L’ULTIMA PAZIENTE DI FREUD (2009)

di Alessandro Melazzini, ilsole24ore.com, 25 aprile 2009

Cercava Tristano e incontrò Sigmund Freud. Perché Margarethe voleva bene a sua nonna, peccato questa fosse un po’ troppo all’antica. La donna era nata nell’altro secolo e alle nuove mode non si era mai adattata. Voleva educare la nipote come ai tempi di quando lei stessa era fanciulla: quelli di fine Ottocento. Ma che la nonna fosse un po’ retrò al papà di Margarethe non dispiaceva. Rimasto vedovo al momento del parto, l’uomo aveva infatti affidato l’unica figlia all’anziana e riverita madre. E così nella Vienna degli anni Trenta la ragazza cresceva sorvegliata ogni istante dalle amorevoli ma severissime cure dei familiari. Abitava in un bell’appartamento centrale, d’estate si trasferiva in villa, l’autista di papà l’accompagnava a scuola. Ma tutti gli svaghi delle sue coetanee alla signorina Walter erano preclusi. Nessuna le parlava, di ricevere amiche nemmeno a pensarci e sebbene avesse ormai superato la pubertà in casa veniva ancora trattata come una bambina. Il padre, un facoltoso industriale, l’aveva iscritta all’istituto tecnico. Cosa in realtà la ragazza volesse, nessuno glielo aveva mai chiesto. Così nella solitaria monotonia dei suoi interminabili pomeriggi Margarethe si divertiva a ritagliare vestiti di carta con cui rivestire le pedine della scacchiera paterna. Oppure a indossare indumenti giovanili della nonna, usandoli come fossero costumi teatrali. Un giorno abbigliata all’antica si affacciò dalla finestra fingendo d’essere la regina Isotta in cerca del suo amato Tristano. Qualcuno la vide e al padre mandò una lettera anonima: sua figlia è pazza! Preoccupatissimo di perdere anche Margarethe, dopo aver visto morire la moglie, il signor Walter corse dal medico. Questi intuì trattarsi di un male dell’anima e gli consigliò di rivolgersi da uno specialista: il professor Freud. Così un giorno di primavera del 1936, nella discrezione più assoluta per evitare lo scandalo, la ragazza e suo papà fecero capolino nello studio di colui che aveva scoperto la psicanalisi. «Una breve attesa in anticamera senza nessuno che ci vedesse, poi entrammo nella stanza del dottore» ci racconta Margarethe Walter, l’ultima paziente in vita di Sigmund Freud, scomparso settanta anni fa e di cui in questi giorni il Corbaccio pubblica la traduzione italiana della biografia di Irvin Stone (Le passioni della mente. Il romanzo di Sigmund Freud, pagg. 897, € 26,60).
Oggi Margarethe è un’elegante nonnina di novantun anni dal sorriso luminoso e l’affascinante cadenza viennese. «Freud indossava un vestito grigio, mi apparve nobile e tanto vecchio. Aveva ottant’anni, io diciotto. Camminava leggermente curvo, eppure non avrei mai pensato che avesse il cancro, come venni a sapere più tardi. I suoi occhi erano attentissimi. Prendemmo posto, io mi sedetti su di una poltroncina, davanti a un sofà coperto da un drappo. Fui molto sorpresa dall’arredamento. Pensavo di capitare in un ambulatorio, entrai invece in una stanza piena di libri e ornamenti. Mi sentii subito a mio agio». Freud cominciò a interrogarla. «Mi chiese come andavo a scuola, se facevo sport, se incontravo delle amiche. Ma ancor prima che aprissi bocca, mio papà rispondeva al posto mio. Ha visite? Certo che no, ha mia mamma e il cane, è in buone mani! E così via. A un certo punto, con fare gentile ma deciso, Freud chiese di essere lasciato solo con la paziente». Già soltanto lo scoprire che ci fosse qualcuno interressato ad ascoltarla, per Margarethe fu una rivoluzione. Quando poi vide suo padre per la prima volta costretto a ubbidire, anziché comandare, si sentì quasi girare la testa. «Rimasti soli il dottor Freud mi rifece le stesse domande, era molto gentile e sapeva ascoltare. Dopo anni trascorsi a tacere, improvvisamente e per la prima volta nella mia vita ebbi la possibilità di parlare, parlare, parlare. Non la smettevo più, ma lui, anziché azzittirmi, mi esortava a continuare. Non avevo mai provato un tale senso di sollievo. E quando ebbi finito, mi esortò a non subire passivamente le decisioni che mi riguardavano. D’ora in poi avrei dovuto sempre chiederne il perché. Ma dovevo farlo con pacatezza, aggiunse, e mai in maniera irriverente. A vincere alla fine sono le persone tranquille, mi disse. E poiché gli avevo raccontato che al cinema mio padre mi faceva uscire ad ogni scena d’amore, lui mi ordinò di rimanere seduta. E così feci, la volta in cui mi capitò l’occasione». Conclusa la visita, Freud scrisse una lettera per il medico di famiglia e consegnò il conto. «Certo non è stato economico, mi disse papà, speriamo almeno che funzioni». Margarethe non seppe mai cosa aveva scritto Sigmund Freud su di lei, ma la cura funzionò. Anche troppo. «Grazie a lui capii cosa volevo fare davvero: la scultrice. Ma all’inizio, scoprendo la libertà tutta in un colpo solo, commisi anche degli sbagli. Per curarmi venni iscritta a un corso di alpinismo e a uno di ballo. Non per imparare il walzer, perché tutte le ragazze di Vienna lo conoscevano. Si trattava di rumba, tango e foxtrot. Poiché sono piccolina, mi appaiarono con un uomo basso. Io andai dritta da uno più alto dicendo che volevo lui, e l’insegnante mi rimproverò per quella richiesta inaudita!».
Mentre Margarethe viveva la propria rivoluzione interiore, la sua Vienna era percorsa da tensioni e violenze che sfociarono due anni dopo nell’Anschluss. La vittoria nazista che spinse Freud a emigrare in Inghilterra venne celebrata da Adolf Hitler nel marzo del 1938 con un trionfale ingresso nella capitale austriaca. E Margarethe fu testimone anche di quell’evento storico. «Tutta Vienna era in strada. Quanti per curiosità e quanti per adesione, è impossibile dirlo. Anch’io uscii tra la folla e montai su di uno sgabellino, così da poter guardare oltre le teste dei passanti. A un certo punto tra il mare di gente si sentì come arrivare un’onda. Passò una lunga auto aperta e scura. Vi montava Hitler, in piedi col braccio destro teso nel saluto nazista. Ma non si stanca a stare così, mi chiesi io ingenuamente. Poi, all’improvviso, ebbi la sensazione che egli stesse fissando proprio me. Fu incredibile. A molti capitò lo stesso. Sì, il suo sguardo aveva davvero qualcosa di demoniaco».

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%

20Cultura/2009/04/Freud-nonna.shtml

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