Il maestro e i suoi eredi

di Elisabeth Roudinesco, repubblica.it, 5 maggio 2006

Fondando l’Associazione Psicanalitica Internazionale, nel 1910, Sigmund Freud crea un movimento, al cui centro, aldilà della clinica, sta l’ idea dell’emancipazione umana. Tuttavia, un movimento che ha al contempo un’aspirazione mondiale e una dimensione corporativa, ad esempio per quanto riguarda la formazione degli analisti, va necessariamente incontro a divisioni e scissioni. E’ ciò che accade alla psicanalisi fin dalle sue origini, dato che Alfred Adler e Carl Gustav Jung abbandonano l’ associazione nel 1912 e nel 1913. In entrambi i casi, però, non si trattò di vere e proprie scissioni, giacché sia l’uno che l’ altro non erano mai stati veramente freudiani. Era quindi normale che si allontanassero da Freud.

Adler aveva fatto parte della prima società psicanalitica di Vienna, ma era piuttosto legato alla psicologia dell’individuo e non condivideva le teorie sessuali di Freud né le sue posizioni sull’inconscio. Jung era stato molto importante per lo sviluppo della psicanalisi, perché per primo aveva individuato la possibilità d’ utilizzare il metodo psicanalitico per la cura delle psicosi e della follia. Le differenze con Freud erano però molto significative. Aldilà delle loro diverse concezioni del “subconscio” e dell'”inconscio”, Jung era spiritualista, affascinato dalle religioni orientali e dall’esoterismo, mentre Freud era ateo, darwinista e impregnato di cultura giudeocristiana. La loro separazione fu quindi inevitabile.

In seguito, il movimento psicanalitico ha conosciuto diverse battaglie interne. Sono nate scuole che si sono contrapposte su questioni teoriche e cliniche. Una delle principali correnti che rimise in discussione la teoria freudiana, ma sempre restando all’interno dell’Associazione psicanalitica internazionale, fu quella di Melanie Klein. La psicanalista inglese inventò infatti la psicanalisi dell’ infanzia, a cui Freud non credeva, e mise l’accento sulle relazione con la madre, che invece il padre della psicanalisi aveva poco indagato. Freud fu anche in disaccordo con l’orientamento dell’ Associazione Psicanalitica Americana, dominata da Abahram Brill, che voleva riservare la psicanalisi esclusivamente ai medici. Freud lo considerava un atteggiamento troppo riduttivo, ma non riuscì ad imporre il suo punto di vista. L’associazione statunitense era diventata molto potente, grazie all’afflusso degli psicanalisti tedeschi e austriaci emigrati negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo. La psicanalisi anglosassone, meno centrata sull’idea della pulsione di morte, più pragmatica e igienista era meno sovversiva di quella pensata da Freud, il quale concepiva l’esperienza dell’ analisi come un percorso attraverso di sé, un confronto con la morte e la tragedia. Per il fondatore della psicanalisi, stare meglio non era la finalità essenziale, era solo una delle conseguenze di un lavoro su di sé ben più complesso. Per gli psicanalisti anglosassoni, invece, il benessere diventa lo scopo centrale della cura.

Durante il nazismo si verificò l’episodio più riprovevole di tutta la storia della psicanalisi. Ernest Jones, che pure non era nazista, accettò infatti di compromettere la psicanalisi con il nazismo, in nome della neutralità della disciplina. Il peggio fu che Freud non lo disapprovò, lasciandolo fare. Jones pensava in quel modo di “salvare” la psicanalisi, ma quella collaborazione fu un errore gravissimo, che oltretutto nel dopoguerra fu a lungo occultato dalla storia ufficiale della psicanalisi.

A bilanciare l’influenza della scuola anglosassone, negli anni Cinquanta intervenne il notevole sviluppò della scuola francese, dominata dal pensiero di Jacques Lacan, autore di una vera e propria rivoluzione nell’ambito del freudismo. Il famoso psicanalista francese, che è l’ultimo grande maestro della disciplina, invocando un ritorno alle origini del pensiero di Freud, attaccò il conformismo della psicanalisi ufficiale, che però lo costrinse ad abbandonare l’Associazione. Il risultato fu una vera scissione. Lacan, per il quale l’inconscio non è più solamente biologico ma una funzione del linguaggio, sottolineò la dimensione filosofica dell’opera di Freud, e l’ idea della psicanalisi come avventura intellettuale. Sul piano pratico, introdusse la libera durata delle sedute e della cura, che invece in precedenza erano strettamente codificate. Insomma, Lacan liberalizza la psicanalisi, aprendo ai non medici e trasmettendo il gusto dell’avventura freudiana a tutta una generazione di psicanalisti. Oggi in Francia il movimento freudiano è perlopiù lacaniano, sebbene al suo interno vi siano molte divisioni.

Nel dopoguerra, la terza generazione psicanalitica, quella che non ha conosciuto direttamente Freud, ma che ha saputo rinnovare la psicanalisi mostra che le nuove patologie delle società democratiche e consumistiche, sono più legate al narcisismo che ai conflitti sessuali. Nella società contemporanea, infatti, non ci sono più le stesse frustrazioni sessuali presenti nella Vienna di fine Ottocento, quindi anche le patologie sono diverse. E spesso si tratta di patologie border line, non riconducibili né alla nevrosi né alla psicosi. Una dimensione che la psicanalisi ha saputo integrare nella sua riflessione. Nonostante i conflitti interni, la psicanalisi ha dunque saputo dimostrare la sua vitalità e la sua capacità di rinnovarsi. Il che in fondo non dovrebbe stupirci, visto che la teoria freudiana considera il soggetto responsabile di se stesso e capace di modificarsi attraverso la presa di coscienza. In futuro si diffonderanno probabilmente delle forme ibride d’analisi, delle psicoterapie d’ispirazione analitica, ma anche in questo caso gli analisti dovranno continuare a confrontarsi con il pensiero di Freud e le sue intuizioni geniali. (Testo raccolto da Fabio Gambaro).

 

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