Se sull’amore parla Lacan (2008)

di Nadia Fusini, repubblica.it, 5 dicembre 2008

Nell’inverno 1960 Jacques Lacan riprende le sue lezioni all’ospedale di Sainte-Anne, secondo una cadenza settimanale, e cioè ogni mercoledì, fino al giugno 1961: un anno accademico, come ai vecchi tempi. Quest’anno a tema sarà il transfert, termine chiave per la comunità di attenti allievi cui il maestro si rivolge, essendo l’amore del paziente e per contro quello dell’analista il carburante necessario al viaggio in psicoanalisi. La coppia analista-analizzando come potrà stare insieme sulla stessa carrozza, se non amandosi e odiandosi, come ogni coppia?
Il testo di quelle lezioni stabilito da Jacques-Alain Miller e tradotto da Antonio Di Ciaccia, che cura l’edizione italiana, è raccolto ne Il Seminario, Libro VIII, uscito da Einaudi (pagg. 436, euro 34,00). Il libro è immensamente interessante: non esagero. Interesserà non solo i ricercatori della psiche, gli adepti del mestiere. Ma coinvolgerà gli studiosi del mondo antico, i classicisti, che vi troveranno un’ analisi approfondita di indubbia intelligenza e competenza del Simposio di Platone; e gli studiosi in genere della letteratura, che vi troveranno una lettura del mito di Edipo oggi, così come risorge nella trilogia dei Coufontaine di Paul Claudel. E infinite altre acute, stranianti osservazioni su artisti e scrittori, da Arcimboldo a Swift: tutte pertinenti e insieme impertinenti, eccitanti come punture di uno spillo.
Per mesi Lacan guida i suoi uditori. E a noi leggendo pare di stare lì, di partecipare all’evento. Merito, questo, di una perfetta alleanza tra chi ha curato il passaggio dall’oralità alla scrittura, e ciò che era phoné ha trasformato in gramma, stabilizzando così un testo instabile. E chi nel tradurre ha saputo mantenere quel brusio ininterrotto, quell’infinito intrattenimento di una parola che, nello sforzo di acchiapparsi in quel che prova a dire, discorre secondo un moto ondoso. Non si era mai letto così bene Lacan. In un italiano altrettanto chiaro, limpido, mosso, secondo un movimento allegro andante con misura che allena la mente di chi legge all’esercizio del pensiero. Il che dovrebbe, chissà!, demolire le false resistenze di chi si protegge dall’incontro con Lacan invocando a pretesto difficoltà astruse, impervi concettismi.
Non c’ è niente di astruso qui, provare per credere. C’ è invece la straordinaria impresa di qualcuno che legge il mistero della nostra esistenza di uomini e donne ora e sempre nel mistero della lingua, nella dimensione creativa della parola umana. Per questo Lacan riconosce che la cultura classica gli è essenziale. Se legge il Simposio, se di questo testo filosofico fa la materia del suo insegnamento, invece che, non so, di un trattato sul funzionamento delle cellule del cervello, è perché gli è chiaro che chi voglia anche un poco sbrogliare la complessità della mente umana dovrà ricorrere al pensiero. Nel riconoscimento del fondo emotivo in cui si innesta. Ci vuole Platone, per pensare il desiderio. Come ci vuole Apuleio per cogliere «il punto di nascita dell’anima».
E se rilegge Claudel è perché crede che nella lingua della letteratura può “cadere” qualcosa che altrove non si lascia afferrare. La lingua poetica è un rete che tira su molti pesci, per chi la sappia ascoltare. Se non altro per la sua specialissima dote di misurarsi con l’indicibile, l’inesplicabile – che non sono affatto paroloni, ma esperienze assai comuni della nostra esistenza – mantenendone il carattere di enigma. Dimostrando così, con semplicità, la profonda verità dei limiti del linguaggio, e con coraggio assumendosi, sempre la letteratura, la passione della “capacità negativa” di sopportare l’incondizionato, come avrebbe detto Heidegger. La lingua poetica attrae Lacan per lo stesso motivo.
Non a caso, qualche anno prima di queste lezioni, e precisamente nel 1955, tramite l’amico e paziente Beaufret, Lacan ha incontrato Heidegger. A quanto pare, e la cosa non stupisce, visti i complessi legami di cui Beaufret si fece perno, parlarono di transfert, come quella condizione a priori dell’esperienza analitica, a cui in queste lezioni Lacan torna. E sempre in quell’incontro si decise che Lacan avrebbe tradotto Logos, il commento di Heidegger a un frammento di Eraclito, dove a tema è la ricerca da parte del filosofo tedesco di un modo prefilosofico del pensiero. Il testo di Lacan apparirà nel primo numero de La Psychanalyse, da lui diretto, dedicato per l’appunto alla parola, così come opera nel campo della psicoanalisi.
