Psicoanalisi. Perché è finita una rivoluzione culturale (2009)

di Luciana Sica, repubblica.it, 30 maggio 2009

«Oggi la psicoanalisi ha un grave limite: si occupa quasi esclusivamente dei problemi clinici e tecnici legati alla cura dei pazienti. Ma questa è una regressione rispetto alle idee di Freud, e anche di Jung. Ben altro è stata infatti la psicoanalisi nel ventesimo secolo, una rivoluzione della visione dell’ uomo che ha plasmato la cultura, dalla letteratura al cinema, dalla musica all’arte… Negli ultimi anni invece prevale la pratica terapeutica: gli analisti non tematizzano più le grandi questioni culturali, si rinchiudono nelle loro “stanze”, in un mondo sempre più autoreferenziale e marginale. La psicoanalisi dovrebbe tornare ad essere quella che è sempre stata: una griglia di lettura della realtà, una terapia della cultura». Il j’accuse è di Luigi Zoja, autore di libri uno più colto dell’ altro, tradotti anche in una decina di idiomi diversi, un analista che con i suoi pazienti può conversare in inglese, tedesco, francese, spagnolo – oltre che in italiano, naturalmente.
L’orientamento cosmopolita di Zoja segna una biografia insolita e intensa, la formazione a Zurigo allo Jung Institut, gli anni newyorchesi, gli incarichi di prestigio (dal ’98 al 2001 ha rappresentato gli junghiani di tutto il mondo come presidente dell’International Association for Analytical Psycology). E poi gli incontri con personalità di prim’ordine, come James Hillman che ha conosciuto alla fine degli anni Sessanta ed è suo amico («lo vedrò in agosto negli Stati Uniti»). Oggi, a sessantacinque anni, Zoja vive a Milano con la moglie che è un’analista per l’infanzia («ma l’Italia non mi entusiasma») e – come dice, in questa intervista – trascorre più della metà del tempo a scrivere. È senz’altro così se in marzo è uscito da Einaudi un suo saggio di grande appeal su La morte del prossimo e di recente, da Bollati Boringhieri, Contro Ismene: un libro che raccoglie le sue Considerazioni sulla violenza, come chiarisce già il sottotitolo (pagg. 160, euro 12).

A dieci anni da Il gesto di Ettore sulla scomparsa del padre, in Contro Ismene affronta il tema dei conflitti umani nelle loro forme più aggressive. Per lei il ricorso alle grandi figure della mitologia è d’obbligo?
«Sì, per me è d’ obbligo, e sono anche recidivo – seppure Il gesto di Ettore in nessun’altra lingua ha conservato il titolo originale: troppo classicheggiante, dicevano. Ma io insisto, tanto che il mio nuovo libro sulla paranoia nella storia ha come titolo provvisorio La follia di Aiace».

Magari è la sua formazione a imporlo: lei appartiene a un filone junghiano incline a privilegiare le immagini dei miti, le grandi figure archetipiche, non è così?
«Non sono un fanatico “archetipista”, e ormai più che di inconscio collettivo preferisco parlare di inconscio culturale… Utilizzo Ismene come un grande simbolo negativo del pensiero non critico, del conformismo, della sudditanza agli ordini superiori, ed è sottintesa l’assoluta preferenza per la sorella Antigone, che muore per il fratello già morto, perché siano rispettati i riti che esistono da sempre e il sentimento fondamentale della pietà – un’immagine però davvero troppo sfruttata, quasi ovvia».

Un po’ in tutti i suoi libri – anche in Giustizia e bellezza, quel trattatello dove metteva insieme etica ed estetica – il presente non viene mai schiacciato sull’attualità. Vuole ricordarci che non siamo nel primo mattino del mondo?
«La maggior parte degli esseri umani non è consapevole del ruolo del passato sui modi di pensare dominanti. In questo mio nuovo libro sulla violenza, gli stessi rimandi linguistici non sono mai casuali o posticci perché anche scavando nell’origine delle parole, nella loro etimologia, vediamo come il linguaggio e quindi la cultura in cui abitiamo ha un inconscio. Quest’operazione di scavo segna del resto da sempre la psicoanalisi, da quando Freud amò citare quel motto tratto dall’Eneide per alludere al destino del rimosso: Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo».

Se ci si limita a ragionare solo in termini di politica, di economia, di religione, dei conflitti umani più estremi rimane sempre una quota molto alta di incomprensibilità. Non a caso Freud alla fine ha parlato di un istinto di morte, di una mortido contrapposta alla libido … Lei crede nel Male in sé?
«Nella psicologia junghiana parliamo dell’Ombra, non tanto di un derivato degli istinti ma di una categoria di puro carattere psicologico che non affonda nella dimensione biologica ma neppure corrisponde all’ immagine cosciente del soggetto, e che tuttavia esiste e sempre contiene pulsioni asociali. Per esemplificare, direi che il ventesimo secolo è stata una galleria degli orrori dominata dall’Ombra – o anche dall’istinto di morte, se si preferisce il lessico freudiano».

Già negli anni Sessanta, Franco Fornari parlava di un inconscio depositario di proiezioni assassine per evitare l’incontro con la propria distruttività. La trova una chiave di lettura condivisibile anche oggi?
«È una lettura senz’altro ancora valida, e che in qualche modo utilizzo nel mio nuovo studio sulla paranoia, quella patologia che rigetta ogni colpa sull’altro e può letteralmente infettare le masse, se a esserne colpito è un tipo come Hitler… Ecco, ad esempio, la lezione di Fornari è molto più utile di certi specialismi a cui tendono oggi le scuole analitiche».

Cent’anni di psicoanalisi. E il mondo va sempre peggio, era il titolo provocatorio di un pamphlet firmato dal suo amico Hillman… Ma davvero si può attribuire ogni clamoroso fallimento della ragione alla psicoanalisi?
«Di quel libro sono stato io a consigliarne la traduzione, ma il titolo non mi è piaciuto per niente:e l’ho anche scritto. Ma chi l’ha detto che il mondo dovesse andare meglio, grazie alla psicoanalisi? Questa è una pura ingenuità che proviene dagli aspetti più cheap della cultura americana… Io poi non sono così pessimista, altrimenti non continuerei a fare il mestiere dell’analista e a scrivere: penso che nei passaggi decisivi della storia c’è sempre una nicchia di persone che ragiona con la propria testa e interpella la propria coscienza – e fino a quando potremo contare sull’esistenza di questa gente un futuro migliore sarà sempre possibile».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/05/30/psicoanalisi-perche-finita-una-rivoluzione-culturale.html

One thought on “Psicoanalisi. Perché è finita una rivoluzione culturale (2009)

  1. angelo scrive:

    sono assolutamente certo anch’io che non sono stati cento anni di solitudine, o di inutili teorie psicoanalitiche.

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