Io, il paziente perfetto (2010)

di Paolo Repetti, la Repubblica, 3 gennaio 2010

Il mio inconscio è un reperto archeologico nel quale un osservatore attento può trovare tracce stratificate di una trentennale storia clinica che spazia dai freudiani agli junghiani ai lacaniani e perfino ai famigerati comportamentisti. La mia carriera di paziente in cura è cominciata a otto anni.
Uno strano malessere che faceva su e giù all’altezza del plesso solare in prossimità del pranzo e della cena mi attanagliava e mi impediva di mangiare. Fu in quell’occasione che ebbi il mio primo incontro con una rudimentale figura di terapeuta: la portinaia del palazzo. Mi fermavo a parlare con lei, una signora ebrea poco loquace ma dotata di un bel sorriso e di un robusto buon senso.
Da lei si intrattenevano altre figure solitarie, querule zitelle e vedovi angustiati, e anche un ragazzino manesco che solo in sua presenza sembrava calmarsi. Il setting che si svolgeva in una guardiola poco illuminata aveva anche le sue brave regole: mai fuori dell’orario di portineria e a bassa voce. E dunque non è un paradosso. È lì che ho vissuto il mio primo transfert. Da adolescente i miei mi obbligarono ad alcune rare incursioni nello studio di uno psichiatra.
Per me e i miei genitori, che nulla sapevano di psicoanalisi, quello era un vero medico, dotato di scrivania di noce, martelletto per i riflessi, pila per il controllo delle pupille e il cui sapere rassicurante aveva come espressione manifesta il famigerato ricettario dove la sua firma di officiante di un’autentica scienza campeggiava sotto i farmaci prescritti.
Nulla di tutto questo in analisi, cominciata qualche anno dopo. Quella stanza svuotata di qualsiasi autorevolezza clinica era piena solo di parole e fantasmi, immagini e sogni, sotto il controllo paziente di un “tecnico dell’inconscio” che aveva con i miei sintomi, il malessere e la mia angoscia, un rapporto di comprensione, privo di pregiudizi. Io e il mio analista imparavamo uno straordinario «gioco linguistico» – che è la vera grande rivoluzionaria scoperta di Freud – in cui ricostruendo assieme pezzi inghiottiti della mia biografia rendevamo attivo quel processo che mi avrebbe portato col tempo – e mai in modo definitivo – ad accettare che nessuno è depositario del segreto della tua guarigione.
Il percorso è lungo, dispendioso, accidentato. Ma non ho conosciuto altre scorciatoie. La psicoanalisi non è una filosofia di vita che dà senso alla tua esistenza. Non è un pieno che riempie una lacuna. Per quello ci sono il buddismo, lo yoga, la religione, il turismo orientale. La guarigione stessa è solo un limite che si sposta come quando guardiamo l’orizzonte. A un certo punto accade. Assomiglia allo sgretolamento di un muro. Un muro che ci difendeva dalla vista insopportabile del mondo «così come è», nudo e crudo, e che ora possiamo finalmente guardare con i nostri occhi senza temere di esserne sopraffatti.
Certo nel corso del mio trentennale girovagare tra uno studio e l’altro sono stato un paziente tutt’altro che fedele. Ho persino avuto per tre mesi due analisti in contemporanea. Un freudiano e uno junghiano. Ero un politeista alla ricerca ansiosa di un monoteismo da abbracciare e mettevo ingenuamente a confronto i vantaggi dei riti più diversi. Sono stato colpito dal virus lacaniano. Per un anno sembrava che parlassi con le maiuscole. Il Desiderio, l’Altro, il Significante. E ancora una breve e intensa partecipazione a un gruppo terapeutico presso un’analista seguace di Winnicot. Esperienza che non ebbe alcun effetto sui sintomi ma che mi permise di conoscere una ragazza più nevrotica di me e della quale divenni amante e vice-terapeuta.
Ero ancora un paziente nevrotico, ma dotato di un sapere minuzioso che elargivo con generosità ad amici e fidanzate. Come quegli ipocondriaci che pensano di vincere la malattia immaginaria trasformandosi in medici dilettanti. A trent’anni finalmente l´incontro con un vecchio analista junghiano, un ebreo polacco che, per inciso, era nato nella stessa città del ginecologo di mia madre, anch’egli ebreo: semplice coincidenza o sincronicità junghiana? All’inizio ero ancora talmente immerso nello studio del Significante lacaniano che i primi sei mesi di sedute, invece di affrontare dolorosamente gli effetti catastrofici di un’autostima ridotta a zero – quello che il mio analista chiamava il mio Sé schifoso – ero io a tenere dotte lezioni al terapeuta sulle Macchine Desideranti di Deleuze e Guattari dei quali avevo seguito una e una sola lezione presso il Dams di Bologna.
Ebbene dopo sei mesi di farneticanti conferenze lentamente cominciai a scoprirmi e a raccontare qualcosa di me. Tutto cominciò con un sogno di pipistrelli e colombe che il terapeuta accolse con un sorridente: «Ecco questa è la prima moneta d’oro da infilare nel salvadanaio».
E invece, da sempre, una naturale diffidenza verso la cosiddetta psicoanalisi dell’Io che ha in America la sua culla e nei film di Woody Allen la sua caricatura più appropriata. Una psicoanalisi ridotta a ortopedia dell’io, tecnica di adattamento, normalizzante e felicemente convinta che l’american way of life sia la vita stessa.
In questi giorni ho iniziato la mia quinta terapia. L’archeologo che si imbatterà nel mio inconscio scoprirà le tracce di una bonaria e sorridente diffidenza e una disponibilità ironica verso questo nuovo viaggio. Segno che il muro comincia a mostrare le sue crepe.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/03/quel-che-resta-di-freud.078quel.html?ref=search

http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2009/03012010.pdf

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