Il linguaggio – è qui che cerca Lacan l’inizio di ogni cosa. In principio era il verbo, ripete al suo uditorio più volte durante queste lezioni. E’ il linguaggio che lega, ci lega: la creatura umana vi sta immersa come nel liquido amniotico. Un segno noi siamo, scriveva Holderlin, che nulla indica; e Heidegger commentava: un segno senza interpretazione, nell’ambigua posizione di chi nel proprio cammino è attratto da quel che gli sfugge, gli si sottrae.
E’ questo l’enigma della nostra condizione, riconosce Lacan. C’ è chi la sostiene, c’ è chi ne patisce più di altri. Ogni patologia umana nasce di lì, più o meno. E se è vero che la psicoanalisi ruota intorno agli affetti rimossi, è anche vero che quegli affetti li coglierà come effetti del significante. Nel linguaggio.
Però, attenzione: per lo più l’affetto si slega dal suo proprio significante, perché è proprio dell’espressione umana l’equivoco carattere di mostrare e insieme di nascondere. Sì che l’intrinseca teatralità della parola andrà di volta in volta velata e rivelata. Interpretata, dunque. Non è lì per questo l’analista?
Ma perché l’interpretazione acchiappi qualcosa, chi ascolta dovrà essere istruito a farsi apparecchio uditivo che non registra quel che ode come fosse nel posto della legge. Per regolarne cioè l’iscrizione entro una classificazione di malattie, in cui risolve la sua maestria come fosse padronanza.
L’analista non è questo, per Lacan. Né uno psicoterapeuta, né un medico. Semmai, un chirurgo. O ancora meglio, in questo seminario si chiarisce che se v’è una figura a cui Lacan si ispira, un’ immagine in cui si specchia, è quella di Socrate. Socrate – il sileno ricco di tesori – è la sua controfigura: il maestro senza maestro è lui. E come tutti sappiamo il vanto di Socrate è di non insegnare niente. Lui non ha altro desiderio che la domanda dell’altro.
Lacan parla. A chi? Perché? E’ lì per insegnare come si conduce un’ analisi? O c’ è dell’altro? Mai come in questo seminario, centrato sul transfert, la domanda sul desiderio campeggia, prendendo la forma di atti e movimenti quali ascoltare, lasciarsi trasformare; lasciare aperta in sé, dentro di sé, la disponibilità perché un altro essere entri, questa la scommessa e il rischio dell’analisi. Una situazione erotica, senz’ altro. Che andrà a buon fine se l’analista e il paziente sapranno scambiarsi le posizioni di amante e amato, se il paziente saprà farsi amante, e lo psicoanalista saprà decadere dalla posizione di amato; e soprattutto se accoglierà in sé «una mutazione nell’economia del suo desiderio». Mutation – proprio questa parola usa Lacan. E fedelmente Di Ciaccia traduce “mutazione”, trattenendo il senso biologico che Lacan intende. Se di una mutazione biologica si tratta, di essa è soggetto lo psicoanalista: un nuovo tipo d’ uomo, capace di un «desiderio più forte». Più forte, viene da chiedere, di quello sessuale?
Ma se esiste un desiderio più forte, essendo Lacan freudiano, non potrà che essere quello di morte; ovvero, un desiderio che abolisce l’analista in quanto desiderante, e lo fa sparire come soggetto. E’ di questa morte – la morte dell’analista – che alla fine Lacan celebra il lutto in pagine meste, e coraggiose. La posizione dell’analista, rivela nell’ultima seduta del 28 giugno 1961, è al cuore della questione del transfert: e se prima l’ha descritta dal punto di vista del desiderio, perché di amore si tratta, ora la guarda da un altro verso e denuncia la «perfetta distruttività» del desiderio più forte, di cui ha dotato lo psicoanalista. Chi si avvinghia al transfert come fosse un potere, chi si arrocca nella posizione di colui che sa come si fa a mettere a posto l’altro, a dargli il suo bene, non ha compiuto il giusto percorso. Se c’ è un epilogo, è dell’ordine del suicidio.
Da parte dell’analista.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/05/se-sull-amore-parla-lacan.html

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