Adesso siamo vicini e uniti nelle nostre simpatie militari. Nessuno può dire se vedremo la fine di questa guerra ma, in ogni caso, è stata una vita molto interessante e abbiamo entrambi contribuito all’esistenza umana – anche se in modo molto diverso».
L’America – A causa della scarsa opinione che Freud si era fatto degli Stati Uniti tra il 1920 e il 1939, si ha la tendenza a dimenticare che nel 1886 Freud aveva sognato di trasfercisi, come a Roma e a Londra. E così come si era facilmente identificato con Annibale, al tempo stesso non cesserà di paragonarsi a un conquistador, in particolare a Cristoforo Colombo, lo scopritore del Nuovo Mondo. Se i viaggi in Europa sono per Freud l’occasione per immergersi nella storia delle civiltà greco-latina ed ebraico-cristiana, con all’orizzonte un grande desiderio di Egitto, la prospettiva di traversare l’Atlantico lo proietta invece verso l’avvenire.
Nel 1909, all’età di cinquantatré anni, Freud è già celebre in Europa ma, per via delle calunnie che si riversano sulla sua persona, sulla sua opera e sul suo movimento, non si sente abbastanza riconosciuto e soffre del disprezzo che gli viene manifestato. Così, al pari di molti altri intellettuali europei del XX secolo, sogna l’America, nella speranza che su un continente vergine, e poco incline a voltarsi continuamente verso il passato, troverà una nuova terra promessa: una terra aperta a tutte le invenzioni del mondo antico, ma capace anche di trasformarle in una promessa futura. Freud sogna l’America anche perché ha la curiosità di ogni porcospino.3
È dunque con entusiasmo che risponde favorevolmente all’invito che gli rivolge Stanley Granville Hall di recarsi alla Clark University di Worcester nel Massachussetts per tenere cinque conferenze. Certo, si tratta di un invito accademico. Ma Freud non ha altra scelta che quella di partire nel mese di settembre, abitualmente riservato ai viaggi di piacere. Ecco perché si troverà nella sua corrispondenza una sola menzione del grande evento che fu il suo intervento a Worcester: «Successful», scrive nel telegramma alla sua famiglia datato 11 settembre 1909.
Dopo aver lungamente riflettuto sul suo confronto con le élite delle professioni liberali e universitarie della costa orientale, Freud decide di non redigere alcun testo. Improvvisa e consegna in tedesco, a un uditorio sbalordito, una luminosa sintesi della sua dottrina che, all’epoca, non è né tanto complessa come lo sarà in seguito, né già centrata sulla questione della pulsione di morte. A Worcester, Freud parla dell’interpretazione dei sogni, dell’isteria, della tecnica della cura, della sessualità infantile, della rimozione. Freud conquista il Nuovo Mondo. Qualche anno dopo la psicoanalisi diventa la “cura mentale” più popolare nel continente americano: essa spazza via le vecchie dottrine somatiche, s’insedia al posto della psichiatria, volge in ridicolo i grandi princìpi della morale civile e suscita l’entusiasmo delle classi medie. Si comprende così il furore che si scatenerà in seguito contro quest’europeo pessimista, poco incline ad aderire all’asse del bene e del male in materia di sessualità. Non ha forse Freud nel 1909 seminato lo scompiglio nella coscienza perseguitata dei Puritani?
In realtà, la psicoanalisi non favorisce né la repressione della libido né la fiducia nel suo carattere benefico. Ecco perché, nel contesto di un’America divisa tra queste due aspirazioni estreme, essa è accolta per quello che non è: una promessa di benessere, di espansione di sé e di sradicamento definitivo dei conflitti psichici. Verso il 1960, al vertice del successo, sarà allora denigrata, biasimata e di nuovo demonizzata per non aver mantenuto, davanti al popolo americano, un impegno che non era il suo.
Freud si rende perfettamente conto della maniera in cui il suo messaggio è stato diffuso oltre Atlantico. Ecco perché, tra le due guerre, man mano che la peste bruna dà la caccia alla psicoanalisi per l’Europa, e i suoi terapeuti sono costretti a rifugiarsi a Londra e poi in buon numero a guadagnare il continente americano, Freud diventa sempre più ostile verso il modo in cui, nella nuova terra promessa, si divora la sua dottrina per trasformarne il contenuto. Si comprende allora perché, nel 1939, Freud fa di Londra la capitale della psicoanalisi. In questa data, in realtà, solo la potente British Psychoanalytic Society, guidata da Jones, è in grado, ai suoi occhi, di resistere all’«orco» americano.
Traduzione di Maurizio Meloni

1 Per la traduzione della corrispondenza di viaggio freudiana, ci si è basati anche sull’edizione italiana del carteggio: S. Freud, Il nostro cuore volge al Sud, Bompiani, 2003.
2 C. Schorske, Vienna fin de siècle. La culla della cultura mitteleuropea, Bompiani, 2004.
3 Il riferimento è ai “porcospini” di Arthur Schopenhauer in Parerga e Paralipomena, secondo il quale tanto più due esseri si avvicinano tra loro, tanto più è probabile che si feriscano.

http://www.letterainternazionale.it/testi_htm/roudinesco_89.htm

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