Intervista a Bolognini – Dentro le paure della crisi economica (2008)

di Luciana Sica, repubblica.it, 13 dicembre 2008

Feriti dall’ansia, sempre più fragili e minacciati, spaventati da un futuro che sembra digrignare i denti, attraversiamo l’epoca del “traumatismo diffuso”. Sullo sfondo c’è da tempo quello che gli psicoanalisti definiscono “un contesto di morte” – le mattanze dei terroristi, le malattie, le guerre, le catastrofi climatiche – ma ora c’è di più e più da vicino: c’è la recessione economica trainata da una tempesta finanziaria globale per molti versi incomprensibile. Neppure il trauma è più quello di una volta. Oggi non è soltanto un accidenti isolato che può capitare nella vita di tutti. Oggi assume forme e proporzioni diverse, si presenta con il volto di un dolore muto, scarsamente arginabile che rende opachi, mesti, inespressivi: più poveri, anche mentalmente. Sulla versione intimistica della crisi interroghiamo Stefano Bolognini, “didatta” della Società psicoanalitica, tra i pochissimi italiani a ricoprire incarichi di rilievo nell’Ipa (l’International Psychoanalytical Association fondata da Freud nel 1910). Autore di più saggi pubblicati da Bollati Boringhieri – il più recente s’ intitola Passaggi segreti -, Bolognini è tra i relatori di un convegno su “L’ impronta del trauma” in programma a Roma oggi e domani (via Salaria, 113): l’introduzione – affidata a Patrizia Cupelloni – incoraggia gli studiosi freudiani a misurare i modelli teorici classici con varianti inedite di sofferenza psichica. L’intervista con Bolognini tratta comunque un tema inedito e piuttosto irrituale per lo stesso pensiero psicoanalitico. Eppure la stanza dell’analisi sembrerebbe un osservatorio privilegiato di questo periodo buio che crea inquietudini e anche incubi.

La crisi si percepisce sul lettino?
«Fu nel ’29 che si parlò della Grande Depressione, due parole appropriate per indicare quella drammatica crisi economica che sconvolse il mondo. La stessa espressione può essere riproposta oggi, ottant’anni dopo, in termini anche psicologici: depressione è, certo, parola tra le più abusate, ma senza dubbio nei nostri pazienti c’ è un plafond comune di sfiducia profondissima, di assenza di ogni sana vitalità, di senso della prospettiva, c’è un calo verticale di energie… In questa fase sono gli aspetti mortiferi che si rafforzano e tendono a rivoltarsi o contro chi li vive o anche contro gli “altri”, producendo un’ ondata decisamente aggressiva nelle relazioni umane. Il sentimento profondo della paura crea una frana della coscienza di sé, mentre si accumulano le tonalità più oscure dell’ umore, una specie di malmostosità, di nero di seppia, che monta e diventa sempre più pervasiva… Naturalmente, nel lavoro clinico, le vicende pubbliche vengono ovattate o anche smorzate da quelle più private: la visione razionale e realistica delle cose è condita da tutta una coloritura soggettiva che risente dei propri ideali, delle proprie aspettative rispetto a se stessi, del proprio senso del dovere…».

Le preoccupazioni di ordine economico si sono intensificate nei sogni, nel modo in cui vengono raccontati – indipendentemente da ogni implicazione inconscia?
«Non si colgono tanto nel materiale onirico, è piuttosto nella mente sveglia dei pazienti che compaiono le ansie legate alla crisi: nei resoconti verbali e soprattutto attraverso gli stati d’ animo, le coloriture generali del discorso, i toni dell’ umore…».

Il traumatismo debordante sospinge un po’ tutti a vivere nella penombra?
«Sì, ma può anche suscitare delle difese che noi analisti definiamo di tipo maniacale, vale a dire basate sull’eccitamento, sul completo diniego del dolore, sulla ricerca di un “altrove” salvifico. Un po’ come nel Re Leone, ricorda?, quando il leoncino – dopo la morte del padre e l’inaridimento della vallata in cui vivevano tutti felici e contenti – se ne va in un luogo “altro” dove con due buffi animaletti canta e balla continuamente. In una condizione maniacale, appunto… Ora sembra proprio che le nostre scene pubbliche condivise alternino la tragedia traumatica con l’eccitamento scintillante quanto vuoto, come se lo sforzo di tollerare la realtà non si potesse accompagnare con l’approvvigionarsi di “cose buone”, facendo appello alle proprie risorse interne e contando all’esterno su qualcosa di positivo che possa sostenere».

Esiste pur sempre la “pulsione di vita”… Un sostegno può arrivare da quelle che voi analisti definite le “figure ispirative”, ma trova davvero che in giro ce ne siano molte?
«Più di quanto si possa immaginare – sono le persone con cui possiamo entrare in un contatto non formale ma emotivo, che consentono uno sviluppo di sentimenti e di fantasie, di fiducia e di rinascita della speranza. Ce ne sono… Anche se noto come i sentimenti depressivi di molti miei pazienti siano sempre più accompagnati da un’impressione di impotenza dei propri equivalenti genitoriali o anche fraterni: i propri “maestri”, magari i capi, i referenti professionali o le stesse istituzioni come il sindacato».

Sempre le vittime provano un sentimento di vergogna senza colpa, e naturalmente questo vale anche per le vittime della crisi economica. Chi ha perso o rischia di perdere il lavoro si sente più sfortunato o più inetto?
«Si sente proprio colpevole. Tenga conto che qui siamo in presenza di un trauma così destrutturante che spazza via ogni equilibrio precedente. Chi ne è colpito, ha una grande difficoltà a dare un senso al suo dolore e tende ad attribuirsi la responsabilità di quanto sta vivendo, imputandola alle proprie personali incapacità o insufficienze, agli errori compiuti nel corso della vita – mentre invece il fenomeno è davvero collettivo e va ben oltre le forze del singolo».

 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/13/dentro-le-paure-della-crisi-economica.html?ref=search

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